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Patrizia Cirulli riapre il sipario sui Sanremo dei grandi cantautori – INTERVISTA

Intervista alla cantautrice milanese Patrizia Cirulli, attualmente in promozione con l’album “Sanremo d’Autore”, un lavoro di gran classe e spessore artistico

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patrizia cirulli
Crediti Foto Renzo Chiesa
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Dove la musica è fatta della stessa materia dei sogni e dove ad abitarci sono le emozioni suonano anche i dischi di Patrizia Cirulli.

La cantautrice milanese è attualmente in promozione con l’album “Sanremo d’Autore”. Un lavoro di gran classe e spessore artistico, come del resto i precedenti “Mille baci” del 2016, in cui ha musicato poesie firmate da autori come Frida Kahlo e Alda Merini, e “Qualcosa che vale” del 2013, rilettura in chiave acustica dell’album “E già” di Lucio Battisti. Tutti dischi che non sono stati partoriti da aride logiche di marketing e che si avvalgono della partecipazione di musicisti eccellenti, da Giorgio Cordini a Carlo De Bei, passando per Fausto Mesolella.

Lucio Dalla, dopo averla ascoltata durante la trasmissione televisiva “Stella Nascente”, che nel 1995 portava in scena su Rai2 i talenti della scuola di Mogol, definì la sua vocalità «insolita e straordinaria», paragonandola a quella di Nina Simone. In quell’occasione, sebbene duettasse con Mango, una delle voci più belle e suggestive del panorama mondiale di tutti i tempi, fu capace di insinuarsi nelle note di “Mediterraneo” con effetto sorprendente.

La voce di Patrizia è talmente profonda che è impossibile non inciamparci dentro e ritrovarsi nei più intimi bassifondi. E non solo per la peculiarità timbrica, ma anche per la capacità interpretativa che, non a caso, le ha già fruttato ben tre nomination alle Targhe Tenco come “Miglior interprete di canzoni”. Quest’anno sembrava finalmente in procinto di vincere con il suo tributo ai cantautori più incompresi in quel di Sanremo, che – come nel caso di Mango per “Lei verrà” o di Amedeo Minghi per “1950” – hanno regalato alla storia della competizione canora capolavori di inestimabile valore e bellezza. Invece no, dovrà attendere ancora.

I riconoscimenti importanti non sono però mancati da quando nel 1995 debuttò nel mondo della canzone con il cognome d’arte ‘Sili’ datole da Mario Lavezzi. Già tre volte “Premio Lunezia”, due volte “Premio Bianca D’Aponte” e due volte “Premio Donida”, ha tanto altro all’orizzonte, nonostante il sistema discografico e radio-televisivo le faccia inesorabilmente da contraltare.

INTERVISTA a Patrizia Cirulli

Se fossi la vedova di un popolarissimo cantante italiano, il tuo profilo sarebbe più alla Grazia Letizia Veronese o alla Dori Ghezzi? Due vedove agli antipodi. Se la prima si batte per custodire la memoria e l’opera di Lucio Battisti, vietandone la commercializzazione sui siti di streaming e download, nonché cover e omaggi televisivi, la seconda si propone di diffonderne la conoscenza sia della vita e sia dell’opera di Fabrizio De André con ristampe, rivisitazioni e film autobiografici.

Entrambe le posizioni sono comprensibili. Le decisioni dipendono anche dalle vicende personali/private delle persone e dalle loro storie. Dovrei calibrarmi con il pensiero e volontà del mio ipotetico marito famoso e poi procedere con azioni conseguenti… probabilmente cercherei, se questo corrisponde alla volontà del mio consorte defunto, di incontrami a metà strada fra le due, quindi mantenerne vivo il ricordo e il lavoro artistico facendo attenzione ad eventuali mosse non rispettose nei confronti della sua arte e della sua persona.

Mogol e Grazia Letizia Veronese sono le due isole felici del tuo percorso artistico. Eppure si tratta di due isole tra loro in collisione. Cosa ti ha dato l’uno, cosa invece l’altra e come commenti la loro perenne querelle legale che ha portato al commissariamento della società Acqua Azzurra e al via libera allo sfruttamento online del repertorio di Battisti?

Per quanto riguarda Mogol, ho avuto modo di frequentare un corso al CET, sua scuola, vincendo una borsa di studio molto tempo fa. È stata sicuramente un’esperienza positiva e formativa… ma si sta veramente parlando di una mia vita precedente! In ogni caso Mogol è un grande autore e conservo vari ricordi relativi a suoi insegnamenti e indicazioni in merito alla scrittura e all’interpretazione. La signora Veronese non la conosco personalmente. Credo in ogni caso che abbia le sue motivazioni. Capisco anche che i brani sono stati scritti da due persone e che ognuno abbia quindi le proprie idee, che possono essere diverse da quelle dell’altro.

