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venerdì, Giugno 14, 2024

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De Stradis, canzoni come quadri d’autore: «Mi piace mettere tanti colori» – INTERVISTA

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Originario del Salento ma da anni trapiantato a Bologna, dove ha maturato apertura mentale e musicale, Vincenzo De Stradis è una figura seducente nel panorama pop contemporaneo. Il suo percorso artistico è un viaggio senza fine, un’immersione profonda fra mondi musicali in continua evoluzione e in sincronico dialogo con l’essenza interiore e la vita vissuta. Scoperto e lanciato da Mika a X Factor con il progetto Westfalia in lingua inglese, ora si sdoppia e prende il volo anche da solista come De.Stradis, con la sua lingua in bocca e lo sguardo fisso verso la vetta di Musicultura. Nel suo mondo, “Duale” è più di un disco d’esordio: è un sogno sperimentale che dipinge intrecci sonori aprendosi ad orizzonti luminosi. Un ipnotico richiamo a cui è difficile resistere. Se ci lasciamo catturare dalla sua tela incantata, attraverso la magia della sua musica e la curiosità della mia intervista, ci troveremo a far parte – a nostra insaputa – dei colori stessi dei suoi “Quadri d’autore”. Perché con De.Stradis ogni nota è come un colpo di pennello sull’anima.

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De.Stradis, stella emergente nel panorama musicale italiano, incarna il perfetto equilibrio tra l’esplorazione intima e l’eclettismo artistico. Nato e cresciuto tra i colori vibranti e le melodie avvolgenti del Salento, questo talento cangiante ha intrapreso un viaggio straordinario attraverso mondi musicali opposti e complementari.  

Il suo percorso è stato plasmato da esperienze variegate, tra cui il debutto con il progetto parallelo Westfalia sul palco di X Factor, grazie al quale è stato scoperto da Mika e lanciato nella musica mainstream. Prima di questo trampolino di lancio televisivo, ha calcato le scene con la band Mangroovia, esplorando sonorità funk, soul e pop, e aprendosi ad una dimensione musicale internazionale e multicolore. 

Tuttavia, è nel solco della sua formazione accademica, tra le strade di Bologna e i corridoi del Conservatorio, che Vincenzo De Stradis, in arte De.Stradis, ha affinato la sua arte. Studio approfondito del canto jazz e abissale immersione nel mondo della musica gli hanno fornito le basi per esplorare territori sonori intriganti e per definire il suo stile distintivo, una fusione alchemica e sofisticata di jazz e nu soul italiano. 

Il suo ultimo lavoro, l’EP “Duale”, è una testimonianza tangibile della sua incessante ricerca di sé stesso e della sua essenza più autentica. In questo progetto De.Stradis abbraccia appieno la sua propensione all’introspezione, esplorando le dualità dell’animo umano attraverso melodie avvolgenti e liriche confidenziali. Il nucleo che alimenta la sua creatività risiede nella continua sperimentazione, l’isola felice dove può tessere tele musicali in cui perdersi e ritrovarsi.  

È proprio attraverso questa sperimentazione che raggiunge livelli musicali internazionali, emergendo così come la versione nostrana ed eterosessuale di Moses Sumney. De.Stradis è un visionario musicale, costantemente alla ricerca di nuovi orizzonti sonori e di modi innovativi per dar voce all’anima. Le sue canzoni sono veri e propri dipinti sonori, quadri d’autore che raccontano storie di vita vissuta. Con “Duale” si spinge oltre i confini del pop convenzionale, creando un’esperienza d’ascolto coinvolgente e ricca di sfumature. 

Ora si avvicina sempre di più alla vittoria di Musicultura 2024. Dopo essersi distinto nelle Audizioni Live a Macerata, è stato selezionato come finalista con la sua “Quadri d’autore” per la tappa del 26 aprile a Recanati, entrando così in lizza per entrare nella rosa degli otto artisti premiati che verranno annunciati ufficialmente il 5 giugno e che avanzeranno all’ultimo scontro nelle serate conclusive della XXXV edizione del festival, fissate per il 21 e 22 giugno prossimi.  

