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INTERVISTA A TOTO CUTUGNO – Da “Mi ritornano in mente”

Voto Autore

di Gianfranco Giacomo D’Amato

L’incontro che ha cambiato la tua vita professionale?

Vito Pallavicini. Poi devo molto anche a Mike Bongiorno e a Giuseppe Gramitto Ricci

 Il tuo vero amico nel mondo della musica?

Al Bano. C’è una storia: mi venne a trovare qui in studio, mi chiese come stavo e io dissi che stavo bene ma che mi succedeva di alzarmi di notte per andare in bagno. Non perse un attimo e mi fissò immediatamente una visita al San Raffaele. Il medico mi visitò e non mi fece più uscire. Mi fecero le analisi e diagnosticarono un tumore alla prostata. Devo tutto ad Albano, è mio fratello. Inoltre gli invidio la voce e la sua grande capacità nelle relazioni.

 La tua canzone più bella?

“Come è difficile essere uomini”, che ho scritto quando è nato mio figlio Nico

 La canzone che hai scritto alla quale sei più legato?

“L’italiano”.

 Il capolavoro di altri che avresti voluto scrivere tu?

Ci sono tre personaggi che io amo moltissimo: Lucio Battisti, Domenico Modugno e Renato Zero. Ma c’è una canzone in particolare che mi commuove quando l’ascolto: “I vecchi” di Claudio Baglioni. Quella l’avrei voluta scrivere io.

 La tua canzone che meritava più successo di quanto ne abbia avuto?

Forse quella del Festival di Sanremo nel 2010, “Aeroplani”.

Capisci subito quando un tuo pezzo è valido e potrà avere successo?

No. Quando scrivi qualcosa è tuo e ti ci affezioni, ma io aspetto sempre il giudizio degli altri, per capire se anche loro si emozionano. Quella è la forza di un compositore, altrimenti le canzoni finiscono in un cassetto.

Un interprete per cui avresti voluto scrivere una canzone?

Jovanotti e Antonacci.

I più grandi autori italiani di musica e di testi?

Per la musica Modugno, Battisti e Cocciante. Per i testi Mogol e Pallavicini.

Un errore che non rifaresti?

Mandare a quel paese le persone. Mi sono bruciato molti traguardi per il mio carattere. Io sono una persona per bene che crede nei valori, ma non sopporto gli ipocriti. Mi danno molto fastidio.

Un rimpianto professionale?

Quello di non aver ancora scritto una commedia musicale alla Cocciante, tipo Notre-Dame de Paris. Ma c’è sempre tempo.

 C’è stato un momento in cui hai pensato: “Ce l’ho fatta”?

Si, ai primi successi in Francia con Pallavicini. Anche se, raggiunto il successo, c’era da aspettare perchè i proventi della SIAE per l’estero arrivavano un anno dopo. Io dicevo a Pallavicini che non avevo ricevuto niente e lui mi rispondeva: “Aspetta, aspetta !” Quando arrivò il primo assegno dalla SIAE io lo guardai e chiamai felice mia moglie: “Carla ! Quattro milioni, porca miseria !” Lei mi chiese di farglielo vedere e poi disse: “Ma non sono quattro milioni. Sono quarantuno !” Non avevo letto bene. Allora con quei soldi compravi tre appartamenti.

Mi hai raccontato che hai composto i tuoi brani sia alla chitarra che al piano. Quale criterio adotti per scegliere lo strumento?

Le ballate, come ad esempio l’italiano, le compongo alla chitarra. I pezzi più lenti, come ad esempio Gli amori, nascono al pianoforte. A volte canticchio, registro e poi sviluppo il brano a casa. Altre volte lo spunto viene semplicemente da una frase. Dipende dallo stato d’animo. 

Qual è la sensazione quando senti canticchiare le tue canzoni dopo 30 anni?

Una grande emozione alla quale non mi sono mai abituato. Succede anche nei concerti, è sempre un brivido. Qualche volta io canto e mi dimentico le parole mentre nel pubblico le conoscono alla perfezione. E la cosa che mi sorprende ancora di più e che le conoscano dovunque vado all’estero, soprattutto le donne. Ho avuto la fortuna di piacere al mondo femminile, una cosa che mi ha aiutato molto.

