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I Tempi stanno cambiando: Analisi della canzone “The Times, They are A-Changin'” (1964)

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di Alessandra Zacco

Nell’agosto del 1963 Bob Dylan si trovava nello studio A della Columbia Records di New York e il discografico Tom Wilson, nonostante il giovane cantautore fosse già un personaggio popolare e carismatico, nutriva molte perplessità sul continuare a produrre il genere folk perché riteneva che fosse “musica per vecchi taciturni”. Ma quando Dylan gli fece ascoltare The Times They Are AChangin’ il suo punto di vista cambiò al punto che fu proprio quel brano a dare il titolo ad un nuovo album.

Uscito nel gennaio 1964 sull’onda emotiva seguita all’assassinio di J.F. Kennedy (avvenuto il 22 novembre 1963) e del discorso “I Have Dream” di Martin Luther King (28 agosto 1963), il disco raggiunse solo la ventesima posizione negli USA, ma nell’aprile del 1965 conquistò il quarto posto della classifica inglese.

Il progetto era di mettere a fuoco le problematiche più sentite nell’America degli anni ’60: razzismo, povertà, ingiustizia. La canzone The Times They Are A-Changin’ venne definita un “Inno di battaglia per un’intera generazione”.

I critici più attenti, a proposito di questo brano, arrivarono a dire che Dylan più che un cantante fosse un commentatore, una sorta di cronista armato di liriche, armonica e chitarra. E non avevano torto. Infatti, molte altre future canzoni del “menestrello” nacquero – per sua stessa ammissione – da notizie lette nelle pagine di cronaca dei principali quotidiani americani.

Ricordiamo The Lonesome Death of Hattie Carrol, traccia che appare nello stesso album e racconta della gratuita uccisione a bastonate di una cameriera di colore di 51 anni, avvenuta a Baltimora nel 1963 per mano di un giovane proprietario terriero, bianco, ricco e privilegiato, che in virtù del suo status riuscì a scontare solo pochi mesi di carcere.

Erano gli anni della lotta per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani e nonostante Rosa Parks avesse già segnato un solco nella storia, ci voleva qualcuno che raccontasse quelle drammatiche vicende attraverso un mezzo semplice, immediato e alla portata di tutti come la canzone. A “celebrare” l’ingiustizia e a raccontare al mondo intero la storia di quel tragico fatto di sangue, violenza e razzismo ci pensò Bob Dylan che compose quello che è ormai considerato un classico della musica folk.

Ma la più famosa canzone del filone legato alle storie di cronaca e vita vissuta scritta da Bob Dylan è la celeberrima Hurricane (Album Desire, 1976) dedicata al pugile nero Rubin Carter, ingiustamente detenuto per triplice omicidio dal 1966 al 1985, anno in cui venne tardivamente riconosciuta la sua innocenza.

Con The Times They Are A-Changin’ ci troviamo di fronte ad un testo che con tono volutamente biblico punta il dito contro la vecchia politica conservatrice, l’ipocrisia del sistema americano, i critici e gli intellettuali ottusi genuflessi al potere, le generazioni dei padri, le famiglie piccolo borghesi; e dove emerge con forza il tema del conflitto genitori-figli e la necessità impellente di una rottura definitiva col passato da parte di questi ultimi.

Dylan stesso dichiarò che scrisse la canzone nel tentativo di farne un inno dei cambiamenti che avvenivano in quel preciso momento storico. Nel 1985 al regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Cameron Crowe disse: “Questa era decisamente una canzone con uno scopo. Sapevo esattamente cosa volevo dire e per chi lo volevo dire (…) Volevo scrivere una grande canzone, una sorta di canzone a tema, con versi brevi e concisi che si accumulavano l’uno sull’altro in maniera ipnotica. Il movimento dei diritti civili e il movimento della folk music furono abbastanza vicini e alleati per un certo periodo (…) Quasi tutti si conoscevano tra loro. Dovetti suonare questa canzone la stessa sera che il Presidente Kennedy morì e per molto tempo divenne la canzone di apertura dei miei concerti”.

Andy Gill, critico musicale del quotidiano britannico The Independent, precisò che le liriche della canzone rimandavano all’Ecclesiaste, testo contenuto nella bibbia ebraica, al quale si ispirò anche Peter Seeger nel suo inno Turn! Turn! Turn!. Il verso nel quale Dylan scrive: “Il primo di adesso sarà l’ultimo di domani” è un esplicito riferimento al Vangelo di Marco (10:31): “E molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi”. La cultura Hippy, naturale conseguenza del movimento della Beat Generation, di lì a pochi anni avrebbe contagiato il mondo Occidentale.

Il Festival di Woodstock (1969) era alle porte con un’intera generazione pronta a gridare, insieme allo slogan “Peace & Rock Music”, il ben più minaccioso “I tempi stanno cambiando”. Molti artisti hanno reinterpretato egregiamente il brano rendendo omaggio a Bob Dylan. Tra questi: Simon & Garfunkel, Bruce Springsteeng, Nina Simone. La versione che apprezzo di più e suggerisco di ascoltare è quella di James Taylor e Carly Simon.

 

PER VEDERE IL VIDEO CLICCARE SULL'IMMAGINE Times They Are A-changin' versione di J. Taylor
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Times They Are A-changin’ versione di J. Taylor

 

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Times They Are A-changin’ versione di Bob Dylan

 

PER VEDERE IL VIDEO CLICCARE SULL'IMMAGINE Times They Are A-changin' versione di Bruce Springsteen
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Times They Are A-changin’ versione di Bruce Springsteen

 

PER VEDERE IL VIDEO CLICCARE SULL'IMMAGINE Times They Are A-changin' versione di Carly Simon and James Taylor
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Times They Are A-changin’ versione di Carly Simon and James Taylor

 

 

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