Il cantautore dal cuore sperimentale e dalle radici profonde è pronto a far vibrare lo Sferisterio di Macerata, infondendo nuovo lustro alla manifestazione e mirando al Premio Banca Macerata da 20.000 euro 

Nell’intervista che segue, De.Stradis – il cui nome d’arte è un mix tra il suo cognome e un tributo a Demetrio Stratos, suo eroe vocale di sempre – ci apre le porte del suo universo, trasportandoci nella sua terra di mezzo, in un suggestivo incastro tra opposte dualità, dove la musica si fa ponte tra passato e presente, luce e ombra, sogno e realtà, in un percorso di continua crescita personale e artistica.  

Con la sua inconsapevole capacità di trascinare chiunque incontri nei suoi sottoboschi, De.Stradis è il nome destinato a colorare le sfumature del nostro nuovo pop.    

L’INTERVISTA A DE.STRADIS

Vincenzo, da quella sera che ti ho sentito cantare mentre passeggiavo al centro di Bologna, da rimanere tanto colpito da precipitarmi all’interno del locale per approfondire e conoscerti, ne è passato del tempo e tante cose sono accadute. La tua arte di ipnotizzare quanto è voluta, da dove sgorga e come è maturata nel tempo? 

Ciao Ugo, è bello vedere come la nostra conoscenza si sia intrecciata negli anni da quella sera sempre grazie alla musica. Non ho mai pensato di ipnotizzare con la mia musica, mi sono sempre fatto i miei viaggi forse a volte non troppo comprensibili e negli anni sto sempre più cercando di capirmi e capire come posso essere più vero e diretto nel dire quello che provo e farlo risuonare negli altri, credo sia la cosa più bella a cui si possa puntare. 

MIKA A TELECAMERE SPENTE

Ti ho poi rincontrato, sempre per caso a Bologna, e ti ho chiesto “Perché non canti in Italiano?” Mi rispondesti che un brano sarebbe uscito, “Zanzare”. Ora con “Duale” possiamo dire che hai aperto il tuo mondo. Cos’è che ti bloccava? Mi chiedo se, sotto la tua presenza contenuta, si nasconda una timidezza di fondo che riesci a superare attraverso le performance e se la tua svolta in lingua italiana sia stata influenzata dalle critiche riguardo alla tua esecuzione, considerata troppo tecnica e fredda, durante la partecipazione a X Factor. 

La considerazione che hai fatto riguardo ad XFactor è vera in parte; ho percepito parzialmente della verità in quelle critiche ma scrivevo in italiano da un po’ e stavo ricercando maggiore emotività e meno vezzo musicale nella scrittura, cosa che non sentivo mancarmi sul palco. Sicuramente dopo XFactor questa direzione nel mio progetto verso l’intimità e nel raccontarsi si è maggiormente intensificata; ci ho messo un po’ a mettermi a nudo con la musica, anche per questo sono partito scrivendo solo in inglese. 

A cosa ti è servito X Factor? Mika lo senti ancora? Chi dei due si è più innamorato dell’altro? 

Devo dire che con Mika non c’è mai stato un grande rapporto al di fuori delle telecamere; è un grande professionista che sa coprire molto bene il suo ruolo televisivo. Abbiamo stretto molto più rapporto con Taketo, il nostro produttore nel programma, ma quelle poche cose che mi ha insegnato Mika davanti alle telecamere me le ricorderò bene. XFactor mi è servito ad evolvere velocemente in tanti aspetti che non avevo ancora troppo affrontato, a livello comunicativo, come presenza scenica e come estetica.

WESTFALIA, L’ALTRO SÉ

I progetti Mangroovia e Westfalia sono altrettanto forti. Confluiscono tutti nel tuo percorso solista? Cosa li accomuna e cosa li differenzia? 

I Mangroovia non esistono come progetto da quasi 3 anni, mentre i Westfalia non sono assolutamente estinti. Anzi, sono più attivi che mai. Stiamo facendo uscire il nostro primo LP che guarda proprio da un’altra parte musicalmente sia geograficamente che per circuito di genere. Sono due progetti che di partenza sembravano molto simili ma che hanno caratteristiche di persone e musicalmente molto diverse. Simbolicamente i primi per me sono la mia prima relazione seria con la musica, i secondi quelli che mi hanno e continuano sempre a professionalizzarmi a questo mestiere. 

