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mercoledì, Marzo 11, 2026

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Quando finisce Sanremo…

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Quando finisce Sanremo, come un cenerentola dei poveri allo scoccare della mezzanotte, svesto i panni del sadico critico di costume e torno alla mia vita normale, fatta di piccoli songwriters sconosciuti che mi hanno fatto sempre stare bene.
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Perché la settimana di Sanremo è una settimana delirante, durante la quale, la magia televisiva ti toglie dai fatti quotidiani e ti catapulta in un sopra sotto fatto di lustrini, dentiere luccicanti e luci accecanti che quasi quasi ti sembra un sacrilegio che qualche pazzo debba sganciare bombe proprio adesso.

Mannaggia al mondo, mi sento, veramente e profondamente, un coglione e ogni volta che mi risveglio dal barbaglio della promiscuità del festival, ricevo una tale ciaffata che le sberle che tirava Bud Spencer, in confronto, sono carezze.

Perché Sanremo è Sanremo, non è importante la specificazione, e quest’anno, giusto per ribadire, che si tratta di Sanremo, la sigla ce lo ripete fino alla nausea. Per una settimana, il paese rimane in sospeso, in una specie di limbo acquoso che, spesso, sempre troppo spesso, assume le sembianze di una laguna malmostosa.

Non oggi, in particolare, sempre, o quasi.

Per questo, prendo la notizia della vittoria di Sao da Vinci con la serenità di colui che non vede vincere mai i suoi favoriti. D’altronde, cosa pretendere da chi, da bambino, decise di tifare Fiorentina, in un mondo e un periodo storico in cui tutti, anche i preti, anche i cadaveri, anche i cipressi, ricavano Juventus?

Sal ha cantato una canzone godibile, vecchia come il ricordo del mio bisnonno, ma godibile, ricca di Pathos e di tutti quegli ingredienti che da sempre piacciono ai più e non a me, lasciandomi crogiolare nella solitudine dei numeri primi.

Sal è un professionista, un cantante che canta (e oggi, questo, non è scontato) e che dimostra di “sentire”, di “amare” quello che fa, come lo fa e quanto lo fa.

Ecco, mi confesso, ma non ditelo a nessuno, perché non voglio finire la mia vita da solo, burbero e incazzato col mondo, ma a me non piaceva granché nemmeno la sua precedente “rossetto e caffè”. No, non per snobismo, per piacere, ho altri tipi di musica per la testa. Non è colpa mia, né sua, sempre che si possa addebitare una colpa quando si parla di gusti.

Dico questo per evitare fraintendimenti, perché, alla fine, vedere l’emozione che ha colto il vincitore, nel momento dell’annuncio, mi ha fatto bene al cuore. Vorrei vedere sempre quel trasporto, quell’incapacità di trattenersi, quel sorriso che si fa pianto e si fa sorriso e rende la faccia una maschera che, per un attimo, non ha più bisogno di denti rifatti e capelli impomatati.

Sì, è così, ho bisogno di verità, sempre che verità ce ne sia in un programma televisivo. Ho bisogno di sentire una Serena Brancale, perdere il controllo della voce, un Raf che, al contrario, lo ritrova, un Fulminacci che accetta il premio della critica ma dice che una canzone sui sentimenti non dovrebbe ricevere un premio della critica, indicando la via del futuro ahli addetti stampa, sempre più proiettati verso un pressappochismo che spiazza e un po’, nel mio piccolo, spaventa, dove conta ancora una volta il personaggio, il trend, l’hype più della canzone.

È un mondo strano, davvero, un mondo che odia i sentimenti e li rifugge quando hanno una veste da quelli che ci piacciono, e si spertica in lodi e riconoscenza per ogni nuovo dio da sacrificare sull’altare dei personaggi, per una mezz’oretta, poi lo manderanno “a cagare”.

Siamo un paese strano, che si straccia le vesti per la vittoria di Sal da Vinci e tace o, al massimo, mugugna sulle porcate che subisce ogni “giorni di pioggia” che il governo “mette in terra”.

E vogliamo parlare del nuovo direttore artistico che non fa parte della musica, che va a sostituire un direttore artistico che non faceva parte del mondo della musica che a sua volta, andava a sostituire un altro direttore artistico che non faceva parte del mondo della musica e così via, nei secoli dei secoli.

Questa è la realtà, “l’impero della musica è giunto fino a noi carico di menzogne”, la nomina di de Martino, per quanto mi riguarda, ha lo stesso sapore dell’elezione di Monti, cioè qualcosa che nasce altrove e che io (noi) subiamo senza neppure scandalizzarci.

“Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena”, anzi, no, compriamoci i braccioli e le ciambelle che l’estate è vicina e ho sentito due o tre pezzi da novanta che ci faranno ridere e divertire tantissimo, mentre sculetteremo in quell’angolo di paradiso posticcio che ci concederemo spendendo più di due stipendi, in qualche località turistica alla moda.

Detto questo, buongiorno, la musica è finita, gli amici se ne vanno, che splendida serata quella nella quale, un cantante piuttosto famoso si è ricordato, unico tra i tanti, gli autori di una sua storica canzone, con particolare attenzione per un nome, quel Lucio Quarantotto e il suo male di vivere, che lo ha portato via troppo presto dalla nostra memoria

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