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La mia Woodstock: Pensieri sparsi e intervista a Lucio Salvini

Si avvicina il momento della celebrazione, quello che permetterà di “raccontare” il Festival di Woodstock. A raccontarlo per noi oggi lo storico discografico Lucio Salvini

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Si avvicina il momento della celebrazione, quello che permetterà di “raccontare” nei dettagli La Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock, meglio conosciuta come il Festival di Woodstock, un compleanno che cadrà a metà agosto, e i 50 anni sono solitamente forieri di festeggiamenti!

A dire il vero l’argomento non è mai scaduto di interesse, perché ha rappresentato una svolta da molti punti di vista, e qualsiasi giovane è oggi in grado di riconoscere e abbinare “Woodstock” ad una tipologia di vita ben precisa, e quindi appare, anche, come utile mezzo di catalogazione e semplificazione.

Se è vero che le ricorrenze alimentano il “mercato”, con specifici appuntamenti televisivi, libri, album e quant’altro, occorre dire che l’argomento è già stato affrontato in tutte le salse e le angolazioni, e attraverso la musica e i fatti concreti, si è arrivati ad analizzare un periodo storico, sviscerandolo dal punto di vista sociale, politico e antropologico.

Mi sono quindi posto il problema di come presentare uno scritto che porti novità, o comunque nuovi elementi di riflessione, e sono arrivato a dividere l’articolo in due sezioni.

La più importante è la seconda, perché non riguarda la sfera delle opinioni, ma la fotografia realizzata da un testimone oculare italiano, raro in quella veste, non un semplice spettatore (già difficile da trovare), ma un addetto ai lavori, Lucio Salvini, che ho intervistato e da cui ho ricevuto risposte approfondite che propongo a seguire sotto forma di racconto fluente.

La prima parte invece mi porta a qualche considerazione, che spero possa essere almeno originale.

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Non posso non partire dal fatto che quando il film arrivò in Italia – io avevo quattordici anni ed ero già intriso di musica – la mia vita, per alcuni anni, cambiò radicalmente.

Mi sentivo attratto da quel mondo, dai suoni e dai colori, e incominciai a seguire quella che poteva sembrare una moda passeggera. L’essenza però mi è rimasta addosso, Woodstock non mi ha mai abbandonato in questi 50 anni, e quindi viene da chiedersi che cosa rappresentò di così diverso, perché ha lasciato segni così profondi, tanto da caratterizzare il mio percorso e quello di molti altri.

Sono tante le domande che mi sono posto, ma ce n’è una in particolare che riguarda l’aspetto partecipativo.

Dal racconto di Salvini emerge come il pubblico arrivato a Bethel sia stato dieci volte quello ipotizzato… 500000 anime… un numero immenso, che qualcuno dice potesse essere anche il doppio.

Bastarono i giornali? Il passaparola? Le televisioni?

500000 anime! Da cosa furono mosse?

Ho scoperto da un paio di anni il pensiero di Simon Sinek, americano, e l’ho fatto mio.

Sinek è l’inventore del “Golden Circle”, una teoria che ha messo in relazione alcuni accadimenti degli ultimi cento anni, trovando un comune denominatore in tutti i sistemi vincenti, evidenziando che questi ultimi, contrariamente a quelli usati dalla massa, propongono il loro messaggio partendo dal centro del “Circle”, quello che privilegia gli aspetti emotivi e l’utilizzo delle idee a svantaggio della proposizione della sola razionalità. Tutto questo non rientra nella sfera psicologica ma in quella biologica, essendo copia perfetta della struttura del nostro cervello, con la suddivisione delle aree che sono responsabili dei nostri comportamenti.

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Ma che cosa hanno in comune la Apple e Martin Luther King, tanto per citare due dei modelli sottolineati da Sinek?

Semplifico al massimo i suoi concetti.

La Apple cerca di vendere un’idea e non un prodotto (azione consequenziale), e di fatto potremmo comprare qualunque cosa con quel marchio, perché il brand simboleggia una missione precisa, e ciò in genere spinge verso la condivisione, in questo caso l’acquisto.