Mogol ha firmato il tuo esordio televisivo e discografico nel 1995. Debuttavi infatti in “Stella Nascente”, programma tv in suo omaggio condotto da Red Ronnie e Ornella Vanoni, e nell’omonima compilation. Come mai, all’epoca, ti facevi chiamare Patrizia Sili?

Il nome venne in mente a Mario Lavezzi, che mi produsse il brano “Dentro l’anima”. Il mio primo contratto discografico ed editoriale però l’ho pubblicato con Angelo Carrara con il nome di Patrilla, nel 2001. Questo nome venne in mente a Carrara… diceva che era un suono dolce… e secondo lui era un nome facile da ricordare… Io ero assolutamente contraria! Tuttavia alla fine mi convinse, ma dopo le due pubblicazioni con lui quel nome sparì e mi riappropriai del mio vero nome.

“Qualcosa che vale” è la tua rilettura in chiave acustica dell’album “E già” di Lucio Battisti. Perché hai scelto proprio quel cd che ha segnato il giro di boa nella carriera di Lucio Battisti tra i dischi con Mogol e quelli con Pasquale Panella? Come definiresti le liriche della sua compagna Grazia Letizia Veronese e come hai avuto il suo lasciapassare?  

È un disco poco conosciuto. Tutti conoscono le canzoni di Mogol/Battisti e poi ci sono i dischi con Panella. Ma quell’album è rimasto un po’ in ombra. In realtà le canzoni sono molto belle a mio avviso. Sono diverse da quella che è stata la sua precedente produzione, quindi non bisogna ascoltarle pensando al passato. Gli arrangiamenti elettronici utilizzati nel disco originale danno un certo tipo di impatto e il significato più profondo dei brani lo si percepisce maggiormente con un solo strumento. In “Qualcosa che vale” ho fatto proprio questo, l’intero album è stato re-interpretato solo con l’ausilio di chitarre suonate da grandi chitarristi: Fausto Mesolella, Luigi Schiavone, Paolo Bonfanti, Pacifico, Mario Venuti, Carlo Marrale e altri. In acustico i testi e la loro profondità emergono maggiormente. I testi sono una delle cose che mi hanno colpito e interessato maggiormente, oltre alle musiche che sono ovviamente molto belle. Si affrontano argomenti che hanno a che fare con la spiritualità, la meditazione, aspetti esistenziali. “Rilassati ed ascolta”, ad esempio, è una sorta di mantra… si esce dalla struttura canzone, stiamo entrando in un altro mondo, un mondo ipnotico. Lo spunto per realizzare il disco mi è arrivato proprio dai testi che definisco essenziali e ipnotici. Abbiamo verificato che tutto quello che volevamo fare non ledeva nessun diritto per cui non è stato necessario richiedere permessi.

Qual è stata la logica che ha portato alla perfezione delle accoppiate canzone-musicista nell’album “Qualcosa che vale”?  “Slow Motion”, ad esempio, sembra uscita dal repertorio di Mango e non solo per il tocco magico del suo chitarrista Carlo De Bei ma anche per le liriche.

Si è partiti dalle canzoni e per ogni brano sono state fatte delle ipotesi musicali pensando a quale musicista sarebbe stato più indicato. Non tanto una scelta razionale quanto più una scelta dettata dall’istinto, immaginando i chitarristi all’opera sui brani partendo dalle mie versioni ‘voce e chitarra’. Il risultato è stato straordinario. Potrei elencarti ogni singola traccia descrivendo i mondi musicali che vengono evocati da ogni chitarrista. Hai citato “Slow motion” suonata da Carlo De Bei, ad esempio. Sembra di entrare in un tempio. Carlo ha creato un tipo di sonorità che evoca il Sacro. Sono tanti piccoli mondi. Ritengo questo album un piccolo gioiello.

Gli abbinamenti artistici ad effetto ritornano anche nel tuo ultimo lavoro dedicato ai grandi cantautori della storia di Sanremo. In “Pitzinnos in sa gherra”, brano dei Tazenda firmato da Fabrizio De André, ad esempio hai ospitato Giorgio Cordini, storico strumentista dell’autore. La classe è innata o anche il ‘Pop Heart’ di Giorgia può aspirare ad una scossa artistica ed emozionale?

