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Google e YouTube, favoriti con l’eccezione del “safe harbour”, danneggiano i titolari di copyright e ostacolano l’innovazione digitale

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Oggi per la rubrica “Scritto da Voi” – in cui inseriamo i migliori scritti in giro nel web – abbiamo scelto un interessante articolo di Enzo Mazza, CEO di FIMI (Federazione dell’industria musicale italiana) sull’ huffingtonpost.it. Il testo che segue parla della legge sulla responsabilità degli intermediari – normativa che proteggere i fornitori di servizi Internet dalla responsabilità per le violazioni del copyright commesse dai propri utenti che caricavano o condividevano contenuti coperti da diritti d’autore e connessi, a condizione che tali contenuti illecito fossero rapidamente rimossi su richiesta dei titolari del copyright – che, secondo Mazza, danneggerebbe lo sviluppo innovativo dei contenuti digitali.

google

TESTO

Nei giorni scorsi è stato distribuito lo studio condotto dal professor Stan Liebowitz sui danni economici generati dall’attuale eccezione cosiddetta del “safe harbour” nella legislazione internazionale, ed in particolare americana ed euopea sul copyright.

L’origine della normativa fu quella di proteggere i fornitori di servizi Internet dalla responsabilità per le violazioni del copyright commesse dai propri utenti che caricavano o condividevano contenuti coperti da diritti d’autore e connessi, a condizione che tali contenuti illecito fossero rapidamente rimossi su richiesta dei titolari del copyright (notice & take down).

La legislazione prese forma a metà degli anni ’90, molto prima che i servizi web come, per esempio YouTube, che mettono a disposizione contenuti caricati dagli utenti vedessero la luce. In origine infatti l’approccio dei legislatori fu quello di riservare una sorta di tutela agli intermediari neutrali e passivi, in sostanza le telco che garantivano il servizio di comunicazione senza intervenire in alcun modo sul contenuto.

Lo studio di Liebowitz chiarisce invece come l’assenza di responsabilità generata dal safe harbour, contrariamente al suo scopo, abbia creato un vantaggio competitivo e ingiusto per i servizi UUC (user uploaded content/contenuti caricati dagli utenti) nella contrattazione con i titolari dei diritti, con il risultato che queste piattaforme non riconoscono i diritti o, se lo fanno, pagano meno del tasso di mercato.

Tale situazione è stata comunemente definita il “value gap” (di cui abbiamo parlato in un altro articolo) o “trasferimento di valore”. Lo studio di Liebowitz va tuttavia oltre i semplici dati di ricavo generati dai diversi servizi e messi a confronto per valutare l’impatto complessivo della legislazione che limita la responsabilità di certe piattaforme.

Ne viene fuori un quadro che penalizza l’intera struttura del panorama musicale competitivo, e non solo le imprese discografiche, gli autori ed artisti e gli editori. L’impatto economico negativo colpisce i servizi musicali che non sono UUC (basati su licenza come Spotify e Apple Music) rispetto alle piattaforme come YouTube.

Si crea uno svantaggio competitivo rilevante con l’effetto di generare entrate inferiori (e basi di utenti) di quelle che avrebbero avuto, se non per la distorsione provocata dalla legislazione sul safe Harbour.

Lo studio va oltre e dimostra anche come, nel caso di YouTube, la situazione è ulteriormente aggravata. Ciò che rende unico YouTube, tuttavia, è il legame con Google. YouTube fornisce al suo proprietario, Google, due fonti di valore distinte: una fonte di valore sono le entrate dirette generate dalle pubblicità inserite nei video di YouTube; l’altra, più sofisticata, è costituita dall’informazione fornita dal monitoraggio delle scelte dell’utente di YouTube.

Google/Alphabet è una delle più grandi aziende nel mondo, e si basa sulla pubblicità per quasi tutte le sue entrate. Le informazioni sulle utilizzazioni da parte degli utenti YouTube hanno un valore per Google nelle relazioni con gli inserzionisti che desiderano conoscere quanto più possibile sul loro pubblico in modo che la pubblicità possa essere altrettanto efficace e mirata.

I gusti musicali e video delle persone possono rivelare molto sulla loro età probabile, educazione, gusti, entrate economiche e così via, e questo può essere molto prezioso per Google che può meglio adattare la pubblicità attraverso le sue varie pagine web non YouTube e attraverso i siti web dei partner per i quali Google genera la raccolta pubblicitaria.

Le informazioni sugli utenti rivelate da YouTube consentono quindi a Google di perfezionare l’approccio ad-supported generando ulteriori ricavi dal motore di ricerca e da tutto l’indotto pubblicitario dell’ecosistema del gigante di Mountain View.

Pertanto, in un mercato funzionante, YouTube sarebbe costretto a riconoscere di più per le licenze di copyright anche rispetto ad equivalenti servizi di musica online. Le attuali stime sul value gap sono, secondo Liebovitz, addirittura più basse del danno generato, proprio perché non includono questo ulteriore elemento dell’indotto che la ricerca pone invece in evidenza.

Infine, lo studio affronta anche gli effetti del “Content ID” di YouTube, la tecnologia per identificare e rimuovere contenuti illegali dal sistema. Anche qui si notano gli effetti disincentivanti della legislazione sul safe Harbour, sia in USA, come in Europa. Liebowitz fornisce la prova come l’attuale sistema di identificazione dei contenuti non sia sufficientemente accurato da limitare efficacemente i danni ai titolari dei diritti.

In ogni caso, lo studio cita anche due analisi dei pagamenti effettuati da piattaforme che sono soggette ad autorizzazione preventiva e le piattaforme quali Youtube e che evidenziano l’enorme distanza e i relativi mancati introiti.

Digital Music News ha riportato nel 2017 il dato di confronto sui pagamenti agli artisti dai principali servizi streaming. L’ammontate dei pagamenti ai titolari di copyright musicali per 1000 streams è la seguente:

• Apple Music: oltre $12.
• Spotify: circa $7.50.
• YouTube: circa $1.50.

Una seconda analisi di Information is Beautiful (relativa ad artisti con contratto) ha evidenziato questi importi per mille stream:

• Napster $19.
• Tidal $12.50.
• Apple Music: $7.50
• Google Play $6.8
• Deezer $6.4
• Spotify $4.4
• YouTube $0.70

Lo studio di Liebowitz assume un rilevante valore nella discussione in corso, soprattutto a Bruxelles, per l’aggiornamento della proposta di direttiva EU in materia di copyright e dove il tema della diversa collocazione delle piattaforme che non sono passive e neutrali e gestiscono contenuti caricati dagli utenti è al centro della riforma.

Crediti Articolo Enzo Mazza per huffingtonpost.it

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