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Value Gap, la discriminazione remunerativa nello streaming – Ridicoli ricavi da YouTube rispetto agli streaming audio

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Oggi per la rubrica “Scritto da Voi” – in cui inseriamo i migliori scritti in giro nel web – abbiamo scelto un interessante articolo di Enzo Mazza, CEO di FIMI (Federazione dell’industria musicale italiana) sull’ huffingtonpost.it. Il testo che segue parla della  “value gap”, la discriminazione remunerativa che esiste nel settore dello streaming che crea l’ostacolo più importante per la crescita dello streaming globale.

value gap

TESTO

Il tema è tornato nuovamente alla ribalta ne giorni scorsi sulla prima pagina del Washington Post. La questione del “value gap” , la discriminazione remunerativa che esiste nel settore dello streaming, tra quanto versato da piattaforme di video sharing come YouTube, e gli altri servizi come Spotify, Apple Music e Amazon è oggi uno degli aspetti più controversi dell’innovazione digitale in atto nel settore musicale.

Un tema che, sempre nei giorni scorsi, ha visto un dibattito anche al Parlamento EU, dove due Comitati parlamentari di Strasburgo hanno votato i rispettivi pareri sulla proposta in materia di riforma del copyright della Commissione EU e il tema del value gap, nonostante una forte pressione sotterranea di Google per eliminare le previsioni dannose, o addirittura per estendere le eccezioni al cosiddetto UGC (user generated content).

Si è trattato di un passo avanti per i detentori dei diritti e per la comunità artistica, ma resta ancora lontana l’ipotesi di individuare una soluzione che possa bilanciare gli interessi dei rights holder.

YouTube si muove infatti in un’area di salvaguardia generata dalle normative americane, il DMCA, ed europee, la direttiva e-commerce dei primi anni 2000, che pongono dei limiti alla responsabilità degli intermediari. Norme nate per evitare che le società di telecomunicazioni, che sono state alla base dello sviluppo di Internet, potessero essere considerate responsabili per gli atti posti in essere dai propri utenti. Ma questa struttura giuridica nacque ben prima di YouTube, che di questo baco normativo ha approfittato. Rimuovere i contenuti illeciti da YouTube si è rivelato uno sforzo immane per i titolari di contenuto, anche grazie all’inadeguato programma di Content ID di Google, e l’unica strada è stata quella di monetizzare al ribasso i contenuti.

Per un servizio che oggi copre da solo il 25% del mercato, è un indubbio vantaggio competitivo che richiede di essere sanato. Artisti come Arcade Fire, Garth Brooks e Pharrel Williams e manager come Irving Azoff hanno spiegato nel dettaglio come YouTube, nonostante la piattaforma rappresenti la maggior parte dei loro stream video, generi ricavi assolutamente ridicoli rispetto allo streaming audio.

Zoe Keating, un’artista strumentale ha mostrato al Washington Post un rendiconto dove si evince che da YouTube ha guadagnato 261 dollari per 1,42 milioni di stream, contro 940 dollari per 230 mila stream su Spotify.

YouTube si è recentemente difesa con una ricerca che mostra come senza la piattaforma video l’85% degli utenti migrerebbe verso un servizio pirata.

Tuttavia, come dimostrato anche in Italia, se YouTube non esistesse, complessivamente l’87% degli utenti si disperderebbe tra servizi pirata o a basso valore, ma un 13% finirebbe per utilizzare servizi premium di audio streaming, un 13% di utenti che da YouTube finirebbero su piattaforme streaming premium genererebbe per il mercato italiano dello streaming un valore pari a circa 26 milioni di euro di ricavi, con un incremento nel segmento streaming premium del 41%.

La musica su YouTube rimane intanto il contenuto dominante anche nell’era delle video star e dei gattini, generando per Google enormi quantità di risorse economiche che non rientrano ai titolari dei diritti. La più grande sfida dai tempi della lotta alla pirateria che oggi i legislatori di Europa e Stati Uniti sono chiamati a risolvere.

Crediti Articolo Enzo Mazza per huffingtonpost.it

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