Hai citato uno dei brani dell’album a cui sono più legata. Tra l’altro è uscito da poco il relativo video girato in Sardegna. Lo ritengo una delle cose più belle e significative che abbia mai fatto. La testimonianza di stima artistica da artisti così straordinari come Cordini mi onora. “La classe” è una di quelle cose che c’è oppure non c’è. Fa parte del tuo essere e del tuo modo di approcciarti alle cose. Un album come “Sanremo d’Autore” non è stato pensato per scopi commerciali, e così anche i miei lavori precedenti. Lo spazio viene dato al senso artistico e alla comunicazione emotiva. Un brano come “Pitzinnos in sa gherra” realizzato con voce, bouzouki e basso non viene trasmesso dalle radio, ma anche quelli con basso e batteria ormai non vengono più trasmessi dalle radio… Il disco di Giorgia non l’ho ascoltato.

Per “Sanremo d’autore” hai scelto 12 canzoni del Festival di Sanremo che – nonostante i piazzamenti negativi nella relativa gara – hanno avuto un consenso di critica e in alcuni casi anche un exploit di vendite. Eppure ancora oggi ci sono cantautori, sia sepolti come Mango sia in vita come Amedeo Minghi, che continuano ad essere snobbati dai mass media e dagli ambienti culturali nonostante la loro importanza artistica. Come mai?

Credo sia una questione di pregiudizio, un non voler andare a fondo nelle cose. Nell’immaginario collettivo probabilmente un musicista come Minghi viene ricordato per “Trottolino amoroso” e non ci si ricorda di capolavori assoluti come “1950” oppure “Cuore di pace”, giusto per citarne un paio. Stessa cosa per Mango, un artista che ho sempre amato e con cui ho avuto il privilegio di poter cantare. Oppure non vengono considerati “cantautori” perché spesso i loro testi sono stati scritti da altri autori e forse per qualcuno questo può essere un problema. Ma di fronte a brani come “1950” di Minghi o “Mediterraneo” di Mango, credo che si debba solo rimanere in silenzio ed ascoltare. 

Come ti spieghi che Sanremo, il Festival che ha ospitato tutto e il contrario di tutto, da Mina alle Lollipop, non ha ancora pensato a te?

Per Sanremo non c’è molto da spiegare… le questioni sono spesso altre e non di natura artistica. È un programma televisivo e si muove di conseguenza. In ogni caso io ci sono e anche la canzone c’è… è lì nel cassetto.

Alcuni dei cantautori da te interpretati hanno saputo valorizzare, se non addirittura creare, le più grandi dive della nostra canzone. Qual è nel cantautorato il tuo corrispettivo artistico e qual è, invece, l’interprete che incarna al meglio la versione femminile di ognuno dei cantautori omaggiati nel tuo “Sanremo d’autore” e perché?

Mi piacerebbe dirti Luigi Tenco oppure Fabrizio De André. Non per inclinazione musicale, ma per lo sguardo poetico sulle cose e nella musica e perché in campo artistico hanno seguito il loro volere. Per l’interprete femminile… mi viene da dirti questo. Qualche giornalista vedendo la foto di copertina dell’album ha trovato qualche cosa che gli ha evocato il nome di Dalida. Lei è stata una grandissima cantante ed ha affrontato un repertorio molto vario. Per rispondere alla tua domanda, penso che lei potrebbe incarnare la versione femminile rispetto ai cantautori omaggiati in quanto è un disco che parte dalla cosiddetta musica pop per addentrarsi in quella che viene definita musica d’autore.

Fabio Cinti ti ha battuto nell’ultima edizione de Il Premio Tenco nella categoria ‘Miglior interprete di canzoni’ con “La voce del padrone – un adattamento gentile”. Vittoria scippata con merito o demerito? Qual è il remake musicale che ti è più piaciuto fino ad ora e quale altro album ti piacerebbe riproporre?

Premesso che per me la musica non è competizione, essere nella cinquina finale del Tenco è già una vittoria, o meglio, una grande soddisfazione. Ho fatto tre album e tutti e tre sono arrivati in cinquina finale al Tenco. Questo significa che stampa e critica apprezzano molto i miei lavori e ne sono felice. Quando si fa un disco di cover bisogna partire dal rispetto per l’opera originale e cercare poi di filtrarla attraverso la propria personalità. Altrimenti ha poco senso fare un disco di cover. Un remake che ho apprezzato è stato quello di Morgan con “Non al denaro non all’amore nè al cielo” di Fabrizio De André. Per quanto riguarda un possibile futuro album da riproporre… mantengo il segreto nel caso dovessi davvero realizzarlo!

