Il pop ha trovato l’ultima madrina, casomai ce ne fosse stato bisogno, eccola qua. Trattasi di Paola Iezzi che con un look vagamente fetish in un colpo solo, porta direttamente all’esclusione del primo live due dei suoi protagonisti della sua squadra.
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Perde gli improbabili Dimensione Brama, che dopo l’esecuzione di un altrettanto improbabile cover dei Righeira (L’estate sta finendo) potrebbero ribattezzarsi in Dimensione Drama. La madrina del Pop lo ama così tanto che riesce ad affibbiare lo stile Righeira anni 80 a una band che si presenta con due brani dei Joy Division e dei CCCP. E’ come se a Master Chef, Cannavacciolo proponga al suo concorrente la ricetta di un uovo sodo dopo che il medesimo si è presentato con la ricetta di una superba bouillabaisse marsigliese. Però dato che la chiamano tutor, lei può farlo. Non contenta affida al ragazzo italo-scozzese Pablo Murphy un altrettanto inutile hit del pop della reginetta Swift Taylor che Il suo collega Jack la Furia, definisce un Tik Tok di due minuti anziché una esibizione da X Factor. Ma la barricadera del Pop non demorde, e a fine puntata si lancia con un sermone sul Pop declinando tutte le sue possibili varianti, ivi compreso il synt pop. La bella notizia è che invece passano al prossimo turno una giovane band rock, una band punk e addirittura una jazz band che si esibisce in strada e ai matrimoni. Ma l’insostenibile inconsistenza del pop continua grazie a Paola Iezzi che chissà, magari alla prossima puntata assegnerà alla sua preferita Laura o Lowrah che fa più internazionale, “Hanno ucciso l’uomo ragno” degli 883, tanto lei è già pop e così magari fa contenti anche i dirigenti di Sky, visto che sta andando in onda l’omonima serie. Insomma a forza di pompare il top del pop la Paola Pop ho toppato. Ma va bene così….morto un pop se ne fa un altro. Ora il tema si presta a una considerazione. Il pop se fatto bene e se spinto oltre il generalismo da intrattenimento, ha una sua ragion d’essere, almeno storicamente, ma il pop attuale è sinceramente insopportabile. Inutile come un infradito in una scalata d’alta quota in montagna. Quello che molto spesso si dimentica e che la Paola Iezzi dovrebbe ben sapere, è la differenza tra la musica popolare e il cosiddetto pop. La prima, storicamente parlando, trattasi di musica fatta dalla gente senza alcuna pretesa commerciale. Canzoni di lotta, di lavoro o semplicemente filastrocche per bambini o per feste di Paese, canzoni delle quali a volte non si conosce nemmeno l’autore come nel caso di Bella Ciao o dell’Uva fogarina. Canzoni che tramandate di generazione in generazione, diventano così popolari da diventare prodotto fonografico (disco). Il pop invece è prodotto industriale puro. Canzoni fatte dalle aziende come prodotto di intrattenimento per il popolo, nate come prodotto di consumo dscount, vale a dire l’esatto contrario della musica popolare. Totalmente differenti anche i contenuti dei testi, ovviamente.
Insomma potremmo semplicemente dire che il Pop odierno non è altro che la musica leggera di oltre mezzo secolo fa, con una differenza sostanziale però. Le canzonette da spiaggia degli anni sessanta erano scritte da musicisti veri, gente che aveva persino studiato al Conservatorio, idem gli autori dei testi che molto spesso scrivevano anche per il teatro, il cabaret o la radio. Nella canzonetta leggera trovavano un modo per far soldi, a volte anche importanti. La musica pop attuale, ovviamente parlo del Pop italiano, è invece fatto da abili manipolatori di plug in o da autori il cui vocabolario è ristretto al massimo a poche centinaia di parole. Non a caso Jack LA Furia alla sua giovane concorrente bulgara Elmira Marinova, ribattezzata El MA, ha intimato:
“Devi imparare bene la lingua italiana, conoscere almeno 1000 parole”.
Bisognerebbe ricordargli che i lessemi della lingua italiana sono circa 270mila (7mila lessemi di base. 45mila comuni e oltre 200mila appartenenti al vocabolario esteso, ma siccome gran parte di questi lessemi possono essere flessi, la parola di cui dispone l’italiano sono circa 2 milioni. Ora non si pretende che li si conosca tutti, ma con mille appena ve la immaginate la El MA come possa cantare i testi di Carmen Consoli o di Franco Battiato? Il fatto è che il Pop oggi non ha nulla a che vedere con la storica musica Pop, dove nel termine potremmo benissimo inserire anche le canzoni dei Beatles. Il Pop oggi è una litanìa insopportabile infarcito di parole senza senso quasi sempre infarcite di termini anglofoni di moda o da orribili neologismi derivati come “strimmare”, “taggare”, “skippare” e altre suggestioni da bignamino del marketing. Famo tutti gli americani con sto’ WOW appiccicato alla bocca come l’amo di un pesce merluzzo. E dato che la canzonetta pop con il tempo si è impoverita miseramente, ecco che la cantante pop da sola non basta più a far spettacolo, e così al posto delle paillettes e delle palle rotanti a specchio, si circonda di corpi di ballo di giovani ballerine fuoriuscite dai talent show, piuttosto che dalle scuole di ballo. Coreografie copiate dagli show americani, che sostituiscono persino i musicisti sul palco. Basta guardare i video live di Elodie, Annalisa, Angelina Mango. E più raro vedere un musicista sul palco che un gratta e vinci vincente. Dunque di che pop stiamo parlando? Quale è la sua funzione se non quella di un esile intrattenimento di 3 minuti? Possiamo considerare la canzonetta pop alla stregua di un reel di Tik Tok? Certo che si. Dunque perché insistere con questo culto del nulla, quando esistono migliaia di canzoni che ti fanno commuovere, esaltare e soprattutto pensare? Dunque ben vengano degli onesti marcioni toscani che suonano punk con le dita nel naso o adolescenti che scoprono la nobile canzone d’autore italiana, o giovani jazzisti di strada che hanno imparato a suonare persino i tempi dispari, e lasciate che il pop si seppellisca da solo dato che non riesce ad andare oltre a inguardabili imitazioni d’oltre oceano. Per bene che vada rimarranno solo imitazioni, sterili esercizi di “voglio ma non posso”. Il Pop al ballottaggio per uscire fuori dalla tv, è un bel segno di risveglio. Daje, ce la possiamo ancora fare.
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