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 Il Sessantotto e le sue Musiche

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Alzi la mano chi non ha mai sentito  parlare almeno una volta del Sessantotto.

Nessuno, chiaro. Quindi inutile aggiungere altro, è già stato detto tutto e pure di più. Sul Sessantotto e la Musica poi… non ne parliamo! Ancora di più!

Proviamo allora a fare soltanto una semplice mappa fotografica di ciò che si ascoltava durante quel mitico periodo, con una sorta di playlist da ascoltare (e da leggere relativamente ai testi) per immergersi a pieno in quell’epoca e in quel clima.

Uno dice: il ’68 e la musica. Grandi cose! grandi miti! Uno dice: i ’68 e le musiche. Più corretto, più preciso, anche se più ampio e con confini più labili sia temporali che artistici.

Comunque, una rivoluzione fatta tutta da giovanissimi con un’età media intorno ai 21 anni, la maggiore età dell’epoca. Una rivoluzione globale senza connessioni, se non con la  diffusione di  libri come quelli di Herbert Marcuse, un caposaldo dell’epoca, insieme alle immagini-icone di Che Guevara e Jimy Hendrix, che si propagarono rapidamente così come il Libretto Rosso di Mao.

Il movimento nasce a Berkeley nel ’64, si allarga alle Guardie Rosse difese da Mao in Cina due anni dopo, passa per le Università italiane tra Pisa, Torino e Milano nel ’67,  infiamma il Maggio Parigino, attraversa  Berlino e arriva fino alla Primavera di Praga (tra l’altro, storica canzone di Francesco Guccini, la prima da mettervi nelle cuffiette) del ’68, stroncata sul nascere dall’Impero Sovietico. Un vento di rivoluzione giovanile mondiale mai più verificatosi con questa forza innovatrice.

Grazie ai giovani e a chi ne percepisce le forti potenzialità economiche, nasce inoltre un mercato di milioni di dischi l’anno. Gli anni ’60, con particolare accentuazione per il formato 45 giri in vinile nella prima metà  e il formato Album 33 giri in vinile nella parte finale della stessa decade, furono caratterizzati, per quanto riguarda la storia culturale italiana, da due novità straordinarie: dall’enorme aumento nella produzione e nel consumo di musica e dal fatto che quell’aumento ebbe come protagonisti principali i giovani, sia come cantanti che come musicisti, sia come acquirenti che come fruitori di musica.

Le vendite di dischi passarono dai 18 milioni di 45 giri del 1959 ai circa 45 milioni del ’69.  Quasi il triplo!  Già nel 1960 un’inchiesta accertò che il 40% degli acquirenti di dischi aveva meno di 20 anni, e che per loro era normale acquistare mediamente un 45 giri alla settimana.

Ancora una volta, si trattava di un fenomeno già verificatosi negli Stati Uniti alcuni anni prima. Le case discografiche americane infatti furono le prime a rendersene conto, cioè a ‘inventare’ i giovani come specifica e lucrosissima fascia di consumatori, grazie negli anni ’50 all’avvento del rock’n’roll, con la rivoluzione di Rock Around The Clock di Bill Haley e l’avvento di Elvis Presley.

Il fenomeno dei teenagers, cioè la fase di passaggio da bambini ad adulti, prima inesistente, fu in gran parte creato in quegli anni dal mercato che trovò nel giovane un nuovo consumatore al quale vendere nuovi prodotti coi quali identificarsi, per distinguersi sia dal mondo adulto che da quello infantile. La dilatazione del mercato coinvolse però anche gli adulti, che non avevano affatto smesso di ascoltare canzoni, canticchiarle o fischiettarle e ballarle.

L’anno d’oro della musica italiana fu il 1964, quando vennero censiti nel nostro paese ben 1.230 cantanti, 111 case discografiche, 770 dancing e night e balere e 6.200 tra complessi e orchestrine. Numeri da capogiro!  All’epoca, un disco di successo vendeva un milione di copie: il paragone col presente sarebbe falsato dal crollo del mercato discografico, sconvolto da internet; per fornire comunque un termine di paragone, oggi è considerato un successo un disco che venda 30.000 copie, per capirci.

