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Tributi senza RESPECT ad Aretha Franklin

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Frizzano le polemiche sui social riguardo al video, presto diventato virale, di un tributo ad Aretha Franklin da parte di una nota cantante e altri meno noti tra cantanti e strumentisti dopo la morte della Regina del Soul (leggi nostro articolo). Le bollicine attirano, tuffiamoci e di getto proviamo ad esprimere degli innocenti pensieri.

Perché qualcuno (chi?) ha sentito la necessità impellente che si tentasse di eseguire dei brani del repertorio di Aretha? Forse era sicuro che l’esecuzione sarebbe stata memorabile, infatti lo è stata ma a imperituro danno dei performer, o forse per far cantare il pubblico, e qui ricadiamo forsennatamente nel voler trasformare per forza tutto in un intrattenimento da camping, tutti insieme a starnazzare in ciabatte ed ernie ombelicali in evidenza. Dell’imperare di queste vomitevoli trovate ci sono dei responsabili, non dimentichiamolo.

Osserva giustamente il grande bassista Maurizio Rolli che in morte di Michael Brecker nessuno avesse osato suonare il sax durante il suo tributo, idem al tributo per Jaco, dove addirittura in luogo dell’esposizione del tema da parte del basso si preferirono delle assordanti misure di aspetto; questo non vuol dire che nessuno fosse all’altezza, semplicemente si preferì rispettare la memoria degli scomparsi, cosa che nel nostro paese ormai è fantascienza.

Da noi (ma non solo da noi) è ormai proibito superare i tre minuti di durata di un brano, è proibito non far cantare il presentatore sovrapponendolo al cantante ospite, è proibito chiamare sia dal vivo che in televisione quelli capaci. Altresì c’è la perenne occupazione dei famosi, preferibilmente incapaci, in modo da accontentare le produzioni sempre in cerca di promozione e di attirare la massa lobotomizzata in cerca dell’evento di cui sentirsi partecipe e in cui poter “cantare tutti insieme”.

Nessuno andrebbe in un cinema dove vi fosse libertà di commento-intervento-interazione del pubblico con la proiezione, a teatro e nelle sale da concerto di classica è malsopportato anche il colpo di tosse, nei concerti jazz (veri) c’è rispetto e partecipazione consapevole, man mano che la qualità della musica scende aumenta il vergognoso assecondare le manie di protagonismo del pubblico più ignorante che vuole partecipare fattivamente, per pervenire infatti al karaoke e all’indegna gazzarra dei talent.

Il grande filosofo Richard Gere, nel suo fondamentale tomo “Pretty Woman” ad un certo punto ebbe ad affermare con veemenza: “detesto puntualizzare l’ovvio!”; idem ma è inevitabile: la musica classica va cantata dai cantanti professionisti in quel campo (o da Aretha Franklin in su…), il jazz va suonato dai jazzisti, il pop dai grandi professionisti e così via. Le operazioni farlocche ad usum dell’accumulo di denari sono sicuramente lecite, simpatiche, potendo le mettiamo in atto tutti quanti ma almeno non spacciandole per performances straordinarie, interpretazioni sublimi, talento a profusione: sono le rate del suv da sfoggiare a Sanremo a Febbraio, amen, ma non musica.

Conosciamo tutti le regole dello show business, quelle commerciali, massimo rispetto per tutti, ma ce ne sono anche di artistiche e non possiamo continuare a farle schiacciare: non smettiamo di ricordare con rabbia agli autori degli spettacoli live e televisivi che l’aver venduto qualche migliaio di dischi o anche milioni dei medesimi non regala a nessuno la patente di bravo che può fare tutto, ergo lasciate eseguire Aretha, Pino Daniele, il repertorio classico, il jazz e il pop di classe a chi ne ha le capacità. I quattrini per voi e i vostri beniamini cercate di continuare a farli, in bocca al lupo, ma con un minimo di rispetto per gli altri, morti e vivi.

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