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giovedì, Agosto 13, 2020

Storie di Musica: gli anni d’oro

Abbiamo vissuto tempi meravigliosi nella musica, ma allora non ci sembravano così  meravigliosi. Li abbiamo vissuti attraversandoli con i capelli al vento

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La politica d’oggi non merita una canzone

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di Michele Monina da Il Tasso del Miele 

Mancano pochi giorni alle elezioni. No, tranquilli, non voglio parlare di politica. Da tempo ormai non mi occupo delle cose di questo mondo. Ma di musica sì. E di musica e politica pure. Perché che quello che stiamo vivendo sia un periodo un po’ del cazzo direi che è sotto gli occhi di tutti. Quella a cui stiamo assistendo, direi, è la peggiore campagna elettorale di sempre. Nessun contenuto. Solo slogan più o meno vuoti, e la tendenza a contrapporsi agli altri su piani che tutto sono fuorché politici. Siamo i meno ladri. Siamo i meno corrotti. Siamo quelli che hanno sbagliato meno. A fronte di questo, ma la china era già stata intrapresa anni fa, l’innalzamento della soglia della paura, sapientemente alimentata dai media, sempre abili nel seguire i trend utili e comodi. E via di Prima gli Italiani, w la sicurezza, porto d’armi per tutti e via discorrendo. Insomma, il grande nulla. Al punto che i media hanno cominciato a occuparsi di aspetti che, direttamente, con la politica nulla avrebbero a che spartire, almeno con l’analisi politica che alla gente viene proposta. Servizi su come i leader politici usano i social, su come i leader politici usano il proprio aspetto fisico, su come i leader politici interagiscono con la piazza virtuale.

E la musica?

Ecco, in uno scenario così apocalittico la musica è la grande assente. Tanto era stata protagonista nel momento in cui la prima repubblica aveva abdicato, più o meno volontariamente, per la seconda repubblica, con la scena dei centri sociali che fronteggiava l’ascesa della nuova destra a suon di rap e sound system, e con l’underground, oggi erroneamente considerato antesignano dell’indie, a prestare alcuni dei suoi protagonisti alla voce del dissenso, tanto oggi di politica non si sente niente nelle canzoni, sia che si parli di rap (o della sua nuova corrente, erroneamente chiamata da noi “trap”), sia che si parli, appunto, dell’indie, nella sua quasi totalità concentrato a controllarsi la lanuggine prodotta dall’ombelico, più che a guardare al sociale. Niente Assalti Frontali. Niente 99 Posse. Neanche niente CCCP poi CSI, e vista la parabola di Giovanni Lindo Ferretti, sempre più in bilico tra Lega e Fratelli d’Italia, viene quasi da guardar alla notizia con sollievo. Niente Modena City Ramblers o Gang. O meglio, quasi tutte queste realtà ci sono. Ci sono ancora. Ma sono sempre loro. Tutti sopra i cinquanta. In alcuni casi anche i sessanta.

La stessa rabbia appena affievolita dai capelli grigi, dalle stempiature, dalla pappagorgia. Ma niente di nuovo sul fronte occidentale. Dopo certe proteste del Teatro degli Orrori e dei Zen Circus, ma tocca davvero sforzarsi per ricordarsi di loro oggi, in questo magma di cantautorini con chitarrina scordata e voce stonata, niente di nuovo. Giusto Lo Stato Sociale, che però non sono esattamente la voce del dissenso, quando dello scherno rassegnato, del disagio metabolizzato.

Il rap, invece, ha lasciato spazio a altro.

Niente sguardo rivolto agli ultimi, ma semmai sguardo annebbiato dagli sciroppi per la tosse e ammirazione neanche troppo malcelata per la nuova ricchezza, quella ostentata delle griffe. Niente, di conseguenza, amplificazione del malessere delle periferie, parlando di rap italiano sicuramente una costante negli anni Novanta, niente analisi, magari anche sommaria, degli scenari internazionali. Meglio parlare di caramelle e di bibero, sembrano dirci i vari Sfera Ebbasta e Dark Polo Gang. Non che il cantautorato stia molto meglio. Archiviata la generazione degli ormai cinquantenni, quella dei vari Silvestri che cantava di Cuba o del suo nemico, Silvio, e dei Fabi che cantava di come si sentisse offeso nell’essere nella nostra società oggi, non è rimasto nulla di rilevante, almeno su questo fronte. Ci sono, certo, sacche di resistenza, ma sono nicchie piccolissime, insignificanti, parlando di numeri, incapaci, quindi, di formare una forma sonora di resistenza che non sia quella dell’ultimo giapponese rimasto sull’isola dopo la fine della guerra.

Manca la presa di coscienza, sembra, o magari la presa di coscienza c’è, ma manca la forza di reagire, la rabbia per reagire. Se anche una canzone come quella di Meta e Moro, fresca vincitrice di Sanremo, viene considerata una canzone politica, con quella retorica leggera, incapace di graffiare, significa che manca, oggi, la canzone realmente politica. Ha vinto lo sguardo rivolto verso la camera da letto, la cameretta. E forse è anche giusto così, perché manca pure la piazza, se non quella dell’odio verso il diverso, di destra, quindi incapace di produrre nulla più che odio, zero espressività artistica, e quella della protesta nichilista di chi si sente in dovere di mandare a casa chi ha sbagliato, senza avere una soluzione alternativa, perché tanto peggio è difficile (ma possibile).

Forse, però, è bene non ci sia una colonna sonora adeguata a questo sfacelo.

È bene che l’apocalisse sia muta, senza le distorsioni delle chitarre elettriche, senza le ritmiche incalzanti del rap di protesta, senza canzoni da gridare in cortei che, in fondo, non ci sono più.

Chi, come me, è cresciuto con le canzoni dei Clash, prima, e della versione marchigiana dei Clash, poi, la Gang dei fratelli Severini, con Militant A e Zulu a fare da contraltare, forse è bene continuare a guardare al passato, magari anche a quando Jello Biafra irrideva il potere con la sua lingua tagliente e il suo immaginario irriverente. L’oggi non si merita questo, tanto quanto noi non ci meritiamo l’oggi.

© All right reserved – Michele Monina
Copyright © – Il Tasso del Miele

 

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