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È morto Mario De Luigi, grande editore e direttore di “Musica e Dischi” e storico socio del Club Tenco

Mario De Luigi è stato un grande editore, un operatore culturale per eccellenza, un grande signore nella vita e un grande competente nel suo campo professionale. Storico direttore di Musica&Dischi e socio - collaboratore del Club Tenco, lascia un vuoto incolmabile nell'ambiente culturale e musicale italiano.

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Mario De
Crediti ©Bruno Marzi
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Mario De Luigi è stato un grande editore, un operatore culturale per eccellenza, un grande signore nella vita e un grande competente nel suo campo professionale. Storico direttore di Musica&Dischi e socio – collaboratore del Club Tenco, lascia un vuoto incolmabile nell’ambiente culturale e musicale italiano.

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Negli anni ’80 cominciai le prime frequentazioni al Premio Tenco. Il patron Amilcare Rambaldi organizzava i Premi con padronanza e si era circondato di collaboratori autorevoli. Alcuni di loro furono poi da lui indicati come possibili eredi artistici a cui affidare le sorti del Premio poco prima della sua scomparsa. Tra questi c’era Mario De Luigi, l’editore più autorevole nel campo della comunicazione musicale, che gestì fino a pochi anni fa la rivista più importante e longeva d’Italia, Musica&Dischi, in stretto rapporto con le industrie discografiche.

Mario non era solo un editore che ci regalava editoriali pungenti, acuti, ironici, a modo. Mario era un operatore culturale che si spendeva nella società per un senso di appartenenza e di partecipazione che si riconduceva all’amore per quello che faceva. Il suo fare, da vero lord mai scomposto, da elegante uomo antico, lo portava a spostarsi fuori dal suo ufficio con passo felpato. Mai invadente. Eppure, se volevi vedere Mario, lo trovavi sempre nel suo ufficio. Un grande appassionato lavoratore, mosso da un grande senso del dovere e da un relazionarsi non prettamente commerciale, ma soprattutto umano.

Quando da Roma andai a vivere a Milano per prima cosa varcai la porta del suo ufficio, per andare ad abbonarmi di persona. Non c’era anno che non comprassi il Chi&Dove di Musica&Dischi. Un annuario dove venivano pubblicati gli indirizzi degli addetti ai lavori attivi. Non c’era Internet. E se volevi fare giornalismo, dovevi muoverti tu. Uscire da casa e andare nelle case discografiche a presentare giornali, a reperire materiale pubblicabile, a farti conoscere. Senza il Chi&Dove aggiornato, di cui conservo diverse edizioni, era complicato muoversi. Mario ha reso un servizio fondamentale a giornalisti, organizzatori, uffici stampa, artisti e discografici.

Mario De

Eppure tutto questo è riduttivo, se penso alla sua figura. Mi spiace di non aver collaborato sul suo giornale, nonostante lui mi avesse aperto le porte più volte. Ma forse io preferivo leggerlo, quel giornale. Era tra le cose immacolate sul mio scaffale. Però ho avuto la fortuna di organizzare nel mio piccolo concorsi sulla musica d’autore, e di poterlo invitare. Ogni volta, nonostante lui si occupasse di musica ai piani alti, non mi diceva mai di no. Aveva un rispetto unico per i grandi ma anche per le persone, i Comuni dai piccoli bilanci, e le buone intenzioni. Oltre il dovuto.

Dovrei raccontare il lato umano, le delusioni, i colpi bassi ricevuti da frequentazioni di lungo corso. Ci fu un momento in cui per coincidenza subimmo un po’ lo stesso torto tutti e due. E lui era pacato anche lì, nell’analizzare e mandare giù le ingiustizie che lo mettevano all’angolo. Un giorno lo chiamai al telefono per chiedergli dieci righe per un giornalino sperimentale, legato alla kermesse Rosa d’Autore, che stavo avviando alla Cascina del Parco Nord Milano. Gli spiegai che si trattava di un foglio in bianco e nero di sole 4 pagine, in formato A4. Lui stava attento e lasciava parlare. Io gli dissi: “Mario, mi piacerebbe che fossi tu ad aprire la prima pagina, con un piccolo editoriale. Anche se questo foglio penso sia indegno di ospitare nomi importanti, sotto si nascondono buone intenzioni.” Credevo mi dicesse di no. Proprio perché sempre molto impegnato. Invece, pur conoscendo i limiti di quell’ esperimento con zero probabilità future di avanzare nel campo editoriale, disse di si e mi fece avere un articolo di presentazione del progetto mettendoci la sua faccia. Il numero unico fu pubblicato subito in mille copie. E successivamente ristampato. A volte ci vuole poco per fare felici le persone. E questo sembrava lui lo sapesse. Con lui se ne va una persona che non sapeva dire di no, che conosceva l’anima di ognuno e la assecondava.