E Marthin Luther King? Era l’unico uomo di colore ad aver sofferto? L’unico intelligente e bravo oratore? Come poterono arrivare 250000 persone al Centro Commerciale di Washington, nel 1963, per assistere al suo famoso discorso in tempi in cui internet non esisteva? Bastavano i media di allora?

Anche lui, analogamente a quanto cerca di fare oggi la Apple, regalò un’idea, e alla fine ciò che ancor oggi può far la differenza risiede nelle famose parole “I have a dream”, molto diverse da un possibile “I have a plan”.

In quell’estate del 1969, carica di turbolenze e sofferenze (il massacro di Bel Air avvenne solo una settimana prima del concerto), ciò che aiutò in maniera determinante lo spostamento in massa di migliaia di giovani fu l’identificarsi in uno slogan vincente, quel “3 Days of Peace & Rock Music”, che racchiudeva in sé la differenza tra il sogno e la pianificazione, e ciò servì, forse, a realizzare il più grande evento live di tutti i tempi.

Conclusioni opinabili, ovviamente, ma mi piace pensare che le parole, espressioni di idee e propositi, siano state decisive per concretizzare l’evento.

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Ciò che invece non è da mettere in dubbio è il racconto di che era presente a Woodstock, il più volte citato Lucio Salvini. Leggiamolo.

Partiamo dal motivo per cui ho avuto l’occasione di assistere al Festival di Woodstock.

Io allora ero alla Ricordi – avevo 31 anni ed ero poco più che un ragazzo – ma ci lavoravo già da 5 o 6 anni, e in quel momento ero responsabile del settore estero.

Tra le etichette che rappresentavamo c’erano la Warner, la Atlantic e la Elettra, meglio conosciute con l’acronimo di WEA.

Mi trovavo a Los Angeles per lavoro, proprio qualche giorno prima del Festival.

Chiamai a New York Nesuhi Ertegün, che era il presidente della WEA e si occupava del comparto internazionale; la WEA era di proprietà dei due fratelli Ertegün, uno era Ahmet – quello che scoprì artisti come Aretha Franklin, Diana Ross, John Coltrane, Charles Mingus, Ornette Coleman, Led Zeppelin, Yes, producendo tutti i dischi della Atlantic – mentre il fratello si occupava del businnes.

Erano i figli dell’ambasciatore turco a Washington, realmente pregni di musica; avevano iniziato molto giovani, andando in giro con strumenti primitivi a registrare tutti i grandi del jazz – la loro vera passione -, e avevano una collezione che nessun altro poteva vantare a quei tempi. Con quel sistema erano riusciti a costruire una nastroteca importantissima, con testimonianze di Charlie Parker, Mingus e tutti i grandi pianisti del momento.

Chiamai Neshui e gli dissi: “So che c’è questo evento a Woodstock, mi piacerebbe andarci, che ne dici?”.

La notizia era uscita sui giornali e da un pò di tempo si parlava di questa possibilità, ma erano nate molte difficoltà di ordine pratico: il primo approccio aveva avuto esito negativo, perché il proprietario del terreno individuato non aveva accettato gli accordi proposti; al secondo tentativo la gente del posto si era ribellata; ma quando la cosa diventò una certezza manifestai a Nesuhi il forte desiderio di partecipare, anche perché avrebbero suonato molti artisti che io rappresentavo in Italia come distributore della WEA.

Lui rispose: “Devo andarci anche io, vieni a New York e partiamo assieme…”.

La sua “visita” in realtà aveva un obiettivo primario, favorire l’inserimento di Neil Young nel trio già collaudato formato da Crosby, Stills & Nash, e siccome i tre non erano molto felici e propensi all’accoglienza, Nesuhi pensò che la sua presenza avrebbe potuto essere determinante per limitare i danni.

E così andai a New York. Da lì partimmo all’alba del 15 agosto diretti a Bethel, anche se a un certo punto fummo costretti a fermarci perché si era già formata una coda lunghissima e proseguire con i mezzi propri era impossibile; nel punto in cui ci arrestammo era stato organizzato un servizio di navetta con elicottero, e quindi, usufruendo di quella possibilità, potemmo arrivare agevolmente a Bethel. Non esisteva una pista per l’atterraggio, e quando il mezzo arrivava sul prato dedicato, un paio di centinaia di persone si sdraiava a terra, una vicina all’altra, formando un grande cerchio di riferimento, al centro del quale atterrava l’elicottero.

