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EUROVISION : LA GRANDE BRUTTEZZA

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Non avendo più lacrime per piangere non ci resta che gioire alla grande bruttezza. Onore all’olocausto musicale messo in scena da Eurovision Song Contest a Malmo nella contea della Scania svedese, nuova Terra promessa del trash. Evviva, la musica è finita.

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Genuflettiamoci sulle macerie della canzone d’autore e diffondiamo il verbo della canzone Pop ora e sempre nei secoli. Il lungo pellegrinaggio delle masse giovanili a Malmo ha segnato un fatto storico: la canzone non è mai stata così brutta dalla notte dei tempi a oggi. Non possiamo più nemmeno darne la responsabilità alla discografia o ai media, perché è il popolo stesso che lo ha deciso. La canzone non ha più nulla a che fare con la musica, è feticcio di balletti, costumi, celebrazione del brutto e del pessimo gusto. Dunque, santifichiamo il pop e innalziamo le nostre odi alla grande bruttezza, specchio infrangibile dei nostri tempi. Lo aveva già previsto nel 1963 David Hume alla Oxford University:

“La bellezza non è una qualità delle cose in sé: esiste soltanto nella mente che le contempla”.

Quali menti potrebbero ancora contemplare la bellezza se non esiste più? Oggi le cose sono cambiate, non perché noi le vediamo in maniera diversa, ma perché le esigenze della nostra società sono altre. Ad esempio il culto della bruttezza. Il popolo non è solo attratto dal brutto, ma lo esige, lo pretende, lo venera durante la ritualità faraonica di questi megaeventi che trascendono la semplice rappresentazione di uno spettacolo, per divenire cerimoniale in cui religione, fede, fondamentalismo e trascendenza mistica si sposano al mito della bruttezza.

Il prodotto artistico di massa contemporaneo è questa roba qua. Togliamoci dalla testa che possa esistere ancora l’arte, la Musica, l’avanguardia e la bellezza tradizionalmente intese. Al contrario, la nuova generazione giovanile attribuisce al Pop delle qualità tali da promuoverlo al rango di eroe mitico, con tutte le sue essenziali caratteristiche: la qualità di surrogato, di contraffazione, di pacchianità dell’immagine, di totale svuotamento del pensiero, di adorazione ludica del brutto e del grottesco.

Gli eroi di questo fenomeno mitologico sono ragazze e ragazzi, giovani discepoli apparentemente belli e piacevoli e totalmente immersi in una sorta di ingenua beatificazione di ciò che dovrebbero rappresentare. La loro metamorfosi e trasmutazione nel brutto, avviene per incanto appena entrano in una sala prove, prima del rito ufficiale sul palco. Il battesimo è già in atto. Si tolgono i vestiti e le scarpe d’uso quotidiano e subiscono inermi la mutazione della propria identità.

eurovision

Nel caso dell’Eurovision è complice anche il senso di eroico “patriottismo” con tanto di bandiere che li fa sentire eroi del Pop in rappresentanza del loro Paese. Il Tempio in cui si esibiscono è monumentale, come una grande cattedrale nel deserto. Un megaschermo mitologico mostra al popolo, la classifica della bruttezza. Chi viene eletto, è colto da una moderna forma di tarantismo, una sindrome di tipo isterico che provoca frenesia, scuotimenti improvvisi, urla, convulsioni, svenimenti. L’esorcismo giunge al culmine, la grande bruttezza così venerata, sorride in estasi.

Il rito si completa nella sua gloria. Titoli di coda. Purtroppo dovremmo aspettare ancora un anno, per un nuovo pellegrinaggio nella Terra promessa della grande bruttezza, ma questo è un sacrificio dovuto, perché il peggio deve ancora venire.

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