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Aretha Franklin, il mito e l’incubo

Aretha Franklin era semplicemente oltre ed era “avanti”, perché nessuna caratteristica interpretativa del canto moderno appare nuova rispetto a lei

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Aretha Franklin
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Aretha Franklin non c’è più, la malattia ha vinto, e ci ha lasciati nello stesso giorno della perdita di Elvis Presley (leggi nostro articolo).

Il mondo della musica è sgomento, per quanto la notizia del suo male fosse nota da anni. Aretha è stata senza dubbio una tra le più grandi cantanti del mondo, forse l’ultimo mito ancora vivente, dopo Ella, Sarah, Billie.

Un mito ma anche un incubo, semplicemente perché inarrivabile.

Il canto di Aretha è, e probabilmente resterà, il modello di vocalità (definita) soul tra migliaia di professioniste, aspiranti tali e dilettanti, democraticamente e crudelmente sparse in tutto il mondo; la sua timbrica inimitabile, la musicalità eccelsa, l’agilità, la capacità interpretativa, quel suo essere mai eccessiva ma sempre ricca e personale, sono caratteristiche che forniscono una mole enorme di materiale di studio e di emulazione. Quello che appare inoltre straordinario è che nonostante l’enorme spessore artistico del suo canto, questo fosse assolutamente fruibile da tutti, da un pubblico enorme, laddove quasi mai qualità e grande riscontro di pubblico coincidono.

In realtà l’arte di Aretha era talmente indiscutibile da essere trasversale, non riconducibile esclusivamente al soul, al jazz o al pop, anzi era tale da poter essere usata per andare oltre al sistema delle classificazioni e delle etichette; una frase attribuita perlopiù a Miles Davis recita, più o meno, che non esistono generi musicali ma solo musica bella o brutta: la storica esibizione a sostituzione di Pavarotti in cui esegue a modo suo “Nessun dorma” in tonalità originale rende inutile qualsiasi ulteriore tentativo di spiegare il concetto.

Aretha Franklin
Aretha Franklin performing “Nessun Dorma” at 1998 Grammys

Aretha non era definibile pop perché assolutamente allergica ai prodotti furbi e leccatini, non jazz perché nel suo repertorio difficilmente indugiava ad improvvisare sull’intero chorus dei brani, i quali in maggior parte peraltro neanche erano particolarmente adatti armonicamente per tale pratica.

Aretha era semplicemente oltre, o meglio era “prima”, perché era la sintesi dell’archetipo gospel (e questa non è una classificazione, è storia) da cui molta della buona e cattiva musica del secolo scorso ha avuto origine, ed era “avanti”, perché almeno allo stato attuale nessuna caratteristica interpretativa del canto moderno appare nuova rispetto a lei, mito e in tanti casi incubo con cui non si cesserà mai di dover fare i conti, ma con grande piacere. Fortuna nostra, grazie di cuore.

 

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Alessandro Filindeu
Vivo a Roma, non sono un giornalista, sono musicista professionista da quando avevo ventidue anni, ambito pop ma formazione jazz, ho suonato in una cinquantina di programmi Rai, ho ottenuto la idoneità per insegnare in Conservatorio nel 2005, lavoro con un importante produttore come assistente musicale e di produzione e come chitarrista, ho collaborato con vari musicisti, scritto e arrangiato un po' di cose, avuto a che fare con il Festival di Sanremo in varie "vesti" a partire dal 1993. Insegno chitarra moderna in varie scuole di area romana, armonia moderna e tecnica dell'ascolto presso la "Accademia Spettacolo Italia" di Roma. Ho collaborato come "ghost writer" a due tesi di laurea in storia della musica pop italiana, ho partecipato alla organizzazione di varie Master Classes di grandi musicisti italiani e stranieri, in tempi recenti ho co-prodotto due cantanti esordienti, con ambedue fallendo clamorosamente ma acquisendo di conseguenza una grande conoscenza del mondo del pop italiano degli ultimi anni. Ho una maturità classica, ho frequentato due facoltà universitarie e un Conservatorio per un totale di 21 esami sostenuti ma non ho finito nessuna delle tre cose, inevitabilmente la mia prima attività è quella dell'insegnante.

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