Nel retropalco c’erano tutte le roulotte delle case discografiche e dei giornalisti, ed era un casino infernale. Io avevo un pass che mi consentiva di andare in tutte le aree, e bazzicavo a piacimento tra backstage, roulotte e campo.

Rimasi lì per tutto il periodo, sino alla performance finale di Hendrix, il lunedì mattina.

Hendrix, per contratto, doveva essere l’ultimo a suonare, in un orario ben determinato, solo che il timing in quei giorni non fu mai rispettato a causa di varie vicissitudini meteorologiche e conseguenti problemi con gli impianti elettrici, e chi precedeva Hendrix nella set list, gli Sha Na Na, finì alla tre e mezzo del mattino della domenica (cioè lunedì), e Hendrix non volle più salire sul palco – immaginando altra pioggia in arrivo -, preferendo così suonare all’inizio della mattina del giorno successivo.

Molti se ne andarono, e probabilmente quelli che abitavano a New York cercarono di rispettare gli impegni lavorativi del lunedì, ma si stimò che in ogni caso almeno la metà del pubblico iniziale fosse presente, il che tradotto in termini numerici significava circa 250000 anime.

Tra le cose curiose ricordo un momento per me molto importante dal punto di vista professionale, perché riuscii a gettare le basi per ottenere un contratto con Joan Baez. Lei, incinta di sei mesi, era in scaletta il primo giorno, quello dedicato al folk; all’inizio della sua performance fece un lungo discorso di protesta, antimilitarista: il marito era in prigione a causa di una di quelle marce contro il Vietnam che aveva generato scontri con la polizia, e mi pare fosse obiettore di coscienza.

Dopo la sua performance andai a salutarla e mi complimentai per la sua voce straordinaria; lei, parlando dell’Italia, chiosò che nel nostro paese eravamo molto morbidi in fatto di proteste, e io le dissi: “Perché non ci dai una mano anche tu? Io pubblico i tuoi dischi se vuoi!”.  Lei accettò e mi diede l’indirizzo della sua casa discografica, la Vanguard Records di New York, che era di proprietà di due fratelli ebrei, Maynard e Seymour Solomon. Una volta tornato nella grande mela andai a trovarli, e il tutto si concretizzò con la firma di un contratto con Joan Baez per l’Italia, e portò alla pubblicazione di tutti i suoi dischi per 4 o 5 anni.

Restando sulle curiosità già note, posso rimarcare che i Led Zeppelin non vollero venire perché non giudicarono il festival abbastanza importante… e il sabato fecero un concerto a 40 KM di distanza da Bethel!

Bob Dylan, che viveva nei paraggi, si rifiutò di partecipare perchè il figlio stava poco bene.

John Lennon sarebbe venuto e voleva con lui Yoko Ono, ma l’organizzazione non accettò, essendo Yoko una signora all’epoca sconosciuta, e così Lennon rifiutò.

Altra scena memorabile si registrò durante il concerto degli Who, quando Abbie Hoffman, un attivista politico, saltò sul palcoscenico per la sua filippica di rito; io ero proprio lì davanti, e ricordo che Pete Townshed lo prese a calci e lo buttò giù dal palco, poi afferrò la chitarra per il manico e gli gridò: “Se ci provi un ‘altra volta ti spacco questa chitarra in testa!”.

Il suono fu in generale “precario”, un pò a causa della modesta tecnologia disponibile 50 anni fa – produrre suono adeguato a mezzo milione di persone non era proprio cosa da ridere -, e un pò per il continuo alternarsi dei temporali, e il tutto si trasformò in qualcosa di estremamente pericoloso, e mi pare, ad esempio, che un musicista di Santana prese una brutta scossa.

Io dormivo in una roulotte attrezzata (la Warner ne aveva cinque), e occorre dire che le case discografiche avevano da tempo pianificato tutto, e c’era una bella area in cui non mancava nulla.

