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Andrea Dessì, la triste coincidenza della vita e gli incontri fortunati – INTERVISTA

Andrea Dessì festeggia i suoi 15 anni di attività con “Non vivo più senza te”,brano scritto con Antonacci e titolo del suo nuovo lavoro discografico

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Andrea Dessì
Crediti Foto Claudio Cazzara

 

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Andrea Dessì, chitarrista jazz, pubblica l’album “Non vivo più senza te” dedicato al padre Massimo, appassionato sindacalista bolognese. La title track è l’hit internazionale e senza tempo che ha scritto con Biagio Antonacci. Dopo l’estate i progetti targati Marea: i concerti jazz con Mietta e l’album “Paradise” con Javier Girotto.

Andrea Dessì festeggia i suoi 15 anni di attività artistica con la versione chitarristica di “Non vivo più senza te”, l’hit scritta con Biagio Antonacci che ora – a distanza di 6 anni – dà il titolo al suo nuovo lavoro discografico. Nonostante il brano riviva nella sua dimensione originaria, innescata dall’abilità compositiva del chitarrista bolognese nel mescolare con gusto e innovazione fado portoghese, jazz, musica gipsy e flamenco, le parole di Antonacci, per il loro incastro perfetto con il mood sonoro, estremamente malinconico, e l’ambientazione in Salento, luogo simbolo d’evasione e perdizione edonistica, rimangono nell’aria. E bussano all’arrivo di ogni estate come un mantra propiziatorio.

Soprannominatosi “El Gitano” e definito dalla stampa come «musicista di livello mondiale», Dessì torna dunque sulla scena discografica a ritmi veloci. Solo qualche mese fa aveva regalato alla diva del pop Mietta la vetta delle classifiche jazz con “Semplice”, elegante incontro tra sperimentazione vocale, jazz e tango. Ed è già in dirittura d’arrivo “Paradise”, il sesto album a nome Marea in collaborazione con l’istrionico fisarmonicista Massimo Tagliata, seconda metà del duo, e con il sassofonista argentino Javier Girotto, assidua special guest dei suoi progetti. Del resto importati collaborazioni artistiche nel suo passato non sono mai mancate: da quelle con artisti internazionali come l’americano Frank Marocco, lo svedese Marius Sverrisson, la ceca Helena Vondráčková, la russa Elena Zaryadnova e la spagnola Raquel Martinez, a quelle con artisti italiani del calibro di Fabrizio Bosso, Gabriele Mirabassi, Arnoldo Foà e Fabio Concato. Ora è tempo di ripartire dal suo talento. Un talento che gli è già valso riconoscimenti importanti come il Premio Internazionale alla Carriera “Nino Rota’’ e l’Ethic Award, tour internazionali con l’Orchestra Sinfonica Russa “Tchaikovsky” e palchi come il Veneto Jazz Festival, il Bologna Jazz Festival e la Musik Messe di Francoforte.

“Non Vivo Più Senza Te” è il quinto album solista di Andrea Dessì, contenente il singolo omonimo nella “Instrumental version” e disponibile in tutti i negozi di dischi, nei digital stores e sulle piattaforme streaming dal 22 giugno. L’album, prodotto da Irma Records e distribuito da Believe Digital, ospita il pianista e contrabbassista Alessandro Altarocca, il percussionista Leonardo Ramadori e la cantautrice Silvia Donati, che con la sua voce suadente e i suoi testi visionari impreziosisce brani, già di per sé preziosi, come “Mare calmo” e “Brivido Terra”. Dessì per le sue composizioni crea un’originale mélange di suoni e generi musicali, traendo ispirazione sia dal flamenco e dal tango di Astor Piazzolla sia dalle sonorità classiche di Ravel e Debussy.

Andrea Dessì

INTERVISTA ad Andrea Dessì

Andrea hai dato ossigeno al repertorio di Biagio Antonacci, proiettandolo verso orizzonti musicali nuovi, con un brano sempre vivo come “Non vivo più senza te”. Più di 100 mila copie vendute solo in Italia, diverse cover all’estero e ora, dopo 6 anni dalla sua uscita, ai primi posti nelle classifiche jazz. Qual è il segreto dell’onda lunga del brano?

