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lunedì, Gennaio 30, 2023

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TALENT SCOUT E TUTOR: MONDI LONTANISSIMI

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Nell’attuale edizione di X Factor emerge l’abissale distanza che separa la competenza dei talent scout del passato e quella dei giovani tutor del format. La prima impressione è che i secondi, seppur giovani, appaiano molto più vecchi dei primi.

Negli anni sessanta, settanta, ottanta e anche novanta, i produttori discografici e i talent scout indipendenti, lasciavano agli artisti la completa libertà di esprimersi. Il loro apporto poteva riguardare la produzione tecnica e sonora dei dischi, una riflessione sui testi e i titoli delle canzoni e degli album, ma nulla di più. Erano perfettamente consci che gli artisti dovevano esprimersi nella loro identità senza rincorrere mode di mercato.

Tanto per fare un esempio, nessuno ha mai detto a Eugenio Finardi di usare la cassa in 4/4 negli anni ottanta perché andava di moda la disco o di suggerire a Franco Battiato di utilizzare sonorità rock metal, o di farsi fotografare mezzi nudi per “catturare” l’attenzione del pubblico.

I tutor di X Factor invece, sono talmente condizionati dagli ascolti del programma, da imporre ai loro giovani concorrenti esperimenti viziati o dai loro gusti personali o da tentativi di rendere le loro esibizioni più popolari e commerciali, anche portandoli completamente fuori dal loro contesto artistico. Non si capisce infatti perché la povera Lucrezia, che si presenta con una canzone dei Massive Attack, debba poi sottostare a una pallida imitazione di Madonna trasfigurata in una barbie girl da Tik Tok. Piacerà pure ad Ambra ma perché farle fare un brano che è distante anni luce dalla sua formazione?

Ci è cascato anche Rkomi che non ha ancora capito che la sua concorrente Joelle (poi perché cambiarle il nome in corsa?) non c’entra nulla con “Summertime Sadness” in versione dance, dove la si costringe a ballare e a imparare coreografie in due giorni appena. Lei è una ragazza che dà il meglio con la chitarra acustica e in ballate anglo americane che ricordano la scuola delle varie Joni Mitchell, o magari di Sheryl Crow.

Questa smania dei tutor di portare i loro concorrenti fuori dalla nota “confort zone” è davvero una pessima idea. Se uno/a sa fare un certo tipo di musica che senso ha fargliene fare un’altra? Non è mica un talent show per diventare artisti di musical in cui bisogna saper ballare, cantare e recitare. X Factor è un talent musicale, non musical.

Quelli più attenti a non scivolare fuori dal recinto sono Dargen D’Amico e Fedez. I Disco Club Paradiso sono quella roba lì. Il loro contesto è un misto di Casadei, Stato Sociale e Righeira. Non a caso sono emiliani-romagnoli. In loro c’è il liscio, le canzonette balneari, il casino anche un po’ demenziale. E lo fanno bene, con divertimento e disincanto. Mica possono suonare in versione liscio i Radiohead.

Stessa cosa fa Fedez con gli Omini. I tre ragazzi torinesi sono cresciuti in sala prove suonando gli Who e il punk. E’ la loro formazione e quella musica la sanno suonare bene, non c’è mica bisogno di farli cantare in italiano per forza. Fedez li lascia fare quello che sanno fare e ha ragione, perché l’identità artistica è la prima cosa da tutelare.

Ambra e Rkoni non l’hanno ancora capito, perché in realtà inseguono più i loro desideri e gusti musicali che quelli dei loro concorrenti. Che prendano esempio dai produttori discografici di un tempo che capivano al volo le specificità dei loro artisti.

Nessuno alla RCA ha detto a Renato Zero che doveva vestirsi in modo più acconcio alla morale comune o che doveva cantare in inglese per avere successo all’estero. Zero faceva e fa ancora quello che gli pare, orgoglioso dello stile che ha inventato in Italia. Gli esercizi di stile imposti dai tutor di X Factor non servono a nulla. Il pubblico, che è molto più attento di loro, vota secondo la credibilità che i concorrenti hanno e dimostrano di avere.

L’esempio sciagurato di Iako che interpretava Bjorg è esemplare. Lui si presenta trasfigurando “Il mondo” di Jimmy Fontana in chiave elettronica, ma non per questo bisogna portarlo sul territorio di mostri sacri come Bjorg o ai confini del “metaverso”. Ma forse Ambra e Rkoni credono di essere non a X Factor ma nel film “A Star is born”, dove Lady Gaga interpreta una ragazza che compone bellissime ballate d’amore e viene trasformata da un cinico produttore in un prodotto ipercommerciale trash al punto di farle tingere i capelli di rosa, costringerla a muoversi come una ballerina consumata dal tempo alla ricerca smodata del successo pop.

Il film finisce in tragedia ma ha comunque un lieto fine, perché lei poi ritorna sulle scene cantando una struggente ballata d’amore dedicata al marito che l’aveva portata al successo con la musica che lei sentiva e sapeva fare fin dall’inizio. Consiglio ai tutor di rivedere il film e pensarci su. Cos’è il talento? Continuare a saper fare quello che uno/a sa fare e rimanere fedeli alla propria identità. Niente di più. Chiamasi identità.

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