Dal punto di vista economico serve pensare che un tempo chi vendeva 1 milione di copie si sistemava economicamente per sempre, mentre oggi chi fa 1 milione di visualizzazioni su YouTube – più o meno la stessa cosa –  si porta a casa a stento uno stipendio da operaio.

Per portare in giro la musica, e magari ascoltarla in spiaggia o in festini all’aperto improvvisati, nacque allora il mangiadischi, un giradischi portatile per 45 giri, per alcuni anni molto in voga tra i giovani,  il vero ‘internet’ dell’epoca, sostituito poi, con l’avvento degli album e delle musicassette, dal mangianastri per ascoltare le audiocassette da 60 minuti in origine chiamate Stereo 7 (contro il modello Stereo 8, cassettone più grandi vendute nei distributori Agip, ma che poi scomparvero dal mercato per la loro scarsa maneggevolezza) con almeno un album intero registrato del proprio complesso e/o cantante preferito.

Nel 1959 sui settimanali iniziò la Hit Parade – la classifica dei 10 dischi più venduti, nata in America nel 1936 e della quale nel 1967 iniziò la versione radiofonica, ascoltatissima dai teenager; in Italia ebbe un grandissimo successo grazie alla conduzione di Lelio Luttazzi. Contemporaneamente, sempre da noi ma in radio, si trasmettevano i primi programmi musicali come Bandiera Gialla, Per Voi Giovani e Alto Gradimento approdati in parte anche in tv grazie a Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, due grandi innovatori della musica nel servizio pubblico Rai in quell’epoca.

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E fu subito Sanremo.

Uno dice: il ’68 a Sanremo. Questo fu il vero specchio dei gusti musicali della maggioranza silente   dell’epoca, dal quale bisogna partire per capire l’Italia di quel periodo.  Ed ecco subito la playlist che vi invito ad andare ad ascoltare: arriva per la prima volta alla vittoria il nuovo cantautorato leggero ma impegnato, con Canzone per te di Sergio Endrigo, un grande cantautore troppo sottovalutato, che canta insieme a Roberto Carlos. Era infatti ancora quella l’epoca della centralità della canzone con l’interpretazione da parte di due artisti dello stesso brano. Ma al secondo posto ecco il ritorno alla piena normalità con Casa Bianca, della coppia Ornella Vanoni e Marisa Sannia, mentre  al terzo, subito dietro, si piazza Canzone, con Milva e Adriano Celentano. La playlist sessantottina sanremese si completa con la Top Five di Deborah, di Fausto Leali e Wilson Pickett e La Tramontana di Antoine e Gianni Pettenati, diciamo le più significative di quell’edizione, alle quali possiamo aggiungere come extra Quando m’innamoro di Anna Identici con The Sandpipers.

E il ’68 rivoluzionario dov’era? Dove si era nascosto qui, dietro queste canzonetta votate solo, se si esclude la prima, all’intrattenimento?

Era in realtà il ’68 della Restaurazione, – si pensi che venne scartato un brano straordinario come “Meraviglioso” di Domenico Modugno, anche se vi fu a correzione un forte innesto di jazz e “musica nera” con la partecipazione di un grande come Louis Armstrong e altri artisti come Wilson Pickett, Dionne Warwick e Shirley Bassey che lasciarono il segno- dopo che l’anno prima c’era stato il vero ’68 per il Festival in anticipo di un anno, ricordiamo come infatti nel ’67 ci fosse stata l’occupazione studentesca nelle Universita’ italiane e il tragico suicidio di Luigi Tenco, eliminato dalla gara con la sua struggente Ciao amore ciao, cantata insieme a Dalida, il quale contestò tale decisione – al di là delle mille altre letture di tipo amoroso – complottista che sono state date in questi 50 anni –  con un biglietto in cui stava scritto: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi». Un vero e proprio biglietto Sessantottino che mandò in fibrillazione tutta la Rai che minimizzò al massimo il tutto, facendolo passare come crisi depressiva-amorosa finita in suicidio, proseguendo la kermesse come se nulla fosse e di fatto restaurando il Festival di Sanremo l’anno dopo dal punto di vista musicale. Una restaurazione mal riuscita, perché è proprio dal 1968 che il Festival di Sanremo così inizia a perdere la sua centralità come specchio reale del Paese in musica e farsi bypassare da due nuovi filoni musicali che arrivano dalla cultura Angloamericana e dalla Francia, come la musica rock e il filone cantautorale i quali in chiave italiana iniziano piano piano a scalare le classifiche, interessando le nuove generazioni senza alcuna apparizione sanremese e televisiva. Il tutto all’interno di una nuova rivoluzione che accantona sempre più il 45 giri come forma canzone – il formato che fece il successo del beat degli anni precedenti che qui viene messo da parte e visto come superato – per passare al più ampio formato del 33 giri, l’album discografico, dove l’artista può esprimere maggiormente il suo stile e i suoi contenuti diventando in questo caso, finalmente, un vero e proprio supporto culturale al pari dei libri.