Va chiarito che il brano ha ottenuto questo successo per merito di Biagio Antonacci, che di questa musica ne ha fatto un inno del Salento che rimane nel tempo. Ha avuto la bravura e l’intuizione di prendere questa musica e averla resa fruibile al grande pubblico, facendola sua. Io in quegli anni di brani di questo genere ne scrivevo parecchi, questo senz’altro il migliore. Il segreto del brano in realtà non c’è. La musica è una vera commistione di generi, come forse ce ne sono poche nel pop. Una matrice mediterranea di fondo, poi flamenco, fado…  il giro armonico è simile a quelli usati nel jazz, poi il riff a metà fra rock e flamenco… In ogni caso, ripeto, senza il testo di Antonacci, che oltre ad essere poetico è molto musicale, non sarebbe andata così. Le parole azzeccate rimangono in testa e non si dimenticano. Per cui, come dire, un incontro felice e ben riuscito.

Come mai hai deciso di reinciderlo nella versione strumentale e come mai tu e Biagio non avete ancora bissato un accoppiamento così vincente?

Un bis… mmmh! Come fai a bissare un brano simile? Non è così facile come sembra e poi comunque il pop non attinge spesso da altri generi. Per cui non sono così stupito che non si sia fatto, almeno con lo stesso cantante. Più facile con altri cantanti direi, come infatti è stato. A me questo brano è sempre piaciuto così semplice e strumentale. Ma l’idea di rifarlo nella versione strumentale è stata, in realtà, di Umberto Damiani, art director dell’Irma Records, la casa discografica… idea accettata volentieri!

Biagio Antonacci con il suo riadattamento ha creato un parallelismo con la pizzica salentina. Dal punto di vista strettamente musicale pensi sia stata una forzatura o una genialata?

Una genialata. Quel brano ha in generale un’aria molto mediterranea. Non è segnato da un genere solo. La vicinanza con la pizzica, per via della fisarmonica e del ritmo ci sta senza dubbio.

Nel recente tour di Antonacci si è scoperta una Laura Pausini fortemente attratta dal pezzo. Che sensazione ti ha fatto? Ti piacerebbe se ne incidesse una sua versione per il mercato latino o se ti chiamasse per chiederti un inedito?

Vedere Laura Pausini che balla e canta questo brano con Biagio è stato un gran piacere. Certo, ovviamente sarebbe un grande onore se volesse collaborare. Un brano perfetto per lei per il mercato latino lo avrei già!

Hai riportato Mietta alla musica delle sue origini, il jazz, regalandole entusiastici consensi di critica e pubblico. Parlaci di questo sodalizio così sorprendente, dei due singoli che avete pubblicato finora e dell’album “Marea feat. Mietta” che avevate annunciato e che non è ancora uscito.

La carissima Mietta, bravissima cantante davvero, molto istintiva e dotata potrebbe cantare qualunque cosa. Il sodalizio è nato da subito con l’intento di fare una commistione fra il pop e il genere dei Marea, il gruppo che ho fondato con Massimo Tagliata, fisarmonicista di Biagio Antonacci. Questo gruppo ha una matrice latin jazz aperta alla musica mediterranea in genere, spesso al tango e al flamenco, e da subito con Mietta siamo partiti verso questa direzione. Poi ci siamo accorti che lei può davvero cantare soul, blues, funky… per cui abbiamo allargato il repertorio con cover di Jimi Hendrix e Stevie Wonder, in versione latin jazz. Lei sul palco ha sempre tenuto testa a tutto, come una leonessa, come fanno i grandi. Per i due singoli abbiamo dovuto fare una scelta e abbiamo deciso per “Semplice”, un tango che ho scritto apposta per Mietta, di cui l’inciso scritto insieme a lei. Poi una cover, “Historia de un amor”, che Mietta cantava benissimo ed è un brano molto conosciuto… la scelta è stata azzeccata. Buone le critiche anche dal mondo del pop e in generale. Per quanto riguarda il disco intero e altro materiale inedito con Mietta, avevamo trovato un’etichetta importante di jazz con una buona promozione in Italia e nel mondo, ma non si è potuto fare…

Nei live l’alchimia tra voi due è fortissima e traspira erotismo. Avete mai frenato istinti fisici? Nel tuo caso presumo sia particolarmente difficile vista la sensualità e bellezza di Mietta. Il tuo concittadino Cesare Cremonini, ad esempio, si vanta tutt’oggi di averle toccato il lato b!

