Si è conclusa la prima semifinale dell’Eurovision Song Contest 2026 allo Stadthalle di Vienna, Austria. Sul palco anche l’artista rappresentante di Israele, Noam Bettan, con il brano “Michelle”, una canzone d’amore che narra l’ossessione per una donna di nome Michelle, accompagnata sul palco da cinque ballerini.
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Come prevedibile, la performance non è stata priva di tensioni: poco prima dell’inizio dell’esibizione, in sottofondo si sono udite proteste con slogan come “Stop, stop the genocide” e “Free, free Palestine”. Tali contestazioni, sebbene non chiaramente percepibili durante la trasmissione televisiva, hanno avuto ampia risonanza sui social media. In particolare, dopo la performance di Bettan, un sostenitore pro-Palestina è stato allontanato dalla sicurezza all’interno dell’arena, come attestato da un video circolante in rete.
Ricordiamo che già cinque paesi, prima dell’inizio della Kermesse, si sono ritirati (Irlanda, Spagna, Slovenia, Paesi Bassi e Islanda) e oltre mille artisti hanno chiesto il boicottaggio .
Questi episodi non rappresentano una novità, poiché le polemiche riguardanti la partecipazione di Israele al concorso risalgono a diversi anni, intensificandosi nel corso del conflitto mediorientale, soprattutto dopo gli eventi del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza. Nel corso delle recenti edizioni si sono verificati numerosi interventi di protesta: manifestazioni fuori dalle arene, richieste formali di esclusione, appelli da parte di artisti e tensioni durante il televoto. Questo quadro evidenzia quanto sia arduo distinguere nettamente tra musica e politica all’interno di un evento internazionale di tale rilevanza.

Già dal pomeriggio di martedì 12 maggio, manifestanti si sono radunati sotto lo slogan “Nessun palco per il genocidio”, sollecitando l’esclusione di Tel Aviv dalla competizione, analogamente a quanto avvenuto per la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel centro di Vienna, presso Schwedenplatz, sono state collocate simbolicamente alcune bare, su una delle quali è stata posta la fotografia di Hind Rajab. Per venerdì 15 maggio è stata annunciata una protesta musicale, mentre per sabato è prevista una manifestazione di massa.
Gli organizzatori della protesta hanno dichiarato: “A dispetto di diverse sentenze e dei pareri di Amnesty International, ONU e Medici Senza Frontiere, Israele continua il genocidio e l’occupazione illegale della Palestina con una brutalità ininterrotta”. Inoltre, gli attivisti hanno criticato il fatto che “Israele, nonostante i suoi crimini, abbia la possibilità di presentarsi questa settimana a Vienna come una nazione democratica, pacifica e arcobaleno”.
Al fine di prevenire incidenti e garantire la sicurezza, le autorità di Vienna hanno allestito un massiccio dispositivo di controllo che accompagnerà l’intera settimana del concorso fino alla finale.

L’inchiesta del New York Times
L’inchiesta del New York Times sull’uso dell’Eurovision Song Contest da parte di Israele come strumento di soft power offre una lettura profonda e critica di un fenomeno che travalica il semplice ambito musicale. Secondo l’articolo, il governo israeliano ha saputo trasformare questa competizione internazionale in una piattaforma strategica per rafforzare la propria immagine a livello globale, specie nel contesto critico della guerra a Gaza iniziata il 7 ottobre 2023.
Il pezzo sottolinea come l’Eurovision non sia più un evento “apolitico” o meramente ludico, ma un’arena geopolitica con un’enorme platea—oltre 160 milioni di spettatori—e un impatto emotivo e simbolico capace di influenzare opinioni pubbliche in tutto il mondo. Israele ha investito ingenti risorse finanziarie, diplomatiche e mediatiche per capitalizzare su tale visibilità, adottando campagne promozionali sofisticate finanziate anche dall’apparato statale della “hasbara”, specializzato nella comunicazione internazionale. Tali strategie includono pubblicità mirate, mobilitazione di influencer, contenuti multilingue e inviti espliciti al televoto, tutte azioni che hanno l’obiettivo di massimizzare il sostegno popolare verso i candidati israeliani.
È importante notare che l’inchiesta non identifica frodi tecniche né manipolazioni dirette del voto: l’operazione si configura piuttosto come una forma avanzata di marketing politico che sfrutta in modo sistematico le regole e le dinamiche del televoto. Si tratta quindi di una sfumatura rilevante, poiché formalmente non si parla di illeciti, ma ciò non impedisce un’alterazione sostanziale dello “spirito” competitivo originario dell’Eurovision.
La fragilità dell’Unione Europea di Radiodiffusione (Ebu), organizzatrice dell’evento, emerge come un nodo cruciale: impreparata a fronteggiare la crescente politicizzazione del festival, l’Ebu ha oscillato tra la negazione della dimensione politica e l’adattamento delle regole per gestire tensioni diplomatiche delicate, evitando così uno scontro diretto con Israele che avrebbe potuto mettere a rischio l’unità interna tra broadcaster europei, la reputazione e la stabilità economica del contest.
Si crea così un paradosso evidente: se da un lato la Russia è stata esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina, dall’altro Israele ha mantenuto la partecipazione nonostante le forti critiche legate al conflitto a Gaza, suscitando accuse di incoerenza politica da parte di diverse televisioni europee e artisti.
L’analisi culturale proposta dall’inchiesta rimarca inoltre come Eurovision, storicamente percepito come uno spazio “post-politico” caratterizzato da elementi kitsch, queer e ironici, diventi ora una potente arena di consenso internazionale proprio grazie a queste sue caratteristiche emotive e di cultura pop. La capacità di un paese di presentarsi come “normale” e integrato nella cultura europea contribuisce a mitigare immagini negative legate a guerre e controversie politiche, evidenziando così la forza del soft power come mezzo alternativo alla coercizione militare o diplomatica tradizionale.
Infine, l’inchiesta collega questa strategia all’esperienza israeliana pregressa, ricordando come già la vittoria del 2018 e l’organizzazione dell’edizione 2019 a Tel Aviv fossero tappe in cui Israele aveva compreso l’importanza geopolitica dell’evento. Tuttavia, con l’esplosione del conflitto a Gaza, questa dimensione è diventata molto più esplicita e divisiva, trasformando l’Eurovision da semplice festival musicale a campo simbolico di legittimazione internazionale.
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