Ricordo che nacque anche un bambino, e che in molti si sentirono male.

I problemi che dovettero affrontare gli organizzatori furono enormi, perché il piano iniziale era basato su una previsione di 50 mila presenze (numero che avrebbe portato in ogni caso ad una piena soddisfazione), ma ne arrivarono dieci volte tanto, e Michael Lang e soci furono colti impreparati: come far fronte alle necessità correnti… dalle vettovaglie al pronto soccorso, sino ad arrivare al cibo? Devo dire però che, nonostante tutti questi inconvenienti, era palpabile e diffusa tra la gente la consapevolezza di essere parte di qualcosa di storico, e il festival arrivo alla fine senza che si registrasse alcun incidente tra i partecipanti.

I problemi nacquero in primis per i tecnici, come dicevo, soprattutto a causa del maltempo, ma anche per l’utilizzo di un impianto inadeguato per quel numero di fruitori, lontano da quanto preventivato, quindi la messa a punto fatta all’ultimo momento giustificò la modestia dei suoni e le tante lacune.

Gli organizzatori fecero un lavoro pazzesco, rischiando anche la pelle.

Non mancò un pò di sano divertimento, bagnato dalla pioggia e sporcato dal fango.

Ricordo che alla fine del prato, in un punto opposto al palco, c’era un lago dove i ragazzi facevano il bagno nudi, come tutti hanno poi scoperto attraverso il film che ha raccontato il Festival.

La manifestazione iniziò con cinque ore di ritardo, per i motivi già elencati, e occorreva placare la gente che voleva solo sentire la musica, pioggia o non pioggia, e quindi iniziò Richie Havens, l’unico artista presente al momento, ma la gente continuava a rumoreggiare.

Subito dopo fecero salire sul palco una specie di santone indiano – Swami Satchidananda -, che recitò una preghiera in una lingua incomprensibile – Invocazione per il festival – e, magicamente, la gente si calmò.

C’erano anche artisti sconosciuti o molto “locali”, come Melanie – che nessuno aveva mai sentito nominare -, i Canned Heat che fecero un bel concerto, Sly and Family Stone…

Tra le mie performance preferite metterei quelle di Santana e Cocker; C.S.&N. non mi entusiasmarono, anche perché non mi convinse la prima parte acustica, e quando Neil Young si unì a loro per la parte elettrica era palese la mancanza di amalgama, – e non poteva essere altrimenti -, anche se in quell’occasione furono gettate le basi per “4 Way Street”.

I Blood, Sweat & Tears mi piacquero molto, ma il top arrivò con Hendrix, uno fuori dalla gara: fu il suo il momento più toccante e commovente, e quando suonò l’inno americano avevo le lacrime agli occhi…

Di Janis Joplin non ho ricordi precisi, suonò poco dopo Santana, il secondo giorno, ma non mi colpì molto, preferii di più i Grateful Dead, che arrivarono subito dopo di lei, anche se durante la loro esibizione i problemi tecnici legati alla sicurezza si moltiplicarono, e Jerry Garcia prese una scossa notevole… erano davvero arrabbiati!

Subito dopo toccò ai Creedence Clearwater Revival e andò tutto bene, erano gasatissimi, non ci fu neanche un goccio di pioggia e riuscirono a fare tutto il loro set, applauditissimi, e quando approcciarono “Proud Mary” risultò difficile proseguire, tante erano le urla…

I Jefferson Airplane suonarono alla mattina della domenica, molto presto, poco prima di Cocker, bravissimi; erano in calendario per il sabato sera, ma non fu possibile rispettare l’orario per l’accumularsi dei ritardi.

Santana e Cocker furono le autentiche sorprese, perché erano praticamente sconosciuti da quelle parti, e ricordo che Cocker non riusciva a lasciare il palco per l’entusiasmo che era riuscito a creare.

Lang da quel momento legò molto con Joe Cocker, di cui fu il manager per molti anni.