Ti dicono: “Ma anche questa l’hai scritta tu?” Più soddisfazione o rabbia perchè la gente non lo sa?

E’ successo moltissime volte. Una grande soddisfazione. Gli autori non sono quasi mai citati. Io non mi sono mai sentito un cantante, ma un autore e compositore.

Sia l’autore che l’interprete possono avere un grande talento, ma chi compone fa qualcosa di unico, che può essere un capolavoro anche in più di una interpretazione. Si o no?

Si però a volte e anche il contrario. Un grande interprete può portare al successo una canzone non particolarmente bella. Ad esempio secondo me Celentano o Mina hanno il talento per poter cantare anche la rubrica telefonica.

Che importanza hanno in una canzone la musica, il testo e l’interprete ? La musica è più importante?

Dipende. A volte una canzone ha successo per un testo eccezionale, alte volte per una melodia mediterranea. Quando ci sono tutte le componenti ed un grande interprete, nasce un capolavoro. Ad esempio il rap, che mi piace molto, è solo testo.

I grandi capolavori sono intuizioni di un momento che poi si sviluppano oppure possono nascere da un lungo e paziente lavoro di preparazione?

Sono frutto di un momento di ispirazione. Dei 300 pezzi che ho scritto, circa 250 sono nati così. Sono storie che ho vissuto o che avrei voluto vivere, nelle quali gli altri si possono identificare.

Perchè la qualità della musica di oggi è così scaduta? Cosa c’era negli anni 70 e 80 di diverso?

Questa è una domanda importante. I giovani oggi tendono ad esprimersi in maniera ritmica e con i testi, lasciando da parte la melodia mediterranea, che ci appartiene culturalmente. Se io oggi chiedo a dieci persone di cantarmi la canzone che è arrivata seconda a Sanremo l’anno scorso, nove non la ricordano. E questo avviene perchè manca la melodia. Come mai oggi si canticchiano ancora tutte le canzoni di Battisti ? Perchè c’è un connubio fortissimo tra il testo, la musica e il personaggio che cantava quelle canzoni.

I tuoi successi di allora sarebbero successi anche oggi?

E’ cambiata l’anima delle persone. Oggi si è presi da tante distrazioni, è tutto diverso. E’ possibile che alcune di quelle canzoni sarebbero arrivate alla gente anche oggi, ma è difficile dirlo. Di certo posso dirti che mi chiedono di realizzare nuove versioni delle mie canzoni in tutto il mondo anche oggi a distanza di trenta anni. Quindi qualcosa che viene considerato  valido anche oggi in quei brani c’è.

Negli anni d’oro si emergeva se si avevano due doti: talento e determinazione. Giusto?

Non bisogna mollare. Se hai talento prima o poi ce la fai. Qualche volta premia solo la fortuna.

 Che pensi degli autori di oggi?

I ragazzi scrivono le loro canzoni a casa, perchè la tecnologia consente di creare dei provini molto buoni, che assomigliano ad un prodotto già finito. Molti ad un primo ascolto sono gradevoli, ma se poi li analizzi in dettaglio ti accorgi che non c’è la melodia o che manca la struttura. Per noi le cose accadevano esattamente al contrario: scrivevi un pezzo, il provino con pianoforte e voce, scarno, ti dava la prima indicazione. Se era bello, con il vestito di un ottimo arrangiamento diventava un capolavoro. Ci sono dei ragazzi di grande talento ma per diventare autori è necessaria la guida di qualcuno che sia esperto. Sono soli, ma non soltanto nella musica. Sono soli anche nella vita, isolati dalle tecnologie e dall’illusione di essere in compagnia attraverso un computer o un telefono.

I tuoi versi che identificano meglio il tuo modo di essere ?

Certo. Molte canzoni che ho scritto fanno parte del mio DNA. Ad esempio “Emozioni” e “Gli amori”.

 

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Da Mi ritornano in mente di Gianfranco Giacomo D’Amato – Zona editrice

 

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