Erotismo? Quello non ero io… era il mio gemello! Per quanto riguarda Cremonini che dire… bravo Cesare! Sei il migliore… Nei prossimi concerti punterò al lato A… vedremo, vi aggiorno!

È un caso che ben due gioielli musicali da te coverizzati portino la firma di Sergio Laccone? Mi riferisco a “Sto senza te” di Mietta, che esegui nello spettacolo jazz “Mietta & Marea”, e a “Nient’altro che felici” di Mina, che invece hai inciso nell’album “Mobile” con Marius Sverrisson.

Guarda, questi brani non li ho scelti io, li hanno scelti Mietta e Marius Sverrison all’epoca. Direi quindi che Sergio Laccone piace molto ai cantanti se lo scelgono. Io mi sono divertito ad arrangiarli e a suonarli in versioni più vicine al jazz, ma apprezzo la sua musica in generale.

Precedentemente avevi già avuto modo di collaborare con una diva del pop: Helena Vondráčková. Come sei arrivato a questa cantante così famosa nella sua Repubblica Ceca che ha portato al successo internazionale sia un tuo inedito, “Fuego”, sia “Non vivo più senza te”?

“Non vivo più senza te” è stata la miccia… e un gruppo di cantanti italiani in Repubblica Ceca, che hanno fatto da tramite, hanno tradotto il brano in ceco ed è andato bene, tanto che l’ha rifatto uscire ancora l’anno scorso. Poi, visto che la versione ceca di “Non vivo più senza te” è andata bene, mi è venuta naturale la proposta di fare un singolo per Helena Vondráčková, “Fuego lento”…

Tua mamma Diletta Barone è romanziera, tuo fratello Michele Dessì paroliere musicale. Artisti per DNA familiare?

Sì… d’altronde l’educazione all’arte se c’è in famiglia si fa sentire. Mia madre mi ha messo la chitarra in mano a 12 anni perché mi annoiavo. Poi lei ha scritto 7, 8 romanzi pubblicati con vari editori… Pendragon e altri. Alcuni libri sono romanzi storici, altri dell’horror, seppur umoristici, e l’ultimo un giallo. Mio fratello ha fatto anche il radio-giornalista e fra poco esce il suo primo romanzo. In famiglia tutti appassionati di musica, Beatles, Mozart, Beethoven, Celentano, Mina… Al jazz ho iniziato ad avvicinarmi per i dischi che avevo a casa, come “Nefertiti” di Miles Davis, “The Riverside Trio” di Thelonious Monk e “Mingus Moves” di Charlie Mingus.

Quali sono i tre album di musica jazz che più hanno influito sulla tua formazione artistica e perché?

Del passato “Mingus Moves” di Charlie Mingus, che come dicevo avevo in casa. Mi piaceva da impazzire al punto che già da ragazzo mi dicevo: “Devo imparare a suonare sta roba!”. Nei trent’anni dovrei citare gli album considerati di fusion di Paco de Lucía. So che qualche purista del jazz non sarebbe d’accordo. Infatti non è propriamente jazz, ma dai critici è considerata ‘Fusion’, ossia fusione di stili, in questo caso una forte contaminazione fra jazz e flamenco. Paco è stato il più grande in questo. L’album “Solo Quiero Caminar”. Poi, di recente, un musicista che mi ha dato nuova linfa è stato Kamasi Washington. Mi piace tantissimo proprio perché non è solo jazz, c’è tanto altro. Il suo primo album “The Epic” è il mio preferito.

Come nasce l’idea di musicare alcune poesie di Federico Garcia Lorca, il romanzo “Pulp” di Charles Bukowski e il film muto ”Viaggio nella luna” di Georges Méliès? Per quale altra opera artistica del passato ti piacerebbe ripetere l’esperimento?

