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Parla Mario Lavezzi – INTERVISTA

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di Athos Enrile

Sono convinto che passare una giornata a chiacchierare con Mario Lavezzi, potendo trovarne una completamente libera dai suoi impegni, produrrebbe materiale per scrivere un libro sulla storia della musica italiana degli ultimi 50 anni. Elemento comune a molti, ai tanti che sono stati testimoni attivi dell’evoluzione della società, avendo la capacità e l’opportunità di creare episodi artistici che rimarranno per sempre; ma spesso tutta questa enorme esperienza accumulata non viene fissata sulla carta, azione che potrebbe essere spunto di riflessione per il nuovo che avanza.

E’ quindi con grande piacere che ho posto qualche domanda a Lavezzi, focalizzandomi su alcuni punti precisi, con un tocco di nostalgia, ma privilegiando l’attualità.

Credo sia del tutto inutile, all’interno di questo spazio, tracciare la sua storia personale, molto meglio leggerne il pensiero, per capirne di più sull’attuale stato della musica.

Crediti Foto Fasano
Crediti Foto Fasano

 

Chiacchierando con Mario…


Mario, cosa vuol dire fare il produttore discografico nel 2016?

Bella domanda. Da sempre e non solo in questi ultimi anni, fare il produttore discografico significa innanzitutto trovare un artista che abbia una spiccata personalità, sia nel modo di  porsi che nella timbrica vocale. E ovviamente, se cantautore, anche originalità di scrittura. Comunque per me non è fondamentale che abbia una grande tecnica vocale, ma piuttosto una  forte  capacità  di interpretare  e  comunicare. Se poi tecnica vocale si unisce anche a capacità interpretativa allora si può parlare di perfezione. Per un interprete è poi fondamentale trovare CANZONI che possano mettere in risalto le sue peculiarità.  Identificare un’originale linea musicale da sviluppare insieme ad arrangiatori, musicisti e fonici che si sposino al progetto. 

Ma non è finita. Un altro aspetto indispensabile è la ricerca dell’immagine che deve armonizzarsi al carattere dell’artista e al contenuto del repertorio che poi deve essere trasferito nella promozione (Video, TV, Radio, Stampa, Concerti live, ecc.).

Insomma  un  lavoraccio. Oggi sempre più difficile e, per le cause che tratterò più  avanti, sempre meno retribuito!

Quanto ha modificato il sistema la tecnologia, la possibilità di arrivare ovunque, la quantità enorme della proposta, e il fatto che chiunque possa diventare imprenditore di se stesso, anche quando il talento manca?

Da come stanno andando le cose sul nostro pianeta, mi sembra evidente che  stiamo attraversando un’epoca di decadenza. E questo inevitabilmente influisce  anche sulla creatività in genere, ma nello specifico anche su quella musicale. La velocità di consumo è impressionante ed è sempre più raro che emergano canzoni che possano durare nel tempo. La tecnologia, se da una parte ha offerto enormi vantaggi (vedi programmi di registrazione digitale) rispetto a come si realizzavano un tempo le  registrazioni, dall’altra ha annullato la necessità di aggregarsi per creare musica insieme. Un conto è scrivere una canzone e svilupparne  l’arrangiamento da soli al computer, un altro è trovarsi con altri musicisti e creare, scambiandosi diverse esperienze e punti di vista.

Solo i gruppi riescono a farlo ancora. E si sente…

Ora assistiamo ad una miriade di proposte “fai da te” in rete. Ma quante rappresentano una qualità accettabile con un soddisfacente risultato? Si cantava “Uno su mille ce la fa” oggi potremmo dire uno su un  milione, se non di più. Per  non  parlare  della  “bufala”  del numero  spesso  falsato di scaricamenti e visualizzazioni che sono un illusorio sinonimo di successo.

La domanda “Talent o non Talent?” si presta sempre a differenti risposte e a bilanci controversi: qual è il tuo pensiero in proposito?

Sempre a causa della tecnologia, oggi il “supporto fisico” sta scomparendo soppiantato dal digitale, che comunque è lontano anni luce dal produrre i ritorni  economici che si ricavavano attraverso la vendita di vinile, cassette e Cd. Di conseguenza mancano le risorse economiche, soprattutto per investire sui giovani. E lo dimostra l’atteggiamento preso dalle major, che oramai investono, quasi esclusivamente, su elementi che provengono dai talent o da Sanremo. Ormai un album lo si può realizzare con poco, ma la promozione (radio, TV, stampa, ecc.) rimane costosissima. Quindi investire su un personaggio che è stato in televisione per mesi assicura un vantaggio non indifferente. Se poi non c’è continuità, si può sempre investire sull’elemento che uscirà l’anno successivo. E’ la legge del mordi e fuggi! 