Secondo Morgan, che è stato sia conduttore sia vincitore, «Il Premio Tenco è tutto quello che i talent show non potranno mai essere. È un luogo incantato dove regna il potere della musica e basta. Dove il palco diventa un momento di condivisione, non semplicemente di esposizione mediatica. Dove c’è il talento. Se i talent fossero più intelligenti ci sarebbe musica più bella e il mercato sarebbe più florido. Invece, i prodotti sono scadenti e il mercato è depresso». Sei d’accordo? Ti senti penalizzata nell’era di Amici e X Factor?

Penso che dica cose sensate. Dovrebbero esserci più situazioni come il Tenco. I talent sono programmi televisivi. Il problema è che sono diventati uno dei maggiori canali di esposizione mediatica a livello musicale tagliando fuori, intendo mediaticamente, chi si approccia alla musica da un altro punto di vista. Tutti i cantautori e gli artisti di un certo tipo sono penalizzati mediaticamente in questo momento storico.

Per Emiliano Cecere, autore sia per grandi interpreti come Patty Pravo e Mietta sia per personaggi lanciati dai talent show come Alessandra Amoroso e Annalisa, «l’artista è una persona che ha dentro qualcosa di insano, che deve tirare fuori per trasformarlo in qualcosa di sano e di buono. Di solito è un disadattato e difficilmente, specialmente in questo periodo storico, farà carriera. La persona sana ha la velleità di esserlo, ma può ambire solo a diventare un performer, un bravissimo musicista, produttore o cantante e sicuramente farà carriera». Pensi sia realistica questa distinzione tra artisti e non-artisti? 

L’arte è una condizione dell’essere. “Artista” è una parola spesso abusata. È un’analisi interessante quella di Cecere e abbastanza veritiera per certi versi. Bisogna tener presente una cosa in generale. Avere successo non è necessariamente sinonimo di talento o spessore artistico. Il successo è qualcosa che può capitare oppure no. E può capitare per mille motivi, non necessariamente artistici. Quando ci si rivolge alla “massa”, al grande pubblico, ci sono dei codici che vengono utilizzati per arrivare ad un ampio numero di persone. Ci sono gruppi di lavoro che operano tenendo presente questi codici per “costruire” canzoni e personaggi. Io sono più romantica… Van Gogh dipingeva il suo momento… la sua verità di quel momento… senza domandarsi se avrebbe venduto il quadro oppure no.

Sergio Secondiano Sacchi, responsabile artistico del Club Tenco, in merito al cantautorato italiano ha dichiarato che «I giovani di oggi non sanno trasmettere emozioni». Basta il tuo nome per smontare la sua tesi. Però, effettivamente, va anche detto che cantautori come Lucio Dalla non ne nascono più da tanto. Come mai secondo te? E in che occasione ti ha definito una voce «insolita e straordinaria»?

Capisco quello che vuole dire Sergio. E grazie a te Ugo per le tue parole! Sono cambiati i tempi, è cambiata la società. È una questione comunque di persone. Non ci sono più cantautori come Lucio perché non ci sono più persone come Lucio!! Bisogna avere una storia, un’identità. Ai tempi di Lucio non c’erano i talent per esempio… I ragazzi suonavano, sperimentavano e il fatto di andare in televisione era semmai un traguardo da raggiungere quando si aveva un progetto da presentare. Quello che succede intorno è lo specchio della società. Ma le cose belle e interessanti ci sono, solo che oggi bisogna andarsele a cercare perché spesso non le trovi in vetrina. Quelle parole molto belle nei miei confronti Lucio le pronunciò quando mi sentì cantare insieme a Pino Mango. 

L’Italian Music Festival, meglio conosciuto come ‘Il Sanremo del web’, ti ha visto protagonista sia come giurata sia come concorrente con “Dormo”, brano con cui hai entusiasmato l’intera giuria di qualità. Qual è il concorrente che hai apprezzato di più e qual è stato, invece, il giudizio critico che ti ha maggiormente lusingato?

Sì, “Dormo” è una poesia di Fausto Mesolella che ho musicato e che fa parte del mio album precedente “Mille baci”. Fausto è stato uno dei migliori artisti italiani è ed è stato un onore immenso collaborare con lui. Non era una mia “concorrente” perché eravamo in gruppi diversi, in ogni caso apprezzo Roberta Giallo e mi è anche simpatica! Ci sono stati vari commenti critici molto belli e ringrazio per questo. Per l’occasione, mi piace ricordare quello di Piergiorgio Pardo degli Egokid: «Delicato duetto col compianto Fausto Mesolella, dall’album dedicato ai mille baci di Catullo. La voce profonda e contraltile di Patrizia ha lo stesso fascino dimostrato nella reinterpretazione del Battisti di “E già”. Comunque una con mille cose dire».