Westfalia e De.Stradis rappresentano la tua dualità artistica e sono meno sovrapponibili nonostante la forte connotazione black? In relazione alla metafora degli alligatori che ha ispirato il nuovo singolo dei Westfalia, “Alligators”, ti senti più alligatore o dinosauro?  

I Westfalia sono sicuramente meno inquadrati oramai nella black music, lo si può vedere con Alligators e anche con il futuro LP ormai prossimo all’uscita e siamo contenti così.  L’ultimo singolo usa questa metafora dell’alligatore e del dinosauro come scontro generazionale, dove i primi sono cresciuti in un ambiente che li ha resi più individualisti. Essendo io parte di una generazione che è nel mezzo tra chi è nato e cresciuto immerso nei social e chi li ha approcciati in età adulta, non credo di sentirmi in nessuna delle due categorie, ma sicuramente più passano gli anni e più siamo tutti più alligatori. 

LUCIO DALLA, FONTE D’ISPIRAZIONE

Nella tua canzone “Darker Bologna” riecheggia sia il Lucio Dalla di “Dark Bologna” sia la Mietta trip hop di “Daniela è felice”, album introspettivo degli anni ’90, scritto, composto, arrangiato e prodotto dal salentino Michele Centonze, che ancora oggi suona rivoluzionario. Svelaci la magia di questo tuo brano così ispirato e il motivo per cui non è stato incluso nell’EP Duale.   

Recupererò l’ascolto di Mietta che ahimè mi sono perso ma come dicevi la partenza è stata proprio pensare al percorso fatto da Dalla e riportarlo nel 2022 (anno in cui l’ho scritto). Poi in mezzo ci ho messo un po’ un flow hiphop che può ricordare anche la Bologna di Neffa e Sangue Misto molto rappresentativo della città. Nel testo ho messo tutti i disagi e avventure vissute negli ultimi 10 anni che ho passato a Bologna. Non è nell’EP perché mi sembrava un episodio musicale per sound e per tema molto territoriale e meno nel concept dell’Ep. 

Lucio Dalla lo hai anche omaggiato in un concerto memorabile da me organizzato al Castello Baronale di Castrignano dei Greci. Una vera e propria semi-improvvisazione jazz condivisa con due artisti eccezionali come Andrea Dessì e Dajana. Che ricordi hai di quella serata? Spero di averti dato degli input utili per la tua evoluzione. 

Mi ricordo molto bene di quella serata; cantare Lucio Dalla è sempre fonte di arricchimento sotto tanti aspetti, è stato sicuramente uno degli artisti che mi ha maggiormente avvicinato alla scrittura in italiano e ad apprezzare l’estetica della nostra musica. Quella serata è stata sicuramente un modo per iniziare a tracciare un percorso verso questo avvicinamento alla lingua italiana.

MAHMOOD, QUESTIONE DI PERSONALITÀ 

Hai mai riflettuto sulla tua posizione unica nel panorama della musica italiana? Credi che ci sia un altro artista italiano che rappresenti un parallelo con il tuo stile, la tua musicalità e vocalità? A me viene in mente solo Mahmood 

Ti ringrazio per il bellissimo complimento ma non mi sento così unico nel panorama italiano nel senso che di emergenti e non (nel mio ambito musicale) con una personalità forte ce ne sono un bel po’, credo però di aver trovato un mio modo di fare musica riconoscibile e che voglio ancora di più affinare. 

Nelle tue canzoni, a differenza di Mahmood, non c’è una componente sessuale esuberante. L’atmosfera rimane eterea e sognante anche quando sembrano farsi spazio metafore erotiche e suggestive come nelle frasi “Le salite, le saline in bicicletta con la fretta di scoprire corpi di un altro pianeta, tarante in pubertà” e “Mi addormento con il mare nella tua mano, conchiglia”. Riflettendo sulla tua musica e sulla tua vita personale, credi che ci sia una dualità espressa o inespressa tra romanticismo e desiderio sessuale? 

Non conosco personalmente Mahmood ma stimandolo tanto artisticamente immagino che ciò che comunica con le proprie canzoni rappresenti anche molto della sua personalità. Io per background e carattere ho sempre avuto una certa riservatezza sulla mia sessualità nel bene e nel male e quindi, come hai ben colto, in quelle frasi c’è della sessualità ma messa giù con una certa discrezione e credo che continuerò a manifestarmi in questa maniera su questi temi, eccetto se la mia personalità nella sessualità non evolva. 