L’idea nasce dal primo spettacolo e CD che ho fatto, “Lady Bird”, che era la musica della messa in scena di “Pulp”, con foto d’autore durante la musica e adattamento teatrale in 5 atti. Il copione era bellissimo e a suo tempo si può dire che ce lo hanno rubato. Di lì a breve un famoso attore italiano fece una cosa praticamente identica, con stesso autore e musiche in tutti i teatri d’Italia. So che il nostro copione gli è arrivato sottobanco. Da lì mi sono interessato sempre al cinema, mia grande passione, e quando c’è occasione accetto, così come è capitato per le proposte sulle poesie di Garcia Lorca e su “Viaggio nella luna”. Un’altra opera che mi piacerebbe musicare è “Metropolis” di Fritz Lang del 1927… opera visionaria, fantastica!

Come è stato lavorare con Fabio Concato, Arnoldo Foà e Michael Daugherty?

Belle esperienze del passato. Fabio Concato e Arnoldo Foà scrissero alcuni testi e canzoni del musical “Patrizia”. Io facevo parte della band del musical, formata dagli studenti del Conservatorio di Adria. Partecipavamo al corso di jazz ma eravamo tutti già professionisti. Concato venne varie volte a trovarci ed è sempre stato cordiali con noi. Lo spettacolo è stato fatto in vari teatri fra cui il Sistina a Roma, dove tornò Concato come co-autore del musical. Foà non l’ho mai incontrato. C’era la sua voce all’inizio del musical e forse è venuto anche in Conservatorio in pre-produzione, cioè prima che iniziasse tutto. Con il compositore statunitense Michael Daugherty andò così. L’orchestra del teatro Comunale di Bologna cercava disperatamente un chitarrista acustico che suonasse una parte che tutti i chitarristi classici avevano rifiutato… con tanti accordi jazz scritti con note sul pentagramma e non col siglato. Alla fine vennero da me e in una settimana imparai tutto, per la prima dell’opera “Jackie O”, ossia Jacqueline Onassis dopo la morte di suo marito John Fitzgerald Kennedy. Una sorta di opera in stile americano, a metà fra il musical e l’opera italiana. Esperienza faticosa ma interessante. Non so se l’autore si presentò, ero troppo preso e concentrato sull’opera ed ero anche giovane.

Le tue canzoni sono particolarmente cinematografiche. Parlaci del tuo contributo nei film di Carlo Sarti, Toni Trupia, Giorgio Diritti e Cristian Cappucci, e del regista per cui ti piacerebbe scrivere in futuro.

Per Carlo Sarti il mio primo contributo nel film “Goodbye, Mr. Zeus!”, molto simpatico. Mio fratello Michele fece una comparsa e portò un mio disco al regista, che scelse una musica scritta e suonata da me fra il funky e il soul per il trailer e anche per delle scene del film. Per Toni Trupia come chitarrista per la colonna sonora di “Itaker”, composta da Davide Cavuti. Per Giorgio Diritti arrangiai e suonai alcune musiche per chitarra classica, destinate alla colonna sonora del film “Un giorno devi andare”. Da puro solista misi a punto la diteggiatura, ma il lavoro compositivo porta la firma di Marco Biscarini e Daniele Furlati. Per il film di Cristian Cappucci, “I Talk Otherwise”, mi divertii! Feci un mega assolo su “Hotel California” degli Eagles, lungo, eterno… prima moderato, poi scatenato… qualche giornalista dopo aver visto il film mi scrisse per farmi i complimenti. Purtroppo per problemi di diritti, proprio per quella canzone, non uscì il CD e poi non ho più seguito la faccenda. Per quale regista mi piacerebbe scrivere? Ne dico due: Paolo Sorrentino e, vabbè, Quentin Tarantino.

Associa un’immagine a ciascuno dei seguenti artisti con cui hai collaborato: Javier Girotto, Frank Marocco, Gabriele Mirabassi, Fabrizio Bosso, Biagio Antonacci e Mietta.

Javier Girotto… un fiume limpido, Frank Marocco… un bimbo che gioca sereno, Gabriele Mirabassi… mille note che scendono, Fabrizio Bosso… dal film “Collateral” di Micheal Mann la scena nel locale jazz, Biagio Antonacci… un grande padre, Mietta… una leonessa!

Descrivi con un aggettivo gli ospiti musicali del tuo nuovo album: Silvia Donati, Alessandro Altarocca e Leonardo Ramadori.

Silvia Donati… suadente, Alessandro Altarocca… intimista, Leonardo Ramadori… lucente.

Raquel Martinez è la ballerina spagnola protagonista nel videoclip di “Non vivo più senza te” e “Semplice”. Come nasce questa collaborazione e questa tua passione per tango e flamenco?

