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CE NE FAREMO UN’OPINIONE (Ognuno è libero…di fare quello che gli va – CIT. Luigi Tenco)

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Siamo nell’ epoca in cui l’opinione è diventata culto, Vangelo, legge. L’opinionismo è persino diventata una professione ambita e ben pagata. E’ stata prima la televisione a inventare il ruolo dell’opinionista, del tuttologo per caso, poi internet l’ha reso un mito.

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Persino il giornalismo d’antan è stato superato dall’opinionismo dilagante. La gente prende il metro o il treno per andare a lavorare ascoltando sullo smartphone, i mille influencer che si alzano al mattino per mettersi davanti al computer e dire la loro su ogni cosa; dal genocidio palestinese ai crampi di Sinner, dai gusti sessuali di Signorini al sequestro dei volontari della Flottiglia in acque internazionali. Tutti parlano e pochi pensano. I nuovi maestri del pensiero si confondono tra Adani, Cassano, Scanzi, Selvaggia Lucarelli, Barbero. Orsini, Corona 1, Corona 2. Nessuno pone domande ma solo risposte. Il giochino è facile ed è quasi gratuito, per cui ecco che si accodano i  mille esperti che “scoprono i 5 siti che devi assolutamente cliccare”, i modi segreti per pulire il tuo pc e renderlo intaccabile con un solo click, le centinaia di chiavette usb per vedere tutti i canali tv del mondo, anche quelli criptati dalla Cia e dal KGB, le mille ricette a base di zenzero e rapa rossa che sconfiggono il cancro, i 30 movimenti mattutini giornalieri che ti scolpiscono gli addominali in soli 15 giorni. Insomma, di tutto e di più come la RAI. E così, lentamente e inesorabilmente…ci abituiamo alla cazzata quotidiana che non risparmia nessuno, nemmeno i cantautori. Il caso di De Gregori avvenuto durante la sua conferenza stampa al Teatro Out off di Milano, è stato talmente gonfiato, da costringermi a scriverci sopra anche io. L’argomento pare che continui a tirare, e infatti ne hanno parlato anche Edoardo Bennato, Enrico Ruggeri sulla sua pagina social ma con un pensiero sicuramente più interessante degli altri, Enzo Iacchetti che forse si è sentito tirare la giacchetta dallo stesso De Gregori, un articolo a tutta pagina de Il Fatto Quotidiano, e via dicendo. Ordunque il tema è:

È opportuno che gli artisti e le persone di spettacolo rendano pubbliche le loro idee e preferenze?

Secondo De Gregori che ha citato il lungo monologo anti-Trump di Springsteen, costoro non hanno titoli per farlo. Ma quali titoli servono per esprimere un’opinione su quello che accade nel mondo, se non un minimo di cultura, ricerca, di conoscenza e di coscienza umana? De Gregori non ce l’ha spiegato, anche se ha detto che avrebbe preferito ascoltare un filosofo su un palcoscenico anziché Springsteen.  Il punto credo, non è tanto, Chi debba parlare e Chi debba ascoltare, quanto Cosa si dice e in Che modo. Il punto è se si dicono cose intelligenti che fanno pensare e riflettere o se al contrario, si sparano cazzate a vanvera per catturare più followers. La distinzione non è affatto sottile o banale.

Francesco De Gregori, dall’alto del suo proverbiale snobismo, ritiene che la gente non abbia bisogno di proclami o di messaggi dagli artisti, perché un’opinione già ce l’ha. In effetti coloro che hanno votato Trump, Orban o la Meloni, l’opinione l’hanno già espressa o hanno tutti votato per seguire l’onda? De Gregori dimentica, che esiste una cosa che una volta si chiamava ignoranza, e che oggi viene chiamata distrazione di massa. Dimentica anche che in questo Paese, perennemente suddito del duopolismo, il partito di maggioranza è quello astensionista. Dimentica che di questo passo, di elezione in elezione, un Governo potrebbe andare al Potere con solo il 20 % di voti. Cosa c’entra questo con il comizio di Springsteen? C’entra nella misura in cui, la gente smette di pensare, c’entra quando la gente ritiene normale che un pazzo megalomane come Trump impone un decreto che lo rende immune da ogni tassazione e da ogni debito fiscale, c’entra quando un ministro italiano dice davanti alle telecamere che il “diritto internazionale è relativo”, c’entra quando in un mondo rovesciato come questo, i nuovi nazisti sono il premier e i ministri  israeliani, c’entra quando l’Europa finanzia una guerra ad libitum, anziché promuovere la trattativa di pace, c’entra quando la gente non si è ancora accorta che sia normale vivere in una perenne crisi di emergenze sanitarie, economiche e belliche. C’entra quando 1300 plurimiliardari decidono le sorti dell’intera umanità, c’entra quando torna il Medioevo. In tutto questo contesto, perché alzare le spallucce e provare imbarazzo, se un artista conosciuto in tutto il mondo, ma anche se non lo fosse affatto, decide di dire al microfono che tutto questo gli fa schifo e che la democrazia non ha più alcun valore?

De Gregori dice che sarebbe più opportuno che l’artista lo dica nelle sue opere, nelle sue canzoni o in altre forme, ma non in modalità “comiziali”.

Ma che ha senso ha cercare il pelo nell’uovo? Dibattere sul piano formale anziché sostanziale? Secondo me nessuno, a meno che….e lasciatemi il doveroso sospetto, il motivo e il fine, sia semplicemente quello di “spararla grossa” per ottenere una bella “tonnellata” di visibilità, guarda caso alla viglia di un tour nazionale.  La domanda è: “Ma la storia non eravamo noi, nessuno escluso, o è diventata solo la colonna sonora per gli spot di una multinazionale?

Così, giusto per capire, perché non è mica vero che “non c’è niente da capire”, caro Francesco.

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