FARI INTERNAZIONALI E CHIAVI DI SUCCESSO

Viene sicuramente più facile paragonarti ad artisti R&B statunitensi come Moses Sumney e Maxwell. Ce n’è uno che più di tutti influisce sulla tua personalità oppure sei un frullato di più ingredienti? 

Amo particolarmente Moses Sumney e ti ringrazio per il paragone, credo che nell’ultimo disco due fari a livello musicale internazionali siano stati James Blake e Louis Cole ma devo dire che pesco davvero da tantissime realtà molto diverse. 

Parlaci della combinazione di talento, studio, passione, introspezione e sperimentazione che ti contraddistingue. Per raggiungere un successo artistico duraturo si può fare affidamento esclusivamente su uno di questi elementi o è necessario coltivare una sinergia tra tutti e cinque? 

Io credo che se con successo si definisca la capacità di innovarsi e ricercare continuamente nella musica e non tanto un successo numerico commerciale allora sì, serve coltivare tutti e 5 questi aspetti, tutte le persone che stimo nella musica lo fanno/hanno fatto e vorrò farlo anche io al di là del risultato economico. 

SALENTO E BOLOGNA, RADICI E INNOVAZIONE

A Bologna gli stimoli culturali sono tantissimi, eppure arriva dal Salento l’onda di creatività che ha travolto la musica italiana. Come te lo spieghi? Anche queste due terre rappresentano una delle tue dualità? Cosa c’è in te e nella tua musica dell’una e cosa dell’altra.

Assolutamente è una delle dualità più forti vissute, la tradizione musicale culturale viscerale del Salento è palesemente qualcosa che impatta nel territorio, lo vedono i fatti. Allo stesso tempo Bologna mi ha permesso di confrontarmi con tantissime realtà diverse e di far fiorire qualcosa di bello da questo ottimo humus di partenza. 

Per gli Hit Non Hit Music Awards, i primi virtuali che ho concepito insieme ad altri due critici ed esperti musicali per omaggiare tutta la grande musica dell’anno scorso, sei il miglior artista Soul e R&B a pari merito con Lauryyn, cantante salentina affiliata come te all’etichetta Sun Village Records. Ti fa piacere questa vittoria condivisa? C’è già in programma un duetto tra te e Lauryyn 

La stima e l’affetto che ho per Aurora è enorme, non fosse anche che siamo nella stessa famiglia musicale, Sun Village Records, è da tempo che ci diciamo di scrivere qualcosa insieme e penso che appena possibile nascerà l’occasione. 

MUSICULTURA, VINTO O VINCITORE?

Hai vinto la prime audizioni live di Musicultura offrendo una prospettiva unica che sfida i limiti della cultura mainstream e del Festival di Sanremo. Sei soddisfatto? Anche la cantautrice Roberta Giallo ti ha sostenuto; entrambi avete trovato a Bologna il centro propulsore della vostra creatività ed entrambi avete rinunciato alle scorciatoie per immettervi sulla strada della verità. Come affronti questa sfida considerando la tua visione espressa nella canzone “Our Life is gonna Change”? Citando un altro tuo brano, ti sei posto un “Margine d’errore”?

Sono al momento molto soddisfatto del percorso di Musicultura, ho percepito proprio una realtà alternativa ai concorsi di stampo mainstream e con una grande attenzione per l’arte sotto tante prospettive, è stato molto bello anche parlare con i giudici come anche Roberta Giallo di temi non banali. Spero di poter andare avanti in questo percorso proprio per la qualità che ho intravisto.

A Musicultura il tuo conterraneo Carmine Tundo, divenuto punto di riferimento del cantautorato indie, ha vinto sia il Premio Vincitore Assoluto sia il Premio della Critica. Punti a riportare il duplice premio in Puglia offrendo una variante black del cantautorato salentino? Ti aspettavi di vincere la fase delle audizioni grazie al pubblico votante? Partecipando alle competizioni canore non è più facile cadere nel “mantra vinto o vincitore” che canti in “Margine d’errore”?  