E poi ho ricordi divertenti, di lui. Ricordi che ogni tanto riaffiorano e fanno compagnia. Ricordi di condivisione e di complicità. Come quella volta che si prestò a stare in giuria per un altro concorso, Parole e Musica, di cui mi occupavo in un paese che si chiama Sermide, vicino a Ferrara. Era estate, e questo in pianura padana ha una sua importanza. Come sempre Mario si rese disponibile per prendere parte alla giuria. Volle sincerarsi dell’orario di inizio, perché in fatto di appuntamenti era preciso. Anche qui un vero lord inglese. Calcolò di potercela fare, uscendo dal suo ufficio di Milano a fine lavoro, e mettendosi subito in viaggio. Mi chiese solo la cortesia di essere assistito durante il viaggio perché non conosceva le strade. E le strade erano davvero diramate in mille tutte uguali. Non c’era il navigatore come lo conosciamo adesso. E del resto, Mario non lo avrebbe mai usato perché non amava la tecnologia votata ai social. Non era nemmeno su Facebook. Io però presa dal coordinamento organizzativo con le prove e gli artisti in arrivo continuo, mi dimenticai completamente di lui in viaggio. Me ne accorsi quando lo spettacolo stava per iniziare e c’erano tutti tranne lui. Mi venne un coccolone. La linea telefonica era disturbata, quando lui riuscii a contattarmi. Mi spiegò che aveva tentato di telefonare ma non c’era campo. Quella fu l’unica volta che lo sentii un pò teso. Riuscì a dirmi che si era perso. Ma non era preoccupato di quello. Era preoccupato di non riuscire ad arrivare in tempo. Poi invece andò tutto bene, nonostante la linea cadde senza pietà lasciandoci col cerino in mano. Le luci si accesero sul palco quando lui scese dalla macchina un pò sudato per l’impresa. Ci fondammo sul palco come se niente fosse e lo spettacolo ebbe inizio. Di quell’episodio ridemmo parecchio, perché a volte le raccomandazioni, le paure, le premure fanno un pò quello che vogliono, sulla strada del destino.

Se ne è andato uno dei pochi uomini in grado di divertirmi con i suoi contrappunti, la sua serietà al confine con la sua goliardia, il suo umorismo spalmato su persone che nella vita viaggiano su bassi profili per non far notare troppo le loro mani in pasta. Mario era sofisticato ma al contempo semplice. Andava all’essenza delle cose. Non faceva giri di parole. E parlava solo se qualcuno gli chiedeva di farlo. Era riservato come pochi. E appena lo interpellavi, solo allora potevi capire quanto il suo cervello avesse macinato e assorbito tutto dell’ambiente e delle persone.

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E’ stato un grande uomo di spessore e io, che sono davvero molto triste per la sua perdita, e per tutto quello che con lui se ne va del Tenco, da amica, vorrei che fosse ricordato il suo ultimo impegno proprio al Club Tenco. Lui, organizzatore di convegni ineguagliabili, che mi hanno sempre vista in prima fila in religioso silenzio, da Sanremo ai primi Mei di Faenza, nell’ottobre scorso era stato felice dell’apertura politica nei confronti della canzone d’autore. Si era speso per portare a Sanremo, durante le tre serate del Premio Tenco, il ministro Dario Franceschini, uno dei referenti più importanti per l’avviamento dell’insegnamento della musica nelle scuole.

Lo intervistai due volte su questo e non pubblicai nessuna intervista. Perché una delle cose interessanti che voleva lanciare era da costruire. E lo è ancora. Si tratta di una formazione dedicata a chi dovrà andare a insegnare la canzone d’autore nelle scuole. Lui sosteneva, in concerto con i discografici riuniti a Sanremo, che un giornalista non può essere insegnante, perché è legato al suo editore e ai clienti di questo. Peccherebbe di imparzialità. E allora, chi potrebbe andare a insegnare la storia della canzone nelle scuole? Qualcuno preparato specificatamente per questo. Il suo ultimo convegno, a ottobre scorso, si era concluso così. Con lui che mi parlava di queste cose con a fianco la figlia Elisa, alla quale appuntava ogni tanto le cose che lei, così giovane, non poteva sapere.

Ci trovavamo durante la pausa tra il primo e il secondo tempo all’infermeria del Tenco. Un luogo di perdizione, diremmo ancora adesso, ridendo sotto i baffi insieme.Tutti e due eravamo tornati con altro spirito a Sanremo. Io come socia e lui nel direttivo. C’era sempre da ripartire. Col dovere di non arrendersi mai. Con la voglia di portare serenità e progetti. Con il progetto di fare un altro giornale sperimentale. A cui aveva già detto si. Non era affatto stanco di vivere. Di imparare. Di esserci. Di dare. Nonostante avesse chiuso il suo mensile Musica&Dischi nel 2014, dopo 60 anni di successi.

L’ora è tarda. E adesso i ricordi avanzano in fila uno dietro l’altro. Per almeno dieci anni non crederò che lui non ci sia più. Un abbraccio alla famiglia e in particolare alla figlia Elisa, accompagnatrice della quale lui andava così tanto orgoglioso. Nei suoi occhi, mentre la guardava, c’era tutto l’amore del mondo.

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