Il rock extraeuropeo del Sessantotto

Con l’avvento del rock anglosassone e americano sull’onda del cosiddetto ‘flower power’, di derivazione hippy, era indispensabile ascoltare tutta l’opera di un album a 33 giri con in genere una decina di canzoni per una durata intorno ai 50/60 minuti massimo: solo così si poteva capire il messaggio, lo stile, il genere di un artista,  canzone singola non era più sufficiente. I giovani dell’epoca volevano di più, soprattutto, le belle grafiche sulle copertine e tante informazioni sugli artisti e chi aveva partecipato all’opera sui dischi. Ecco il nuovo supporto della rivoluzione culturale musicale del ’68: l’album a 33 giri che piano piano soppianta nelle vendite il 45 giri e diventa il supporto privilegiato dai consumatori di musica.

Pensiamo solamente alla grande rivoluzione del rock nel 1968, con l’esordio (o quasi) di artisti e band fondamentali nella storia della musica del Novecento come quelli in questa Top Ten che vi invito subito ad ascoltare. Citiamo, in una ristretta Top Ten che potrebbe allargarsi enormemente, l’esordio dei Creedence Clearwater Revival con l’album omonimo e dei Fleetwood Mac sempre con un disco con lo stesso titolo, il primo lavoro dei Pink Floyd con A Saurceful of Secrets, il primo progetto musicale su 33 giri di James Taylor, Nel Young e Joni Mitchell, il primo rock duro, sperimentale e sinfonico con l’arrivo nell’ordine dei Deep Purple, dei Jethro Tull, Steppenwolf e dei Soft Machine.

Una Top Ten di tutti esordi nel 1968 (o quasi, qualcuno anche un anno prima). Solo questa lista -che potrebbe diventare anche  Top 50 se si volesse, con tantissimi nomi fondamentali della nuova musica –  segna in modo evidente la grande rivoluzione del rock e del consumo giovanile di massa di musica di quegli anni, con l’abbandono di tutte le proposte precedenti per affidarsi alle nuove colonne sonore dei nuovi rockers, intenti nella ricerca di nuovi suoni, spesso anche legati ad altre esperienze. Solo per citarne alcune, nascono in questo periodo le cosiddette ‘comuni’, pensiamo ai percorsi fatti con l’LSD e ai nuovi percorsi artistici nei piu’ diversi campi, dalla letteratura alla pittura. Infine pensiamo solo al cosiddetto “nuovo cinema” che nasce proprio allora.

La canzone di protesta, nuovo modello cantautorale.

Ma c’è ancora un altro 68 ed è quello delle canzoni di protesta, che ci permettono un’altra lettura del rapporto tra il ’68 e le sue musiche.

Ecco pronta un’altra Top Ten totalmente soggettiva e naturalmente non esaustiva che caratterizzava la colonna sonora delle giovani generazioni italiane che occupavano le Università a quell’epoca: da Blowin’ in the Wind di Bob Dylan a Here’s to you di Joan Baez, per passare  a Dio è morto dei Nomadi (l’unica canzone censurata dalla Rai ma programmata dalla Radio Vaticana) e arrivare a El pueblo unido jamas sera vencido degli Inti Illimani; ripartire poi con Contessa di Roberto Pietrangeli e con Hasta siempre Comandante di Carlos Puebla, toccare punte di musica leggera di impegno come Eppure soffia di Pierangelo Bertoli e il Donovan di Mellow Yellow, il Dylan inglese, per arrivare al cantuorato pluricantato con la chitarra in cerchio con tutti i compagni, come La Locomotiva di Francesco Guccini e Bocca di Rosa di Fabrizio De Andre’. Oltre a, per ricordarne alcune extra,  Per i morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei fino a una mitica Stalingrado degli Stormy Six.