Come già espresso, io rappresentavo molti dei presenti al Festival di Woodstock: C.S.&N., Jimi Hendrix, Ten Years After, Contry Joe and the Fish e con Joe Cocker ho pubblicato “Mad Dogs & Englishmen”. Tutto questo giustificava il fatto che la Warner mi trattasse molto bene, visto che ero il loro incaricato in Italia…

Restando in tema… ambientale, posso dire che la droga girava a fiumi, ma fu normale che in un raduno di 500 mila hippies andasse così, sarebbe stato curioso il contrario.

E’ vero, fu un gran caos, ma un caos positivo, e si materializzò uno stato di piena condivisione, cementato da una forte emozione collettiva e dalla consapevolezza di essere ormai parte della storia.

Sono stato fortunato!

Dopo quei giorni ho assistito a molti altri concerti, presenziando l’anno successivo anche all’Isola di Wight, dove rappresentavo i Doors, ma un paragone non è possibile… dopo Woodstock ogni altro evento musicale sarebbe risultato di portata minore.

Michael Lang aveva preso accordi con il manager Albert Grossman – famoso per il suo lavoro con Bob Dylan -, e ciò gli permise di avere artisti importanti a Woodstock, e quando riuscì ad inanellare un pool di nomi di rilievo, i giornali e il passaparola amplificarono il messaggio, sottolineato anche da uno slogan indovinato e vincente – 3 Days of Peace & Rock Music -, e piano piano tutto prese una degna forma.

Quattro o cinque ore prima del concerto era stato istituito un  blocco a 10 Km da Bethel, e a nessuna auto era stato permesso il passaggio, come accadde anche a me, conseguentemente molti fecero 10 km a piedi all’andata e altrettanti al ritorno, per ritrovare il mezzo abbandonato, ma il loro piano di viaggio fu in ogni caso da puri incoscienti: nessuno era attrezzato adeguatamente e i ragazzi non avevano idea di come avrebbero vissuto per tre giorni; in fondo era un pò la mentalità di quei tempi, ma per tutti sarebbe arrivato il momento di soddisfare esigenze primarie, e gli organizzatori furono davvero bravi a rispondere alle emergenze che nascevano incessanti e in simultanea.

Quando la gente iniziò ad andare via lo stato delle strade era indescrivibile, tra fango e spazzatura varia.

Lasciando Bethel fui pervaso dalla la convinzione di essere entrato nella storia, e riflettendoci a posteriori compresi di aver assistito, di fatto, ad un vero e proprio epilogo, dato che dopo Woodstock tutto finì, poiché fu l’ultimo dei grandi raduni americani prima che tutto si spostasse in Europa, dove il fenomeno durò molto di più.

Quando tornai in Italia trovai difficoltà nel far comprendere la potenza di ciò che avevo vissuto, anche se piano piano l’eco dei media aveva dato il giusto risalto all’evento, un grande concerto di cui tutti i giornali avevano parlato, nonostante l’indifferenza iniziale, scetticismo subito cessato, visto che il secondo giorno era presente sul posto anche il The New York Times.

E a chiusura del cerchio, successivamente, pubblicai il disco triplo, ufficiale, del Festival di Woodstock! 

“Se avevi qualcosa la dividevi con qualcun altro, se qualcuno aveva bisogno di aiuto tu davi una mano. Non c’erano poliziotti. C’era della musica meravigliosa. C’era un gran numero di cose e persone belle che potevi incontrare. Cosa ci poteva essere di meglio?”.

Michel Lang

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Athos Enrile
Da sempre immerso nella musica, coltiva la passione per la scrittura, con un’attenzione particolare alla descrizione dei concerti e alle interviste. Gestore di numerosi spazi in rete e collaboratore con diverse riviste specializzate, è coautore del libro “Cosa resterà di me” e dell’e-book “Le ali della musica”. Appassionato di strumenti - che utilizza in modo mediocre - ha avuto la possibilità di condividere pillole di palco con leggende del rock e di partecipare ad un album (in un brano) in qualità di mandolinista… elettrico! Presentatore in numerosi eventi, conduttore in molteplici presentazioni, condivide orgogliosamente con i compagni di viaggio di MusicArTeam (associazione di cui è presidente) il web magazine MAT2020.

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