Oggi mi sono imbattuto in un reel su FB dove un intervistatore chiede a una ragazza che lavoro fa.
“Content creator” dice lei.
E lui: “Dove sono le zone erogene”?
Lei risponde: “Beh…io abito in centro…forse in periferia”?
Battuta degna del miglior Crozza, ma in realtà la content creator diceva sul serio. Lei vive come tutti noi, in un’epoca iper produttiva, generatrice di milioni di nuove merci, di prodotti tecnologici e supporti di nuova invenzione. La tecnologia è così veloce che non facciamo a tempo di usare un prodotto, che immediatamente ce ne offrono uno nuovo e aggiornato. Ogni prodotto ha il marchio Q. Tutto efficiente, esaltante, nuovo, di qualità, persino rivoluzionario.
Abbiamo l’apparenza di un mondo in costante evoluzione e innovazione, dove persino il termine “progresso” ci sembra superato. Il futuro è così allineato al presente che non sappiamo più cogliere lo sviluppo della linea temporale. Il domani è già oggi. La percezione di un mondo perfetto è solo un’illusione. Crediamo che nelle Università, negli studi di ricerca e nelle aziende ci siano uomini infallibili, preparatissimi, sensibili al miglioramento del pianeta. L’illusione di una super competenza ci viene offerta dai nuovi neologismi dove tutto è grande: Big Data, Big Energy, Big Economy.
Ma parallelamente viviamo dal 2008 in poi, nell’epoca dell’emergenza economica, sanitaria, finanziaria, bellica, ambientale.
Tutto sembra funzionare ma in realtà funziona tutto male. La classe media è sparita, la povertà aumenta come i deficit delle superpotenze e di ogni singola nazione del mondo.
La scienza meritocratica è stata sostituita dalla mediocrazia impiegatizia e dirigenziale.
I leader del nuovo millennio, paragonati a quelli del Novecento, sono in realtà i rappresentanti della mediocrità. Incarnano il potere senza competenza. Biden e Trump sono i tipici esponenti dell’era della mediocrità, della mediocrazia occidentale. Non da meno i leader europei. Uno de Paesi più colpiti da questa ondata di incompetenza, mediocrità e insensatezza è l’Italia. La nostra classe dirigente, continua a parlare di “nuove sfide da vincere”, ma in realtà non riesce più a competere neanche con sé stessa.
Il noto “ingegno italico” è solo un ricordo. Siamo diventati i maestri dell’anti-cultura. Siamo penultimi in Europa in lettura di libri, nonostante l’enorme quantità di libri pubblicati dalle nostre case editrici. La RAI, da molti definita come la prima azienda culturale italiana, rappresenta una Società senza memoria, ostaggio dell’intrattenimento perenne. L’ attuale Governo ha ridotto il budget del 40% ai canali tematici della Rai, come Rai 5, Rai Cultura, Rai Storia e Rai Educational. Si spaccia per cultura i talk show di informazione, che in realtà sono telepromozioni dei partiti di maggioranza e di opposizione.
Contano i numeri del marketing e le concessionarie di pubblicità. I direttori delle reti e gli autori non contano più. Devono esserci solo come ruoli generici, privati da ogni potere decisionale e senza portafoglio.
La Germania investe solo nella Cultura quanto noi investiamo nella Sanità. L’industria privata non fa di meglio. A parte qualche inevitabile eccezione, vediamo in tv, format di provenienza estera, qualcuno addirittura doppiato in lingua italiana ma con audio originale. Importiamo e non esportiamo. Parliamo esclusivamente di format di intrattenimento globali, quiz, talent show, reality show.
E’ così necessario sapere come cucinano gli australiani? Come si divertono i filippini o gli olandesi? Fa parte di una cultura nozionistica generale o siamo solo spettatori di una colonizzazione? E che fine ha fatto il tanto sbandierato made in Italy? Ce ne ricordiamo solo ogni tanto, come nel caso di Jannik Sinner, salvo poi criticarlo se vive a Montecarlo. Nonostante tutto, l’Italia è ancora un Paese estremamente creativo con un alto tasso di talento in vari campi, compreso quello scientifico, astronomico, industriale. tecnologico e culturale.