Spingere il play e ascoltare  queste tre playlist appena segnalate, significa attraversare tre modelli musicali che esprimendosi nella stessa epoca si rivolgono a tre diversi tipi di pubblico, tutti attivisti nel pieno del ’68. Per ricordare che se esiste un ’68 innovatore degli Studenti – a cui farà poi seguito un Autunno Caldo nel ’69 degli Operai – i quali  magari utilizzano maggiormente queste ultime canzoni come colonna sonora  suonandole con la chitarra, c’è al loro fianco una nuova generazione di creativi musicali che si appropria del linguaggio del rock e della chitarra elettrica sulla scia del grande mito di Jimi Hendrix e di Woodstock. Ma esiste anche una generazione tradizionale, anche giovane, che vota in massa per la Democrazia Cristiana, e vuole ascoltare musica leggera di intrattenimento: cioè quella di Sanremo.

L’origine della canzone di protesta e cantautorale arrivò con le prime pubblicazioni  su disco dei Cantacronache, un gruppo di lavoro musicale torinese fondato da Sergio Liberovici e Michele L. Straniero e composto da Fausto Amodei e  Margot e un altro pugno di artisti, che decisero di mettere in musica e su disco, con il primo e vero  circuito alternativo discografico indipendente dell’epoca, le lotte e le proteste degli operai legati alla Fiat e la vita della povera gente, per farle conoscere in tutta Italia. Sono considerati tra i precursori dell’esperienza dei cantautori italiani inserendo tra i  modelli oltre agli chansonnier francesi, anche Bertolt Brecht e Kurt Weil. Tra gli altri brani noti, insieme alla già citata Per i morti di Reggio Emilia, possiamo segnalare La Zolfara e i quattro brani a firma di Italo Calvino , sì proprio lui, il grande scrittore, per i testi intitolati Dove vola l’avvoltoio? Oltre il ponte, Canzone triste e Il padrone del mondo. Tra questi poi occorre ricordare la considerevole influenza che ebbe anche la cantautrice Giovanna Marini, recentemente omaggiata dal grande Francesco De Gregori. Un’operazione culturale di enorme rilievo, autosostenuta, anche attraverso il circuito dei Dischi del Sole, legati alle Edizioni dell’Avanti! e al circuito del Partito Socialista Italiano, di grande importanza, ai quali si affianco’ poi il circuito delle Feste dell’Unita’, il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Italiano. Inoltre, grazie ad un altro circuito, quello dei Circoli, La Comune dell’ARCI fece circolare il repertorio teatrale e la musica di un grande artista unico nel nostro paese come Dario Fo, vincitore del Premio Nobel  per la Letteratura, autore di grandi successi musicali e  umoristico -politici, come:  Vengo anch’io no tu no!, portata al grande successo da Enzo Jannacci, Ho visto un Re, Il Re dei Ciarlatani, E la vita, portata al successo da Cochi e Renato come La canzone intelligente. Un modo di raccontare il ’68 in una chiave umoristica e politica insieme assolutamente unico, al quale va aggiunta una canzone unica, originale e inconfondibile come “Lavorare con lentezza” del cantautore anomalo Enzo Dal Re, che sta a cavallo tra il ’68 e il ’77.

Il ’68 in Musica entra nelle Chiese con la Messa Beat.

Anche in questo ambito si muove qualcosa e anche tra i giovani cattolici esiste un movimento di protesta che – oltre ad occupare le Chiese come a Parma e a dare vita ad esperienze sociali di grande presa tra i giovani come la Comunita’ dell’Isolotto a Firenze e la Scuola di Barbiana di Don Milani –  prenderà poi strade completamente diverse ma che sarà capace anche in questo caso di rinnovare la musica all’interno di questi gruppi e, addirittura, in chiesa. Pensiamo  intanto proprio in questo periodo ci sia l’esplosione nelle chiese delle Messe Beat. Viene denominata Messa beat un particolare filone della musica beat sviluppatosi in Italia a partire dalla metà degli anni ’60, caratterizzato dall’associare a testi con tematiche cristiane o, più in generale, religiose, l’omonimo stile musicale, allora molto diffuso ed amato, soprattutto nel mondo giovanile. Più in generale (sebbene in maniera impropria), il gergo in uso fra i collezionisti di vinile tende a denominare ‘messa beat’ tutte le varie correnti di musica religiosa ‘leggera’ (con sonorità pop, rock, jazz, spirituals, etno ecc.), sviluppatesi negli anni successivi, a fianco del canto gregoriano e della musica sacra più tradizionale.

