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sabato, Luglio 13, 2024

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CHE FINE HA FATTO IL SUONO?

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Carmelo Bene, inventore della phonè e della microfonia nel teatro, ha più volte dichiarato:

“Noi nasciamo ciechi, ma già all’età di 3 mesi nelle acque materne, siamo già in grado di udire. Ecco perché il suono è importante. E’ la prima forma di comunicazione della nostra vita”.

Questo ci riporta alla cultura analogica delle passate generazioni, quando si dava molta importanza e attenzione al suono di un disco. La cultura dell’Hi-Fi premiava i dischi che suonavano bene. Quando un disco era prodotto dai maestri del suono, quali Phil Spector, Alan Parsons o Geoff Emerick, venivano pubblicate intere recensioni solo sul sound del disco, non solo sulla stampa musicale ma anche nell’editoria in generale. Se una rock pop band non aveva un suono personale, difficilmente veniva apprezzata. Tutta questa cultura non solo dell’Hi-Fi ma anche artistica e musicale, oggi sembra totalmente dimenticata. L’industria digitale ha fatto tutto il possibile per deprezzare il suono e il talento dei grandi maestri che l’hanno creato e diffuso. Spotify ad esempio cattura solo 15 % della qualità dei suoni registrati, mixati e masterizzati in studio. L’eccesso di compressione di molte piattaforme digitali, squalifica tutto il lavoro fatto in studio, omologando il suono fra tutti i milioni di file digitali caricati quotidianamente. Dicesi cultura Wi-Fi. Eppure ai giorni nostri una delle professioni musicali più in crescita è quella del sound design. Il problema non è solo di carattere tecnico, è principalmente culturale. La generazione giovanile non ha né cultura di ascolto, né prodotti discografici che possano essere presi ad esempio. Ovviamente parlo di produzione italiana, anche se la tendenza è praticamente riscontrabile in tutto il mondo. Fateci caso. I dischi pop italiani, quelli dei famosi dischi di platino, suonano tutti uguali, sembrano fatti a imitazione seriale. Indipendentemente dalla qualità artistica, il suono è povero, scontato, banale, deprezzato, omologato.  I neo producer musicali, hanno deciso che il suono non si inventa più, lo si va a pescare nel supermercato dei plug in e delle audiolibrary. Una produzione copia e incolla che uccide il gusto della creatività individuale. Persino il suono della voce è dimenticato. La riconoscibilità di un interprete è affidata solo alla sua timbrica vocale. Ricordo una volta Renato Zero in sala di registrazione alla Rca, dire al tecnico del suono:

“Attenzione, questo non è il suono della mia voce”.

Si riferiva ovviamente all’ equalizzazione, al riverbero o all’eco che normalmente venivano utilizzati nelle sue registrazioni. Oggi puoi riconoscere Elodie da Annalisa, la Michielin da Angelina Mango solo per la loro timbrica, non certo per la “pasta” sonora delle loro singole voci. Non parliamo poi della trap dove i loop ritmici programmati e l’uso sconsiderato dell’autotune riducono il suono a puro prodotto seriale privo di identità. Ad aumentare il danno è la produzione dei device a basso costo quali smarphone e auricolari che eliminano le frequenze basse, le profondità, la dinamica. Ascoltare la musica su questi dispositivi è come vedere un film in un cinema all’aperto a mezzogiorno su uno schermo invaso dal sole. Come puoi distinguere la fotografia, le ombre, le luci, la nitidezza, le espressioni degli attori, la scene? Così è per la musica dove viene negata la percezione del suono e di tutto il lavoro che è stato creato in fase di registrazione, di mix e di masterizzazione. Un lavoro praticamente inutile. Dunque senza cultura del suono, non c’è neanche cultura musicale. Oggi quello che conta è la guerra del volume. Dato che tutto è uniformato e omologato e i suoni non si inventano più, l’unica cosa che conta è che un brano abbia un volume più alto di un altro. La chiamano loundness-war. Così è anche nei concerti live, che sia un rave techno o un concerto metal o Vasco Rossi. Ciò che conta è bombardare il pubblico di volume, senza il minimo equilibrio tra le diverse sonorità. Tutta la suggestione uditiva è affidata alla potenza del volume. Tutto questo causa anche una sorta di imbarbarimento interpretativo, perché il cantante è costretto a urlare. Fateci caso. Oggi cantano tutti allo stesso modo. Avete mai sentito una canzone cantata con un sussurro, come in alcune performance sublimi di Ornella Vanoni? Trovarla è come trovare un anarchico a Lourdes. Dunque in questo contesto, cosa fa il sound designer? Inventa i suoni o semplicemente li scarica, mettendoli in fila sulle singole tracce? Corrado Guzzanti direbbe: la seconda! Siamo dunque sottomessi alla cultura della clonazione sonora nonostante l’epoca del sampler sia lontana di quarant’anni. L’ Intelligenza artificiale non riuscirà a invertire la rotta, anzi se non legiferata correttamente aumenterà il rischio se non di plagio, di standardizzazione sonora e compositiva universale. Dunque se non vogliamo la proliferazione di tante “Pecore Dolly canore”, studiamo il suono nelle sue diversità e impariamo a riconoscere i suoi benefici creativi. Diversamente non sapremo neanche distinguere una voce, un disco o un concerto da un altro.

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