Mi pare d’obbligo una domanda sulla tua recente separazione da Deborah Iurato: possibile chiarire l’episodio, non tanto per entrare nella vicenda personale, ma per comprendere meglio certi meccanismi che appaiono incomprensibili ai non addetti ai lavori.

Ho scelto Deborah Iurato perché a mio parere ha delle ottime qualità interpretative. Premetto che come l’ho sentita alla prima puntata del pomeridiano di Amici 2013/2014 ho inviato immediatamente alla produzione del programma la  richiesta di potermene occupare. Così è nata la nostra collaborazione, sfociata con la vittoria e il primo album che è stato pubblicato da Sony alla fine di maggio 2014, ottenendo il disco di platino. Per Sanremo di quest’anno avevo proposto a Conti una canzone interpretata solo da Deborah. Gli era piaciuta parecchio, tanto che suggerì una modifica alla stesura del brano.

Quindi le possibilità che entrasse nella rosa dei partecipanti al Festival erano molto alte. Poi all’ultimo momento (sto parlando del giovedì precedente la domenica in  cui è stato comunicato il cast), dall’amicizia tra Deborah e Giovanni Caccamo è nata l’idea di “Via da qui” e del duetto. Scelta da me non condivisa e di cui Deborah si è assunta la totale responsabilità. Ne è emerso che, nonostante il terzo posto a San Remo, gli effetti sono stati molto deludenti.  

Dopo un simile risultato, non avrei saputo più cosa inventarmi per continuare a sostenere Deborah con risultati soddisfacenti. Perciò, anche alla luce di un contratto che scadeva a fine aprile di quest’anno, abbiamo serenamente preso la decisione consensuale di interrompere il rapporto di collaborazione.

Restiamo sul difficile… mi puoi fotografare l’attuale stato della SIAE, dopo i cambiamenti al vertice? Possibile fare un bilancio della nuova gestione?

E’ dal 1993 che, ricoprendo vari incarichi in SIAE, cerco di dare il mio contributo in difesa del diritto d’autore. Ma non ho mai visto mettere in atto riforme così profonde come quelle realizzate dall’amministrazione guidata dal Presidente Gino Paoli e proseguita con Filippo Sugar. Parecchi sono gli interventi che sono stati fatti e sarebbe troppo lungo elencarli tutti. Ma tra i tanti: lo sviluppo del nuovo portale che, attraverso la semplicità di navigazione, permette la consultazione dei propri rendiconti, la compilazione del borderò online, l’iscrizione gratuita per gli autori al di sotto dei trent’anni d’età e molto altro ancora.

La battaglia vinta sulla copia privata e il nuovo contratto con Sky che hanno determinato un notevole incremento degli incassi con la conseguente diminuzione dell’agio SIAE. 

Strumentalmente i detrattori sostengono che sono sempre i soliti a guadagnare. A  loro rispondo che “I soliti” sono solo gli autori che hanno scritto e scrivono successi. E non solo gli storici, ma anche i giovani come Federica Abbate, Federica Camba, Daniele Coro, Luca Chiaravalli, Saverio Grandi e moltissimi altri.

La SIAE va difesa!!! Sono troppi coloro che vorrebbero indebolirla per cercare di non pagare il diritto d’autore. Soprattutto i colossi del web che nonostante ricavino profitti miliardari, attraverso lo sfruttamento dei contenuti, cercano di pagarli il meno possibile, se non nulla.

Alcuni giornalisti a libro paga delle lobby parlano di “Tassa della SIAE”, ma si dimenticano di specificare che l’acronimo SIAE sta per Società Italiana Autori ed  Editori, e che la sua principale missione è quella di raccogliere i proventi, distribuirli e difendere i diritti degli autori.

Ultimamente, attraverso una lettera aperta firmata da più di mille autori e l’impegno del D.G., del Presidente e degli uffici, è stato bloccato un emendamento che con il pretesto di recepire la direttiva europea avrebbe tolto alla SIAE l’esclusiva di legge con le conseguenze che si possono ben immaginare. Mai come  negli ultimi tempi il diritto d’autore è stato sotto attacco ed è per questo che bisogna essere tutti uniti, autori ed editori. Ne va del futuro dell’opera dell’ingegno

E’ di questi giorni la querelle relativa al rapporto tra Mogol e la moglie di Battisti, con la sentenza di primo grado ormai nota: puoi esprimere una tua opinione in merito?

Se non ci sono motivazioni più che valide, un editore o un coautore non può impedire di trarre profitto da un’opera attraverso le sincronizzazioni o altri sfruttamenti.

La sentenza di primo grado mi sembra più che giusta.