Il problema è che la competenza e l’ingegno non interessano più. Basta vedere qualsiasi Tg o leggere qualsiasi quotidiano. La cultura digitale ci ha ridotto a semplici guardoni. L’approfondimento giornalistico è diventato uno show d’opinione. Il dibattito, un battibecco. La classe degli opinionisti e degli influencer ha tolto lo spazio al giornalista competente. Contano più i numeri di un articoletto su Google che un editoriale di un quotidiano in prima pagina.
Un mondo apparentemente ed esteticamente funzionale e perfetto dove la soluzione sembra a portata di mano, in realtà è solo rappresentazione di una grossolana finzione, deep fake della vita, e qui l’intelligenza artificiale non c’entra, è la mediocrità umana che ci mette nei guai.
Viviamo distratti nel presente, abbiamo paura del futuro e ci rifugiamo nelle nicchie del passato per trovare conforto. Soluzioni? Una fondamentale è sostituire le persone sbagliate nei posti giusti e dare voce alla competenza e alla meritocrazia, mettendo gli esperti nei ruoli chiave. Non possiamo essere un Paese alla stregua degli yes man, dei colletti bianchi automatizzati, dei funzionari e dei raccomandati di turno.
Spesso penso a Veronesi, un uomo che ha studiato e ha lottato contro il cancro per tutta la sua vita, poi eletto Ministro della Sanità nel Governo Prodi, poi dopo pochi mesi, fatto fuori dalla politica e anni dopo imbrattato con lo spregevole termine Cancronesi. Una metafora da non dimenticare, se onoriamo la meritocrazia al cospetto dell’imperante mediocrazia opprimente.
La seconda soluzione è alzare sensibilmente gli investimenti per la Cultura, sempre che di Cultura con la C maiuscola, si tratti. Non parlo di elemosine o di semplici sovvenzionamenti, come fece l’ex ministro Franceschini durante la pandemia, perché se gli investimenti istituzionali servono solo a pagare le spese del personale e parte dei debiti, dei teatri o dei Musei, anziché rilanciare la produzione, allora servono a galleggiare, non a navigare a gonfie vele.
La terza soluzione è la semplificazione burocratica. Partecipare a una film commission o a un bando Regionale, è come camminare in un labirinto o in una palude. Una jungla di documenti da caricare: attestato bancario, iscrizione alla Camera di Commercio, Bilancio economico dell’anno precedente, documenti anagrafici e fiscali dei singoli partner o associati, cv del personale e opzioni di lettere di incarico, versamento sul proprio conto corrente di almeno un terzo di quanto richiesto, descrizione dettagliata del prodotto e budget distinto tra spese ammissibili e non, certificato antimafia, bollo e firma digitale. Se ometti o sbagli uno di questi passaggi devi ricominciare da capo e spesso il sito della Regione si inchioda, più o meno come le attese ai call center.
Se poi vinci, ti danno fino al 50 % del budget e devi rendicontare tutte le spese al centesimo, allegando fatture, parcelle, certificazione dei contributi versati, etc, etc… entro una precisa data di scadenza, per cui se uno dei collaboratori non ti invia una fattura o una parcella in tempo utile, la Regione blocca tutto. Se superi la Jungla e ti va bene, la Regione ti finanzia il 50 % del budget. Tali entrate e metà uscite. Quindi poi devi trovare altre risorse economiche esterne per avere il budget di produzione. Oltretutto ogni bando è diverso dall’altro, e spesso tecnicamente inefficiente.
A un mio amico è capitato, dopo due settimane di lavoro e dopo aver pagato il bollo e aver visto il semaforo verde che indica il completamento di tutti i passaggi, di non essere poi partecipante al bando, perché in nessuna parte del sito, c’era scritta la dicitura: “tornare indietro e inviare il modulo”. Ha poi appreso che lo stesso disguido lo avevano subito la metà dei partecipanti al bando. Centinaia di persone hanno pagato il bollo per niente. Meraviglioso, no? Chi li scrive questi moduli dei bandi?
Gente che non ha mai lavorato a un film, a un programma televisivo, a un evento, a un concerto o a un documentario. Gente che non sa nemmeno la differenza tra un produttore esecutivo e un direttore di produzione, tra un regista e un aiuto regista o tra un compositore delle musiche e un assistente musicale. La mediocrazia al lavoro pubblico. E la meritocrazia resta inesorabilmente in sala di attesa.
Facebook Comments