Ho grande stima per Carmine Tundo e sono contento che abbia ricevuto un riconoscimento del genere. Io spero solo di uscirne rafforzato e accresciuto da questa esperienza al di là dei premi. Onorato del supporto del pubblico in sala e online che mi ha portato a vincere il premio della giornata, ma cerco di non cadere mai in questo “manthra vinto o vincitore”, scrivo le canzoni anche per ricordarmi di queste cose. 

I Santi Francesi hanno vinto prima Musicultura e poi X Factor, ma il grande salto di popolarità lo hanno fatto con il Festival di Sanremo. Pensi di poter essere adatto anche te a quel contesto nazional popolare, magari l’anno prossimo? 

Sanremo è il centro, al momento, della musica italiana nel bene o nel male; un giorno è un’esperienza che vorrei fare, quando sentirò che il progetto è maturo per affrontarlo vaglierò assolutamente la possibilità. 

FLUIDITÀ E IMPEGNO SOCIALE

Qual è la tua riflessione sulla dualità Uomo-Donna che ha ridato vita alla fluidità delle nuove generazioni, messa in scena da diversi cantanti stranieri, come il già citato Moses Sumney e il fresco vincitore dell’Eurovision Song Contest, Nemo, la cui esibizione ha scatenato l’irritazione degli omofobi, e da italiani come i Maneskin, i Santi Francesi, Achille Lauro, Rosa Chemical, Mahmood e Marco Mengoni? La tua è una sessualità definita? Hai mai partecipato ad un Gay Pride a sostegno dei diritti LGBT? 

Mi sento da sempre eterosessuale, ma ho vissuto la mia giovinezza in una città e in un settore che è fortemente a sostegno della fluidità di genere e dei diritti LGBT, vivendo e parlando quotidianamente di questi temi e arrivando a una buona apertura mentale a riguardo. Per questo quando posso mi muovo attivamente in favore di questi valori andando anche ai Gay Pride. 

La politica è, così come appare, lontana dai tuoi interessi e dalla tua musica? Riconosci l’importanza delle canzoni sociali e dei cantanti che sensibilizzano su determinate problematiche?  

Sono sempre stato molto attento e interessato alla politica in realtà nella mia vita; mi piace discuterne anche tanto con amici e conoscenti. Sono temi molto delicati da trattare nelle canzoni e mi piacerebbe parlarne pian piano sempre più non tanto denunciando una posizione ma un problema. Non mi sento nella posizione di dare una soluzione in quello che scrivo perché non è il mio compito, ma denunciare un problema lo è. 

CANZONI COME QUADRI D’AUTORE

Nella tua canzone “Quadri d’autore” la frase “i quadri non cambiano firma” potrebbe veicolare un’idea di possesso di origine patriarcale, considerando l’attualità del tema. È una tematica che ti fa riflettere? Nel caso specifico, la tua poetica così romantica e forte è utilizzata per esprimere un senso di accettazione o di rifiuto riguardo ad una storia d’amore finita? 

Effettivamente presa da un punto di vista questa frase può suonare patriarcale, però al solito è anche il come e il contesto a dare poi il senso alle cose. In questo caso è un discorso a cuore aperto di una persona che è ancora innamorata e con quella frase vuole dire “lo sai che in fondo mi ami ancora anche tu” più che in ottica di possessione. Tra amici si parla molto spesso di come si sta evolvendo la relazione di coppia negli anni, è un tema molto interessante a livello sociale e anche in questo Bologna accoglie molto questi cambi di visione. 

Le tue canzoni sembrano veri e propri dipinti. Un parallelismo che emerge chiaramente proprio in “Quadri d’autore”, dove dipingi e sei tu a tua volta che sei dipinto da qualcun altro. Questa connessione è inconscia? Nonostante la componente onirica delle tue opere possa richiamare Salvador Dalì, le immagini della tua poetica si distinguono per il loro realismo. Qual è il tuo pittore preferito e l’’immagine reale che utilizzeresti per descriverti? 

Grazie davvero, mi piace mettere tanti colori in quello che faccio sicuramente. Forse il mio pittore preferito che mi colpì al liceo è Schiele, anche se è tanto lontano da quella che è la mia estetica musicale e artistica trovo un’immediatezza geniale nella sua cruda verità. 

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