La collaborazione con Raquel Martinez è nata per caso. Leonardo Ramadori che suonava spesso anche con i Marea ci propose per uno spettacolo a Perugia, in Teatro, di fare qualcosa con lei… tra l’altro con prove di 5 minuti prima dell’inizio… Lo spettacolo venne benissimo e da allora abbiamo fatti Festival, piazze, videoclip e tanto atro. È bravissima, professionale, poi sempre preparata… pur non avendo un nome internazionale roboante è una fuoriclasse davvero, grande artista. La passione per tango e flamenco nasce, invece, dagli studi classici. Mi sono diplomato in chitarra classica nel 2003. Nel repertorio classico si studia Astor Piazzolla e tonnellate di musica spagnola, da Francisco Tárrega al Concerto d’Aranjuez di Joaquín Rodrigo. La passione è diventata vera quando ho visto come si suonano queste musiche in altri ambiti. Il tango e il flamenco suonati fuori dal Conservatorio sono veri… e fantastici… in ambito accademico perdono abbastanza. In Conservatorio è meglio fare Bach, Mozart, ecc. La chitarra è uno strumento per il repertorio popolare. Per alcuni chitarristi questo vuol dire sminuirla, invece è solo una questione di contestualizzare le differenze. Il livello dei chitarristi veri di flamenco fa paura. Io difatti non sono né un purista né un vero chitarrista flamenco. L’ho studiato, ma il mio ambito rimane quello del jazz sperimentale… legarmi a un solo genere per sempre mi farebbe soffocare.

“Non vivo più senza te” dà anche il titolo al tuo nuovo album. Parlaci degli altri brani presenti nel disco.

Il resto del disco è un progetto di vecchia data, che risale al 2009, fatto con i musicisti già citati. È stata una mia ricerca approfondita sulla musica mediterranea. C’è davvero di tutto come concezione. Dalla musica greca popolare di Mikīs Theodōrakīs al fado (vedi il brano “Cartagena”) e al jazz sperimentale (vedi “Immortal ad vitam”). Il tutto rigorosamente in chiave acustica e con suoni mediterranei. Allora mi interessava questo aspetto. Poi Alessando Altarocca, bravissimo pianista-contrabbassista, e Leonardo Ramadori, superlativo percussionista classico ed etcnico, mi hanno accompagnato e sostenuto meravigliosamente in questo lavoro. Silvia Donati ha generosamente messo il testo in due brani, “Mare calmo” e “Brivio Terra”, due testi tra l’altro molto belli, e ha cantato improvvisando, come si fa nel jazz, in altri due brani, “Cartagena” e “La dance infinite”. La Donati ha una voce caldissima e riesce ad imitare il suono dei fiati, da non perdere… davvero incredibile! Ancora oggi, quando risento quel lavoro, mi dà delle belle emozioni. La versione di “Non vivo più senza te” è dell’anno scorso… poi fra le mille cose che si fanno ci si mette del tempo per pubblicare. Il lavoro venne registrato appunto nel 2009 e lo dedicai a mio padre… che già era gravemente ammalato. E questa settimana, proprio durante l’uscita del disco, in programma da tempo, mio padre ci ha lasciati all’improvviso… coincidenza a cui non dò peso… solo la vita a volte è triste e bizzarra.

Entro il 2018 è atteso anche il nuovo album dei Marea. Puoi darci qualche anticipazione?

Sì, certo! Siamo contentissimi sia io che Massimo Tagliata di tutto il disco, in particolare due sorprese: Javier Girotto che suona in 5 brani come featuring ci regala una versione di “Paradise” con sax soprano e un flauto argentino particolare… sorpresa! Poi una cover di un brano molto conosciuto che non suona più nessuno, colonna sonora di un film di grande scandalo! Non dico altro.

Ti propongo un “Omaggio Stellare” per la mia pagina blog “Hit Non Hit” di Facebook. Accetti di omaggiare, a due anni dalla sua scomparsa, il grande sassofonista latin jazz Gato Barbieri con la versione chitarristica di un suo brano a tua scelta?

La tua richiesta sarà soddisfatta, molto prima di due anni! Ma certo, non dico altro… il mistero si svelerà a breve.

Andrea Dessì

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