Con le mani sembra voglia aprire brecce, ed è facile sentire le sue suole cricchiare sul palco come fossero sui nostri occhi. Ah, quanto sarebbe divertente vederlo mentre riesce a farci singhiozzare proprio nell’istante dell’addormentamento, e neanche per lo spavento piuttosto per il risveglio della coscienza.
Fedez tiene alto il sillabario della contestazione, tentando di portarci nel perfetto insegnamento della rivolta: le parole le tira fuori dalla bacchetta magica che ha nel pensiero, da quel sogno positivo che si è imposto. Ci hanno costretti all’odio, sembra voglia dirci, ma noi siamo onorevoli nell’amore e nella solidarietà, e per essi dobbiamo lottare.
Mi è costato, lo ammetto, ripiegare sui miei convincimenti. Avrei dato dieci soldi di valore alla musica di Fedez; e avrei sbranato chiunque mi avesse detto che il messaggio è civico e che stranamente i giovani contestano, più della mia stanchezza, il sistema sociale. Chiunque, tranne Mara Maionchi. Che mi ha invitato ad ascoltarli. E Fedez, su tutti.

In foto: Mara Maionchi, Fedez e Luca Tommassini
E allora i suoi tatuaggi non sono stati più il vanto che ho sempre visto: quelle macchie organizzate nella pelle altro non sono che una protesta contro il tradimento alla Verità.
E l’elettronica battente, sullo stesso tempo, è diventata un tamburo ficcato nel cervello. Le dita una sacra coniugazione con l’aria: battuta per non farla stagnare, come lo sono da tempo i nostri ideali; la sanno fragilissima e l’appoggiano dal pollice al mignolo, la fanno girare per aprire un vuoto da riempire di significato.
La gestualità nel rap è il messaggio, l’irriverenza.
Sembrano storie squilibrate, distanti; come appartenessero ad anime accantonate, a pochi uomini messi ai bordi; come se a noi non toccassero gli artigli di questo potere che ha messo ai margini la fratellanza.
Fedez è un appassionato metropolitano capace di saltare dal globo in tutto cielo pur di raccontare la degenerazione; di mettere a punto i suoi assalti: a quell’infame testa del sistema, prodiga di malignità, che ci divora l’anima e l’intelletto.
Anche il gioco ha la sua saggezza, e sembra saperlo Fedez: ricerca con una bocca fresca di gioventù le parole buone per riavviarci; e si batte e implora, con motti e semplici ritornelli, per il nostro rinnovamento.
Fossero finalmente utili questi ugelli messi a irrorare di novità la canzone italiana, occorrerebbe fermarsi, e applaudire. Come fossimo davanti al rinascimento.
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