Ma c’è un altro aspetto che evidenzierei. Al contrario di quanto stanno facendo gli eredi di Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Lucio Dalla, Mango, ecc. per sostenere la loro memoria e le loro opere, per ricordare la grandezza di Battisti non si fa nulla,  impedendo sistematicamente qualsiasi iniziativa. Essendo stato un grande estimatore ed amico di Lucio trovo che sia un gravissimo comportamento.

Sono passati più o meno tre anni da quando ti vidi a Sesto San Giovanni, testimone attivo, assieme a Teo Teocoli, del ritorno di Giorgio “Fico” Piazza… una reunion tra amici: che ricordi hai dell’atmosfera che si respirava a cavallo tra gli anni ’60 e ’70?

Mi  fanno  spesso  questa  domanda. Rispondo che è stato un grande privilegio vivere quell’epoca. Il fermento sociale “planetario” che si respirava in quegli anni ha prodotto in tutti i settori un’esplosione di eccellenze creative senza pari. Pensiamo al design, moda, arte figurativa, cinema, teatro, letteratura, musica, ecc. E’ come se si fosse vissuto un nuovo Illuminismo. Del resto come si spiegherebbe che ancora oggi, a distanza di quarant’anni si ripropongono ancora i medesimi modelli in molti settori, tra i quali la musica?! Tutto è dovuto a quel fenomeno straordinario scaturito dal tessuto sociale dell’epoca, che spingeva per un cambiamento radicale dei costumi. 

Esiste un artista o una band che ha realmente segnato la tua vita, che ti ha influenzato, di cui hai ammirato il talento e filosofia musicale?

Non ce né stato solo uno. Posso fare un elenco di coloro che sono stati alcuni tra i miei più importanti punti di riferimento, partendo da quando ho iniziato a suonare; tra gli stranieri: Gershwin, James Brown, Elvis Presley, Shadows, Beatles, Rolling Stones, Procol Harum, Bob Dylan, Otis Redding, Doors, Deep Purple, Genesis, Emerson Lake and Palmer, Bob Marley, Police, Peter Gabriel. Tra gli italiani inserisco Battisti, Dalla, De André, De Gregori, Gaber.

Tra i tanti ruoli che hai ricoperto in ambito musicale, ne esiste uno che, più di altri, ti ha dato soddisfazioni professionali indimenticabili?

Sicuramente quello di autore. All’inizio della mia carriera quando a vent’anni ho scritto con Minellono e Mogol “Il primo giorno di primavera” per i Dik Dik, prodotto da Battisti. Ma anche quando Lucio Dalla ha scelto “Vita”, scritta con Mogol, per l’album evento Dalla Morandi.

Per tanti aspetti, non potrò mai comunque dimenticarmi l’incontro e il percorso fatto con Loredana Bertè…

Il cantautore è tecnicamente colui che propone le canzoni che scrive, ma nella storia passata ha assunto un vero ruolo, con caratteristiche ben precise, anche politiche: come si potrebbe definire un cantautore in questo nuovo millennio?

Non credo che si possa fare un paragone tra i cantautori degli anni ’60/’70 e quelli di oggi. Il contesto è completamente diverso. Bob Dylan è stato uno dei principali capostipiti di quel fenomeno e, dato il periodo di impegno politico, le canzoni che si scrivevano erano prevalentemente di protesta. 

Oggi direi che quel modo di scrivere e di esprimersi è rappresentato prevalentemente dai Rapper.

Prova a fare uno sforzo di immaginazione a cui applicare la tua enorme esperienza: cosa sarà il mondo della musica tra 20 anni?

Chi può dirlo?!?! Ma voglio essere ottimista e mi auguro che le nuove generazioni riescano a far rinascere un altro Illuminismo.

Un’ultima cosa… che cosa ha pianificato Mario Lavezzi per il suo futuro prossimo?

I progetti non sono pochi… 

Tra questi vi è il concorso CAMPUS BAND di cui sono promotore, dedicato alle band che  nascono all’interno delle scuole superiori ed università, sostenuto da SIAE, MIUR, Comune di Milano, Corriere della Sera e RTL 102.5. La finale si è svolta il 16  giugno al Castello Sforzesco di Milano dove ha vinto il gruppo The  flyers, composto da un trio di sedicenni provenienti da Siderno con un’invidiabile energia. 

Mi sto anche occupando della produzione di un nuovo progetto di Alexia che vedo molto carica e motivata. Ma fino a che non è terminato preferire non entrare nei dettagli.

Inoltre sto proseguendo con il mio spettacolo che si chiama “Come nasce una canzone”, nel quale racconto una serie di curiosi aneddoti su come sono nate molte delle canzoni che ho scritto, partendo dal periodo in cui facevo parte dei Camaleonti ad oggi.

Ve ne sono altri in cantiere che però vorrei svelare quando prenderanno una forma  più concreta.
E allora… non resta che aspettare, il programma appare nutrito!

 

 

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