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Una chiacchierata con Rino Petrosino, da 50 anni fotografo prestato alla musica

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Rino Petrosino
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di Athos Enrile

Nel pieno del periodo dedicato al Festival di Sanremo, mi è capitata l’occasione di conoscere e di chiacchierare con Rino Petrosino, da 50 anni fotografo, uomo di punta di Sorrisi e Canzoni, testata giornalistica con cui ha raggiunto le più grosse soddisfazioni professionali e personali, uno che di Sanremo ne sa… eccome!

Il suo racconto descrive un mondo che, nonostante i profondi cambiamenti culturali e tecnologici, mantiene un filo conduttore: il bello del racconto attraverso le immagini, pezzi di storia fissati per sempre su di una pellicola, da una parte all’altra del globo. Quella che è definita “globalizzazione” ha obiettivamente accorciato gli spazi e aumentato le possibilità di comunicare in tempo reale, ma il fascino – e l’efficacia – dello scatto resta insuperabile.

Se è vero e condivisibile il luogo comune che celebra il “trovarsi al posto giusto al momento giusto”, Rino Petrosino, per sua stessa ammissione, ne è uno dei testimonial principali: vale la pena leggere il suo pensiero, velato di sottile nostalgia, ma pieno di aneddoti seri e al contempo divertenti.

Rino Petrosino

 

Partiamo dal tuo lavoro/passione: come hai iniziato la tua professione?

Ho cominciato a lavorare molto giovane, come fattorino in un’agenzia, ma ero affascinato dall’elemento “fotografia”, dalla sua nascita e progressione, dall’embrione allo sviluppo totale. Col passare del tempo sono diventato il collaboratore di un altro fotografo importante di Milano, e così sono cresciuto, partendo dall’assistenza nella realizzazione dei fotoromanzi di Grand Hotel; poi ho conosciuto una ragazza che faceva la segretaria in uno studio fotografico e mi è stato chiesto se volevo lavorare per loro. Questo studio ai tempi lavorava molto per un giornale famosissimo all’epoca, Bolero, e così, dopo un paio di anni che ero lì, andai per la prima volta al Festival di Sanremo, e questo ovviamente mi entusiasmò… era il fatto dell’anno, e in quel periodo la vendita dei giornali si incrementava e l’elemento fotografico assumeva un valore superiore alla norma. Mi pare fosse l’anno in cui vinse la Zanicchi (1967 – Claudio Villa / Iva Zanicchi, “Non pensare a me”, NDR). Il festival allora era fatto nel Teatro del Casinò. Lì conobbi Gigi Vesigna e Rosanna Mani, che dopo aver lavorato a Bolero erano diventati giornalisti di Sorrisi e Canzoni.

Dopo qualche anno iniziai a lavorare per loro, che gestivano il giornale in una maniera completamente diversa dagli altri direttori: c’era una continua evoluzione in funzione degli accadimenti mondiali, e anche per quanto riguarda i cantanti non erano richiesti scatti banali; loro erano fucine di idee… a volte prendevi, partivi e facevi il giro del mondo per poter avere scatti originali in luoghi differenti, e per far sì che chi leggeva potesse entusiasmarsi vedendo dove questi artisti si esibivano, e quelle diventavano occasioni per mostrare posti dove la gente mai avrebbe potuto o voluto andare. E’ questo il lavoro che facevo in quegli anni…

Ma in tutto questo c’èra una tua passione per la musica?

Sai, quando entri in quel giro la passione per la musica arriva per forza… quando conosci Battisti, ne diventi amico e lo accompagni in macchina al Festivalbar ne resti entusiasmato; vedere i movimenti dei cantanti, scoprire le loro musiche… ricordo una trasmissione in cui Battisti si alterò molto… lui faceva cose completamente diverse dagli altri ma non tutti lo capivano e magari seguivano di più Claudio Villa… questi sono i piccoli ma significativi aneddoti dell’epoca!

Da quanto tempo dura la tua professione?

Sono ormai 50 anni…

Uno spicchio di storia e cultura del nostro paese che tu hai vissuto attraverso la musica che hai  impresso sulla pellicola, ma… c’è qualcosa che ricordi con estremo piacere e qualcosa che ti ha profondamente deluso?