Descrivi con un’immagine i tuoi duetti con Mango, Fausto Mesolella, Sergio Cammariere, Mario Venuti e anche quello dei tuoi sogni.

Il duetto con Mango…. mi evoca l’immagine di un giardino incantato. Quello con Fausto… il sogno. Con Sergio Cammariere… il mare. Mario Venuti… la poesia. Per il duetto dei sogni… non saprei… se Sting è disponibile volentieri! Scherzi a parte, quelli che ho già fatto sono molto belli. Ma mi auguro di poterne fare altri perché condividere con altri artisti è qualcosa che arricchisce molto.

“Mille baci” è l’album che ha messo in risalto le tue qualità compositive. Tra le varie poesie da te splendidamente musicate anche “Poema para Diego Rivera” di Frida Kahlo, icona femminista e lesbo, nonché simbolo di creatività femminile. Da dove nasce l’ispirazione e quanto c’è di lei in te?

Ho sempre amato molto Frida e conosco bene la sua storia. Bravissima pittrice e donna di grande forza. La sua storia personale è tremenda ma ha saputo combattere e superare in qualche modo le avversità e grandi dolori. Ha trasformato il dolore in arte e in voglia di vivere, nonostante tutto. Nella mia storia personale ci sono stati momenti di dolore importanti e, nonostante tutto, sono riuscita ad attraversarli e ad uscirne vincitrice. Questo è l’aspetto che mi avvicina in qualche modo a Frida. Stavo lavorando all’album “Mille baci” e mi sono ricordata di questa sua poesia dedicata al marito. Ho quindi musicato questo suo testo ed è nata la canzone. È la prima volta al mondo che un testo di Frida viene musicato in forma canzone. È un testo che unisce gioia e sofferenza, Frida racconta ciò che Diego è per lei. Nel bene e nel male. Quando la canto mi immedesimo in lei e non ti nascondo che talvolta mi viene da piangere.

Ti sei mai innamorata di una donna?

Per ora non mi è capitato di innamorarmi di una donna. Ma ho delle amiche a cui voglio molto bene.

Per gli “Omaggi stellari” di Hit Non Hit, la mia pagina Blog di Facebook, ti propongo un grande cantautore rimasto fuori dalla tracklist del tuo “Sanremo d’Autore” e per anni allontanato dalle scene e deriso per la sua omosessualità: Umberto Bindi. La canzone che mi piacerebbe risentire con la tua voce è “Letti”, brano che scrisse con l’amico Renato Zero e che non ha avuto successo né durante il Festival né successivamente. Eppure è bellissimo ed ha palesemente ispirato il successo dei Tiromancino “Un tempo piccolo”. Accetti?

“Letti” è uno dei brani che è stato preso in considerazione per la realizzazione di “Sanremo d’autore”, ma poi ho dovuto per forza di cose fare una scelta fra i brani. In ogni caso sono d’accordo con te, è una canzone molto bella. Umberto Bindi è stato un grande artista. Ecco, questa è una di quelle occasioni in cui la parola “artista” non è usata a sproposito. Accetto con piacere!


TRACKLIST “SANREMO D’AUTORE” – Patrizia Cirulli

01. “VITA SPERICOLATA” di Vasco Rossi (penultima classificata al Festival di Sanremo 1983)

02. “CIAO AMORE CIAO” di Luigi Tenco e Dalida (non ammessa in finale al Festival del 1967)

03. “IL TUO AMORE” di Bruno Lauzi (non ammessa in finale al Festival di Sanremo 1965) – feat. Sergio Cammariere

04. “UN ALTRO POSTO NEL MONDO” di Mario Venuti (non ammessa in finale al Festival del 2006) – feat. Mario Venuti

05. “COLPEVOLE” di Nicola Arigliano e Franco Fasano (semifinalista al Festival di Sanremo 2005)

06. “PITZINNOS IN SA GHERRA” dei Tazenda e Fabrizio De André (ottava classificata nel 1992)

07. “CANZONI ALLA RADIO” degli Stadio e Luca Carboni (ultima classificata al Festival di Sanremo 1986)

08. “1950” di Amedeo Minghi (non ammessa in finale al Festival di Sanremo 1983)

09. “IL MARE IMMENSO” di Bungaro e Giusy Ferreri (ultima classificata delle finaliste al Festival di Sanremo 2011)

10. “DONNE” di Zucchero (penultima classificata al Festival del 1985)

11. “ROSANNA” di Nino Buonocore (penultima classificata al Festival di Sanremo 1987)

12. “LEI VERRÀ” di Mango (quattordicesima classificata al Festival del 1986)

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