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Nisa e Carosone come la storia della mia vita

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di Michele Caccamo

Le foglie degli ulivi avevano la forza dei mattini. E mio padre ci perdeva l’esistenza su quegli alberi, fino al tramonto del sole. Si arrampicava come un lombrico un gatto. Ogni cambio di vento poteva essere fatale. Era un raffinato esteta delle chiome degli uliveti, un potatore. Lì in alto, mio padre, sembrava una minima luce.

E allora cantava, per farsi sentire vivo.
E rideva da quell’alto per le “basette a sudamericana”, e fischiettava la musica per darsi allegria.

Io, a quel tempo, ero un bambino e a casa stavo sul tavolo, e a ogni festeggiamento cantavo “Lui andava a tavallo, tavallo” mangiando la c. E mio padre batteva le mani orgoglioso.
Quelle canzoni, non lo sapevo, erano la nostra comunione. Noi ci amavamo cantando, mettevamo nella nostra bellezza il ritmo.
Non lo sapevo che tra di noi ci fosse Nisa (NIcola SAlerno… padre di Alberto Salerno). E dopo Carosone.

Era come se una mano ci passasse la musica da ascoltare, mettesse nel cielo il disco per farci sorridere insieme.
Tu vo’ fa’ l’americano” proprio quando stavo crescendo. E lui mi canzonava e capivo. E mi lasciavo chiamare accanto all’ovatta del suo amore, e stavamo seduti accanto, in un’indivisibile leggerezza.

Nisa e Carosone come la storia della mia vita, con a fianco lui, mio padre. Che mi ha fatto percorrere fino in fondo ogni mio desiderio, ogni mia sofferenza; che ha vissuto i miei mali da adolescente sempre certo che li avrei superati.
Come canta Napoli canta il mondo, e per ogni angustia c’è la “pastiglia”. E c’era anche per me, voleva dirmi con i versi del nostro complice.

Nisa e Carosone come la storia della mia vita. E “o suspiro” mi gonfiava il cuore, quello dell’innamoramento che mi teneva triste, come un uomo malato nel letto.
Mio padre non lasciava che nemmeno per un attimo la vita esitasse di starmi accanto, e allora mi chiamava. E allora mi svegliava.
Torero, olè.

Perché l’allegria, la sua allegria, aveva sempre una nota musicale.
Già da quando era un filo sopra agli alberi di ulivo, con la forfica tra le dita, a cimare i fusti in quella sconfinata solitudine che sapeva di cielo. E lui, mio padre, lì in alto, sembrava una minima luce. E cantava, per farsi sentire vivo.
Torero olè.

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RENATO CAROSONE – TORERO (di Carosone-Nisa)

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