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STUDIO UNO DIVENTA UNA FICTION DELLA RAI – RECENSIONE

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di Marco Volpato

Da poco spenti gli echi dell’ultimo Festival di Sanremo, su RAI 1 debutta STUDIO UNO la fiction firmata RAI e dedicata allo storico e omonimo programma televisivo di varietà prodotto dalla stessa Rai e trasmesso sul canale che allora, negli anni ’60, veniva chiamato Programma Nazionale. Mitiche furono soprattutto le tre edizioni (’61/’65/’66) condotte dalla grande Mina.

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Crediti Foto GettyImages

Nella prima puntata della fiction – che ha avuto un clamoroso successo con quasi 7 milioni di telespettatori – quello che salta agli occhi è l’ammirazione che tutte le tre protagoniste (interpretate dalle attrici Giusy Buscemi, Alessandra Mastronardi e Diana Del Bufalo) hanno per Mina, e per quante volte quest’ultima viene menzionata, sembra quasi una pellicola dedicata all’artista. E in verità Mina, come già detto, fu la vera protagonista del programma, quella che impersonificò perfettamente il programma e viceversa.

In ogni caso questo omaggio celebrativo a Studio Uno è stato una vera delizia. Bella idea quella di immergere lo spettatore all’interno del programma e farlo sentire parte integrante dei preparativi, dei problemi e del successo del programma. Il teatro, i macchinari, gli abiti, i balli e la scenografia sono stati riprodotti con cura certosina.

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Il titolo “C’era una volta Studio Uno” vuole essere, per i giovani, un invito alla comprensione di come, una volta, si faceva la televisione. Il programma non è mai esagerato, mai prepotente; al contrario, ha raccontato la vita degli anni ’60 in modo sì nostalgico, ma molto delicato. Vuole essere, forse, anche una piccola provocazione nei confronti dei ragazzi di oggi, per dimostrare loro come “l’essere ragazzo” sia cambiato nel corso degli anni. Il messaggio che arriva è quello che “bisogna darsi da fare”. Quando si vuole ardentemente una cosa, bisogna rimboccarsi le maniche per ottenerla, senza aspettare che passi davanti, un po’ per caso o per fortuna, l’occasione della vita. A volte può anche accadere di essere catapultati nella macchina della fama, una macchina che non risparmia e inghiotte facilmente chi non è pronto, e chi realmente non vale. Ma chi dimostra la propria “genialità” e chi è capace, chi è disposto al sacrificio, chi è disposto ad ascoltare e a non peccare di superbia, alla fine riesce a raggiungere il successo e a rimanere in quella condizione per lungo tempo.

Studio uno
Una scena tratta dalla serie C’era una volta Studio Uno

La differenza tra ieri e oggi è senza dubbio la qualità che oggi sembra mancare, qualità che paradossalmente, in un rapporto di causa effetto, era dovuta anche alla mancanza di mezzi e di tecnologia: motivo per cui le persone si impegnavano per non sbagliare e per non dover ripetere il lavoro svolto. Più attenzione, quindi, a quello che si faceva, pensando meno alla quantità.

“C’era una volta Studio Uno” mette in luce anche un altro elemento fondamentale: l’imprevisto. Tutti i problemi, gli imprevisti appunto, che spuntano continuamente durante l’attuazione di un progetto, e che spesso mettono in moto in noi un atteggiamento diverso, che confluisce in un intervento di riparazione e mette in moto dei meccanismi risolutivi che, nella loro semplicità, risultano geniali.

È il caso di Antonello Falqui, regista e autore di Studio Uno e considerato, non a torto, “Il Fellini del piccolo schermo”. Grazie a lui la televisione è diventata un modo di comunicare e di divertirsi in modo sempre elegante, ma innovativo e grazie a lui nasce il varietà, un’idea geniale che amalgama alla perfezione la musica, la danza, gli intrattenimenti degli artisti e le informazioni filtrate da una sensibilità quasi poetica.

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Antonello Falqui con Mina sul set di Studio Uno – Crediti Foto GettyImages

Per il programma Studio Uno, Falqui, per far fronte a problemi economici dovuti a un budget limitato, abolì una scenografia in stile Barocco e pesante, creandone una molto semplice, minimalista, come fosse un set cinematografico, con tanto di inquadratura dei macchinari di scena. Questo per non dover rinunciare ai ballerini, ai balletti, agli ospiti e ovviamente alla cantante conduttrice di cui Falqui non voleva fare a meno: Mina.

Erano anni in cui ci si trovava di nascosto per ascoltare l’ultimo disco uscito o in cui ci si riuniva in una casa o in un bar, o in qualsiasi posto dove fosse presente l’ancora troppo costosa televisione, per seguire il festival di Sanremo o i programmi del Sabato Sera. Sono anche gli anni in cui qualcosa nella musica comincia a cambiare: il melodico “bel canto” si trasforma in un’esplosione di colori. Si velocizzano i ritmi, si canta con l’anima, pensando meno alla tecnica e al vibrato. Tuttavia, anche in questo caso, i cantanti erano qualitativamente migliori rispetto ai “big” dei giorni nostri.

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È il 1961, primo anno di Studio Uno. Un trionfo. “C’era una volta Studio Uno” comincia proprio da qui, dal 21 Ottobre del 1961, prima data della messa in onda del programma, fiore all’occhiello della Rai. Ci racconta dei retroscena, dei giovani aspiranti a una carriera artistica. Gli attori sono calati abbastanza bene nei personaggi: la migliore senza dubbio è la Mastronardi, nei panni di Giulia, una giovane ragazza che entra a lavorare per la Rai da perfetta inesperta, ma che presto farà parlare di sé.

Paradossalmente la visione di questa fiction della Rai porta inevitabilmente a fare delle riflessioni proprio sulla TV di stato di oggi, una rete televisiva poc) moderna, non capace di creare programmi qualitativamente rilevanti come lo erano un tempo. Possibile che una volta si fosse più moderni e più sperimentatori di oggi? Dove sono finiti i grandi cantanti? I grandi attori? I grandi registi? E i grandi presentatori? Impossibile che non ce ne siano.

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E allora forse il problema parte anche dalla stessa Rai: “C’era una volta studio uno” mette in luce la difficoltà, allora, di lavorare per la televisione, senza solide raccomandazioni. E ancora oggi, più di ieri, è così.

La soluzione sarebbe forse quella di dare più opportunità a chi il talento ce l’ha per davvero e non insistere continuamente con chi ha fatto la storia o, almeno, non solamente quello. Investire su chi merita è modernizzarsi. Accomodarsi su Grandi Nomi è paracularsi.

Il messaggio dovrebbe essere “modernizziamoci, mantenendo la qualità dei nostri programmi”, altrimenti i prossimi programmi saranno “C’era una volta studio uno, due e tre”. Ma lo spettatore, dopo un po’, si stanca di trovarsi di fronte sempre celebrazioni invece che innovazioni.

 

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Una scena tratta dalla serie C’era una volta Studio Uno

 

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