La prima volta che sono andato a fotografare Ornella Vanoni (ero assistente) mi sono trovato in una luogo che sino ad allora avevo visto solo al cinema… entrare in queste case faceva sì che il mondo per un momento cambiasse ed era facile pensare: “Possibile che ci sia gente che può vivere così?”. E tutto questo mi entusiasmava.

Quando Paolo VI fu incoronato, nel 1963, l’agenzia che si chiamava “Fragola” ci inviò alla domenica per fotografarlo, fatto che per la mia cultura e per il modo in cui avevo vissuto era assolutamente affascinante: prendevi il treno al mattino, andavi a fotografare il Papa, tornavi indietro e… ricordo quel giorno un meraviglioso tramonto che mi portò a pensare che ero fortunato e stavo vivendo un momento “strano” della mia vita, sicuramente eccitante.

Le delusioni arrivano quando scopri che una persona è diversa da come ti era sembrata inizialmente e rimani un po’ scioccato, ma bazzichi mondi che non sono tuoi, e da giovane magari pensi che potrai raggiungerli, ma non ci riuscirai mai perché le star hanno dei modi di vivere completamente diversi dai comuni mortali. Mi viene in mente quando andavo a casa di Battisti e magari lui era in pigiama e puliva la casa e mi diceva: “Guarda che io so cantare anche come Claudio Villa”, e nella stanza cantava come Claudio Villa, incurante della mia presenza.

Questa non l’avevo mai sentita!

Per un certo periodo, quando eravamo entrambi ragazzi, eravamo in sintonia, poi è cambiato … forse il successo…  e ci siamo persi di vista.

Visto che abbiamo da poco superato il periodo “Sanremo” e tu di Festival ne hai fatti parecchi, c’è qualcosa che ricordi in modo particolare? 

Sai, lavorare con Gigi Vesigna significava avere sempre un grande entusiasmo: ci riunivamo prima di Sanremo per l’ascolto in comunione dei brani che sarebbero andati in gara, e attraverso il brainstorming (ma allora non si chiamava così!) e il lavoro di squadra nascevano idee e azioni che ci differenziavano dagli altri giornali; a Vesigna un giorno venne in mente di utilizzare le copertina dei grandi magazine internazionali (Life, Pars Match, Stern) per un abbinamento con i cantanti, e a ogni cover metteva un personaggio diverso di Sanremo, ed era anche divertente vedere le accoppiate inventate. Alla fine a Sanremo andavi a fotografare le stanze degli artisti per far vedere come vivevano, il loro vestiti, il truccatore all’opera, e poi non sapevi più cosa inventarti, e quindi dalle idee del team venivano fuori novità per diversificare la proposta e soddisfare il lettore, provando ad interessare con cose diverse dagli aspetti meramente musicali.

C’era la ricerca dello scoop?

No, noi non facevamo i paparazzi, ma ci inventavamo delle cose dietro alle quinte, cercando di fare vedere situazioni che nessuno avrebbe mai potuto vedere alla televisione; la gente all’epoca non sapeva dove dormivano i cantanti, e il fotografo immortalava magari i tre vestiti che sarebbe stati usati nel corso delle serate, sei o sette acconciature diverse, e questo produceva l’idea che noi fotografi eravamo sempre dietro ai cantanti e li “catturavamo” in tutti i modi possibili.

Quindi  dietro al vostro lavoro c’era una grande organizzazione aziendale!   

Sì, e grande complicità con i vari “attori”; si buttava lì un ‘dea per una fotografia diversa e se veniva accettata si realizzava; ricordo uno scatto in cui “fissai” Baudo, la Parietti e la moglie di Stallone – forse anche la Carlucci – assieme nel letto, per gioco ovviamente, un’idea diversa per testimoniare l’amicizia tra Baudo e chi gli girava intorno nell’occasione. Tutti usavano modi carini ed è naturale che nei giorni in cui si convive a Sanremo nascano complicità diverse e positive tra il presentatore e gli altri. Quindi erano foto che facevano piacere a tutti, dal giornale al lettore e ovviamente anche a chi si faceva fotografare.