Tra i nomi più noti  meritano sicuramente di essere citati  in una playlist di queste importanti musiche, che portarono a vere e proprie ‘rivoluzioni’ all’interno della Chiesa da parte dei giovani, ci sono quelli di Marcello Giombini, i complessi Barritas, Angel and the Brains e The Bumpers, che interpretarono la famosa Messa dei Giovani, e gli Alleluja. Ma in questa Top Five del Rinnovamento Musicale non si può non inserire un’altra grandissima esperienza tutta interna ai movimenti ecclesiali, partita prima con la Gioventù Studentesca e poi confluita in Comunione e Liberazione di Don Giussani, in cui trova espressione  il cantautore Claudio Chieffo, il Guccini di Dio, come spesso è stato chiamato. Il forlivese Claudio Chieffo ha composto e interpretato più di 100 canzoni durante la sua carriera. Molte di esse sono diventate dei classici della musica cristiana e della musica per la liturgia che troviamo ancor oggi cantate in tutte le Chiese. Una vera e propria rivoluzione musicale tutta interna al mondo cattolico piu’ integralista, come viene chiamato, che pero’ non è mai sceso a compromessi con il mainstream commerciale, nonostante le molte proposte pervenute.

Il Vento dell’Est di Wolf Biermann.

Una nota a parte la merita naturalmente la protesta in musica che certamente ha avuto i suoi cantori anche in Cecoslovacchia durante la Primavera di Praga per un Paese intero che lotta per un “socialismo dal volto umano”, a Belgrado nella Jugoslavia dei giovani rivoluzionari che vogliono costruire un nuovo paese e a Varsavia dove anche qui  gli studenti scendono in piazza e danno vita a vivaci contestazioni, come i loro coetanei delle democrazie occidentali. Gli studenti protestano per migliorare le loro condizioni, ma anche per cambiare la società. Chiedono sostanzialmente più libertà di espressione e più democrazia, come in Occidente. Ma mai le loro rivendicazioni assumono toni anticomunisti o si trasformano in tentativi eversivi contro il Potere costituito. Sventolano bandiere rosse e agitano i ritratti di Marx, Lenin e Che Guevara, ma chiedono anche più giustizia sociale, in paesi dove lo strapotere degli apparati burocratici ha prodotto diseguaglianze e dove i partiti entrano in ogni meandro della vita pubblica e privata dei cittadini. Le loro battaglie pero’ vengono represse più o meno brutalmente e si chiudono tutte nell’arco di pochi mesi. Ma in molti casi lasciano il terreno fertile per le opposizioni che si organizzeranno negli anni successivi, se è vero che Solidarnosc ha in qualche modo addirittura le sue radici nel ’68 polacco. Una protesta che certamente ha avuto la sua colonna sonora ma che non ha potuto trasmettere le sue note visto che  nei Paesi del Patto di Varsavia la musica era nelle salde mani della Discografia di Stato che mai avrebbe pubblicato e diffuso artisti delle proteste giovanili del Sessantotto. Una perdita e un vulnus culturale certamente grave, se si esclude il caso di  Wolf Biermann, cantautore e poeta tedesco, tra i pochi ad essersi trasferito nel 1953 dalla Germania Ovest a quella dell’Est per poi diventare con le sue canzoni e le sue poesie un forte critico della stessa Repubblica Federale Tedesca che arrivo’ ad impedirgli per sempre di esibirsi gia’ nel 1963. Tracce del suo lavoro esistono comunque  su disco grazie ad una registrazione clandestina intitolata ChausseestraBe 131 , il suo primo disco pubblicato nella RFT non a caso proprio nel 1968, che fu effettuata nel suo appartamento con l’aiuto di un registratore a nastro e di un microfono unidirezionale che registro’ anche tutti i rumori della casa, compresi quelli del tram che passava davanti a casa. Un prezioso reperto sonoro imperdibile distribuito nella Germania Est per comprendere l’epoca insieme alla straordinaria vita di questo cantautore e poeta ribelle che vinse un sacco di premi per le sue canzoni e le sue poesie e fu tra i fondatori del BAT, il Teatro Berlinese dei Lavoratori e degli Studenti, e che deve la sua notorieta’ in Occidente grazie all’invito che ricevette a meta’ degli Anni Sessanta dai Giovani Socialisti Tedeschi dell’Ovest che distribuirono un suo primo disco e una sua prima raccolta di poesie dopo le sue esibizioni a Francoforte. Un nome insomma da segnare e una musica, insieme ai testi, da ascoltare  e da leggere assolutamente per la sua unicita’.

