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Il Concertone è ancora giusto? – Analisi di quello che una volta era un evento alla vigilia della messa in onda su Rai3

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Il Concertone del Primo Maggio 2026 conferma una trasformazione che ormai appare difficile da ignorare: da simbolo di protesta e partecipazione collettiva a evento sempre più allineato alle logiche dell’intrattenimento televisivo.

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Una volta era un evento dirompente dove trovavano spazio artisti lontani dalla scena televisiva, oggi si passa dal palco del Teatro Ariston al palco di Piazza San Giovanni in Laterano con una facilità che lascia perplessi. Sembra che si pensi all’evento televisivo come si pensa ai pacchi di Affari tuoi su Rai1.

Nell’ottica di questa trasformazione sembra quasi più trasgressiva una puntata di “Ok, il prezzo è giusto!” con Iva Zanicchi, almeno c’erano i meravigliosi arrangiamenti del maestro Augusto Martelli… In questa (tele)visione commerciale, anche la scelta dei conduttori: Pierpaolo Spollon (volto rassicurante della fiction di Rai1), Arisa (voce classica ma onnipresente presenza televisiva nell’ultima stagione) e BigMama (più personaggio televisivo che altro), racconta perfettamente questa… “evoluzione”! Se così vogliamo chiamarla.

Volti popolari, capaci di gestire il palco con leggerezza e ritmo, ma anche portatori di un approccio che sembra voler smussare qualsiasi spigolo, troppi spigoli. Le loro dichiarazioni vanno tutte nella stessa direzione: evitare i “pipponi”, non annoiare, rendere il tutto più accessibile. Una scelta comprensibile, forse inevitabile in un contesto mediatico che vive di attenzione e numeri, ma che finisce per ridefinire il senso stesso della manifestazione. Se i presentatori diventano “giullari di corte”, come suggerito con autoironia, allora il rischio è che anche il messaggio si trasformi in qualcosa di decorativo, più che incisivo.

In questo scenario si inserisce la critica durissima di Pierpaolo Capovilla, che non usa mezzi termini: parla di «analfabeti funzionali» e attacca frontalmente un sistema musicale che, a suo dire, ha perso profondità e autenticità. Le sue parole possono sembrare eccessive, provocatorie, ma colpiscono proprio perché intercettano una sensazione diffusa: quella di un evento che ha progressivamente perso la sua carica conflittuale.

Il punto non è tanto la qualità dei singoli artisti o dei conduttori, quanto il contesto generale. Tutto appare calibrato, controllato, privo di reali scosse. Anche quando si sfiorano temi sociali o politici, lo si fa in modo leggero, quasi timoroso, come se l’obiettivo fosse più quello di non disturbare che di stimolare una riflessione. La protesta diventa narrazione, la rabbia si fa intrattenimento.

E così il Concertone rischia di diventare una sorta di paradosso: celebra il lavoro e i diritti, ma lo fa con un linguaggio sempre più neutro, addomesticato. Dove una volta c’erano interventi scomodi e momenti imprevedibili, oggi troviamo una macchina perfettamente oliata, che scorre senza intoppi ma anche senza veri picchi emotivi.

Le parole dei conduttori sulla “leggerezza con profondità” suonano allora come un manifesto involontario di questa nuova fase: un equilibrio difficile, che spesso finisce per privilegiare la superficie rispetto alla sostanza.

E la stoccata di Capovilla, per quanto brutale, diventa quasi una lente attraverso cui leggere l’intero evento.

Alla fine, resta una domanda implicita: si può ancora parlare di concerto di protesta quando tutto è così armonizzato, così compatibile con il sistema che dovrebbe mettere in discussione? Forse sì, ma a patto di accettare che la protesta, oggi, abbia cambiato forma, diventa più digeribile, più televisiva, più leggera. Oppure, come suggerisce questa edizione, semplicemente più prevedibile!

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