Esistevano differenze di comportamento tra gli italiani e gli stranieri?

Rispetto agli stranieri dipendeva – e dipende ancora – dall’importanza della Casa Discografica, e a volte si potevano realizzare servizi fotografici anche con i big esteri; si riusciva a mostrare alla gente una sorta di sfera privata dell’artista e si dimostrava al lettore che il giornale era dentro a quel mondo – fatto anche di uffici stampa e personaggi dello spettacolo -, che invece era lontanissimo per lo spettatore comune,

Come è cambiato secondo te il Festival di Sanremo negli aspetti fondamentali?

La prima volta che sono andato era un mondo un po’ più unito, raccolto, con conoscenze più diffuse – anche per le facilitazioni dovute alla location, come ti dicevo prima. Un tempo alle prove c’erano anche i giornalisti e i fotografi… ricordo i commenti del tipo… “questo porta sfortuna” e tutti si toccavano… per me era più familiare. Ora è tutto molto più rigido, non si può assistere alle prove.

Il tuo/vostro lavoro è condizionato da chi guida il festival, dal presentatore?

No, nessuna interferenza. Tu stabilisci di fare le foto che vuoi fare in un modo pianificato e quando è necessario l’intervento del conduttore chiedi e… attendi la risposta!

Vista l’intensità e la varietà della tua vita professionale mi viene da chiederti se, guardandoti indietro, hai qualche rimpianto, come capita a quasi tutti…

Devo dire che sono stato molto fortunato, ho avuto a che fare con un direttore molto importante, concordavo in pieno con le sue idee e ho realizzato molte cose belle grazie al lavoro comune (io, Vesigna e la Mani) e quindi il lavoro che ho fatto mi è sempre piaciuto. Te lo dico in svizzero… ho avuto molto “culo”, ho incontrato le persone giuste nel momento giusto, e le cose che mi venivano proposte mi piacevano, e sono orgoglioso di aver contribuito alla realizzazione di giornali importanti, completamente diversi dagli altri settimanali. Ti faccio un esempio, quando ci fu la protesta di Piazza Tienanmen, essendo il nostro un giornale a quei tempi molto ricco, io e un giornalista, a un mese dal fatto, andammo a fare un giro per la Cina, partendo dalla famosa piazza e toccando poi altri paesi, per poter mostrare un pezzo di storia. Erano i tempi privi di internet e quindi potevi solo andare la, fotografare e tornare indietro, mostrando poi ai lettori quanto era accaduto e la successiva evoluzione… una grande fortuna!

Già, esperienze formative e indimenticabili…

Vesigna aveva idee così grandi che andavi in l’America, giravi quattro città e fissavi per sempre tutto quello che in quel momento c’era di più significativo.

La prima cosa importante fatta per loro arrivò nell’occasione di una celebrazione dell’Unicef: andammo in giro per il mondo (Australia, Bangkok, Messico, Norvegia e Africa) con lo scopo di fotografare i bambini; due di questi – uno africano e uno messicano – vennero successivamente in Italia, a Roma, per la premiazione del Telegatto, e diventarono amici (non so come fecero visto la differenza di lingua), ma accadde che dopo due giorni mi chiamarono dicendomi che i bambini non mangiavano – nonostante i grandi ristoranti in cui venivano portati. Ci informammo e capimmo che la loro normale alimentazione era il riso – magari con aggiunte di salse varie! – e allora gli procurammo ciò di cui avevano bisogno e incominciarono a mangiare. Era poi previsto di portare i bambini in Piazza S. Pietro dal Papa, Karol Wojtyla, per consegnargli il Telegatto. Nel corso delle udienze e del passaggio tra la folla del Papa avevo visto che quando qualcuno gli dava un regalo lui lo consegnava ad un suo collaboratore che lo reggeva, e poi proseguiva sino al dono successivo; allora dissi al bambino che doveva consegnare il “trofeo”: “quando gli dai la statuina, tienila in mano tu, deve fare fatica a prenderla)… con quell’escamotage feci due rullini fotografici da 36 pose, con il Papa con in mano il Telegatto … un mondo completamente diverso…. Una quarantina di anni fa…

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