Coda finale.

E siamo così alla fine. Anche se il ’68 come sapete, per molti  – e io concordo – ha avuto la sua coda finale con il Movimento Giovanile del ’77 e con le sue nuove musiche come quelle degli Area, di Eugenio Finardi, il primo Alberto Camerini, gli Stormy Six, Gianfranco Manfredi, gli Skiantos, il Claudio Lolli della mitica “Ho visto anche degli zingari felici”, vera colonna sonora felice del ’77, Ricky Gianco, Demetrio Stratos nel suo grande percorso da solista, il pianista Gaetano Liguori e tantissimi altri per lo più di area Cramps, l’etichetta discografica indipendente milanese di Gianni Sassi che maggiormente ha rappresentato la coda finale musicale del ’68 insieme a pochi altri. Eccovi  così i nomi di un’altra top ten. Ma qui si aprirebbe un nuovissimo capitolo che va ugualmente scritto a parte per le sue totali diversità pur facendo parte sempre del “movimento del ’68”.  Spero comunque di non essere stato troppo lungo.

E ora createvi questa formidabile playlist con i titoli di tutti i brani  e gli artisti e i dischi indicati e  immergetevi nell’atmosfera di  volantini ciclostilati nelle sedi fumose dei circoli giovanili e negli odori di  lacrimogeni che venivano gettati sui cortei studenteschi dalla polizia, senza non avere prima alzato il braccio sinistro a pugno chiuso con il fazzoletto rosso al collo gridando ‘Ce n’est qu’un debut continuons le combat’, lo slogan-canzone della rivolta studentesca della Sorbona di Parigi più gridato all’epoca in tutta Europa (o quasi). Ma tenete chiusa la porta della vostra camera. Entrasse qualcuno non so cosa potrebbe pensare. Sono tutte tracce oramai definitivamente coperte dalla polvere del tempo.

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Playlist Top Ten Album Born in 1968 per capire la rivoluzione musicale dell’epoca tra i suoni del mondo.

White Album – Beatles,
Beggars Banquet – Rolling Stones,
SF Sorrows – The Pretty Things,
Tropicalia –  Caetano Veloso,
Filles de Kilimanjaro – Miles Davis,
Lady Soul – Aretha Franklin,
Tell Mama – Etta James,
Electric Ladyland – Jimy Hendrix, 
Music from the big pink – LA Band,
Switched On Bach – Walter Carlos.

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Il testo del brano cantato dal cantautore genovese Fabrizio De Andre’ di Canzone del Maggio, un brano che raccoglie in pieno gli umori di quell’epoca e che fece aprire un grande dibattito.

Anche se il nostro maggio

ha fatto a meno del vostro coraggio

se la paura di guardare

vi ha fatto chinare il mento

se il fuoco ha risparmiato

le vostre Millecento

anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti

non sta succedendo niente,

le fabbriche riapriranno,

arresteranno qualche studente

convinti che fosse un gioco

a cui avremmo giocato poco

provate pure a credevi assolti

siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso

le vostre porte sul nostro muso

la notte che le pantere

ci mordevano il sedere

lasciamoci in buonafede

massacrare sui marciapiedi

anche se ora ve ne fregate,

voi quella notte voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri

tutto è rimasto come ieri,

senza le barricate

senza feriti, senza granate,

se avete preso per buone

le “verità” della televisione

anche se allora vi siete assolti

siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora

che tutto sia come prima

perché avete votato ancora

la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare

la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti,

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti.

Compositori: Fabrizio De Andre / Giuseppe Bentivoglio / Nicola Piovani

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