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domenica, Maggio 16, 2021

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Talento, giudici da talent e la fatica di fare l’artista in Italia

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di Luigi Calivà

Nel dibattito talent show si, talent show no, musica, concerti c’è un elemento che sposta l’ago della bilancia: il talento.

Le redazioni dei talent show, per rispondere a qualche esagerazione in certi giudizi di certi giornalisti sui casting e sul talento che scarseggia, affermano di aver scelto negli anni il meglio di coloro che si presentano alle selezioni, salvo continuare a sfornare, di anno in anno, ragazzine/ragazzini intonati ma molto acerbi e spesso privi dell’ esperienza minima per fare gli artisti.

Ne è testimonianza la sostanziale differenza tra la qualità dei prodotti discografici e le performance live del periodo del talent, e quelli sfornati negli anni successivi dagli stessi “artisti”, a prescindere dai risultati di vendita e di classifica.

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Chi si ricorda i nomi dei vincitori degli ultimi anni dei principali talent show italiani?

La mia opinione è che il talento, quello vero, è molto difficile da scoprire e da riconoscere.

Nella storia della nostra musica ci sono delle importanti conferme di questa teoria; ricordiamo la difficoltà e lo scetticismo che circondava Lucio Battisti cantante, che il grande successo aveva già toccato come compositore di canzoni. Solo la cocciutaggine di alcuni addetti ai lavori (Mogol in testa) ha consentito a Lucio di diventare uno dei più grandi artisti della nostra storia musicale moderna.

Fatto analogo e cocciutaggine di manager, produttori e discografici (elenco infinito ) hanno permesso a Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Franco Battiato, Zucchero, Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, Elisa, Giorgia, Jovanotti, Renato Zero, Biagio Antonacci, Laura Pausini, Luciano Ligabue, Vasco Rossi, Pino Daniele, Fiorella Mannoia, Elisa ed altri, di raggiungere il grande successo

Ora, indipendentemente dai gusti musicali di ognuno di noi, non possiamo certo affermare che il talento manchi a questi artisti.

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Una storia esemplare più moderna di scoperta del talento da parte di un lungimirante produttore e manager, e di gestione dello stesso, è quella di Cesare Cremonini, l’artista è nato con un successo che aveva tutte le caratteristiche per essere effimero, come quello dei Lunapop con una fiammata nel 1999. Tutto sembrava avviarsi verso l’oblio. Ma Cesare, che di talento ne ha da vendere, è riuscito grazie all’aiuto del suo manager Walter Mameli a ricostruire una carriera da solista, e oggi è ormai una vera realtà, sia discografica che live, del nostro panorama musicale.

Analoga storia è quella di Tiziano Ferro che solo grazie alla start-up manageriale del duo Maionchi /Salerno ha potuto dimostrare il suo talento e le capacità che lo hanno portato ad essere uno dei big attuali della musica italiana.

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In questi ultimi anni però rischiamo di lasciare per strada qualche talento vero, a causa delle condizioni del mercato discografico e dell’impossibilità di trovare produttori e manager all’altezza (a patto che questi artisti li vogliano) e che supportino la carriera di questa categoria di artisti: Luca Carboni, Luca Barbarossa, Daniele Silvestri, Carmen Consoli, Alex Britti, Cristiano De Andrè, Marco Masini, Francesco Renga, Fabrizio Moro, Tosca, Gianluca Grignani, Irene Grandi, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Neffa, Pacifico, Sergio Cammariere, Samuele Bersani, Ron, Michele Zarrillo, Mario Biondi … e diversi altri.

Questi artisti, chi più chi meno, lavora, incide, fa spettacoli, ma purtroppo corriamo il rischio che vengano sopraffatti dalla invadenza sul mercato degli “artisti” che di anno in anno escono dai talent show e da alcune forzature mediatiche come quella di passare da “artista” a giudice di talent, anche quando non se ne hanno le capacità né l’esperienza per essere in quel ruolo.

Non è il caso di Agnelli, Morgan, JAx o Fedez, ma lo è, forse, quello appena annunciato di Levante a XFactor e quello di Ermal Meta ad Amici (che artisti bravi certamente lo sono; qui si parla di “esperienza”), ed altre avvenute in passato come quelle di Arisa, di Noemi, o ancora di Emis Killa.

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Non possiamo certo accettare il concetto che per esistere un artista debba obbligatoriamente soggiornare in un Talent televisivo come fanno Emma Marone, Fedez, o addirittura Elisa, che veramente non ne avrebbe bisogno, e che rischia di fare perdere il “mistero dell’artista” ed aggiungo il fascino, come giustamente rileva Alberto Salerno in un precedente articolo.

Tutte queste forzature rafforzano il concetto che nel nostro paese è necessario stabilire delle regole meritocratiche, magari mediate anche dal rispetto per la storia e la carriera di taluni artisti come quelli su citati, per stabilire una scala di valori e conseguenti di accessi ai media e alla tv.

A scuola c’è l’asilo, ci sono le elementari, la scuola media, la superiore, l’università e poi i master.

In Usa se un artista entra nella Rock & Roll Hall of Fame diventa un patrimonio culturale musicale dell’intero paese per sempre.

Pensiamoci!

In Italia è necessario consacrare in una sorta di Hall of Fame per gli artisti che hanno segnato la nostra storia musicale, se non altro per premiare la difficoltà di essere artisti in questo povero paese, dove qualcuno che conta ha avuto il coraggio di affermare in pubblico che “Con l’arte e con la cultura non si mangia“, fatto che rischia di trasformarsi in “Si muore di fame”.

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