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Siddhartha: il senso profondo del vivere

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Siddhartha
Siddhartha - Edoardo Costa
Voto Autore

di Luisella Pescatori

Siddhartha, l’opera musicale multisensoriale, prodotta da Lilith Sa: Gloria Grace Alanis, adattamento teatrale di Isabeau, torna a illuminare la scena con messaggi di amore, di pace, per la ricerca della felicità.

Debutta giovedì 2 Febbraio e, per quattro sere consecutive, il pubblico del Teatro Linearciack di Milano, assisterà alla messa in scena di uno spettacolo completamente nuovo, rivisitato, nella nuova veste internazionale già apprezzata a Edimburgo, Parigi, New York, Los Angeles, Guadalajara, con nuove scenografie, nuovi costumi, nuove coreografie. Nelle precedenti edizioni, il musical era stato già presentato in India, Cina, Giappone, Corea e Brunei. Le novità interessano anche cast, con il graditissimo ritorno sulle scene italiane di Edoardo Costa e non poteva esserci ritorno più felice per lui, perché, buddista da otto anni, condurrà il ruolo di Siddharta adulto, l’Illuminato.

Ispirato all’omonimo caposaldo della cultura buddista, di Hermann Hesse, lo spettacolo porta in scena le voci, le luci, i colori, i valori e i messaggi della vita di Siddhartha, e la strada per la ricerca intimista e universale della felicità. È dalla sinergia tra elementi terreni e quelli mistici, che nasce in scena una poetica corale; è dal viaggio coevo tra il corpo spirituale e l’oltre corpo metafisico che si raggiunge la felicità nostra e di chi ci sta vicino.

Nel mio vissuto sto avendo riscontro sviluppato una personale interpretazione della spiritualità, forse improbabile ma non così distante dai dogmi e dai postulati dell’architettura dell’Universo e vi trovo anche in sintesi l’essenza di quasi tutte le religioni monoteiste, l’uomo potrebbe essere, esso stesso, metafora dell’anima, e anche stumento terreno per un disegno celeste, una porzione di ologramma, una proiezione del divino, una derivazione del Supremo. Un riflesso della Luce divina. Ogni uomo vive tanti cicli vitali, nella propria esistenza terrena e lo scopo principale è quello di consegnare, alla fine del viaggio un’anima elevata affinché questa si perfezioni nei corpi terreni successivi fino a raggiungere l’Illuminazione e diventare Luce piena assoluta. Fosse facile, però.

I buddisti sanno restare in equilibro tra reale e spirituale, aderendo al Creato sia in piena presenza fisica che con la meditazione e la recita dei mantra, come forma di pensiero e non esercizio di stile, allenandosi a ricevere i doni della vita. Il pensiero è corpo, forma, materia di felicità, in divenire.

Ho raggiunto telefonicamente Gloria Grace ed Edoardo Costa, mentre ero in viaggio verso un simposio di Poesia condotto da Michele Caccamo, mi ero preparata delle domande, è ovvio, ma le loro voci si sono rivelate un canto coeso e non distante dal mio Sentire, seppur il mio aderisca a un Credo differente.

Pertanto, abbandonato il mio notes e le mie domande preconfezionate, mi sono lasciata trasportare dall’ascolto, senza nulla interessarmi a vicende passate, perché il giudizio non appartiene a questa vita, semmai a leggi naturali, che tornano però come boomerang o che fanno aderire al presente, come la gravità: Edoardo Costa è protagonista e interpreta l’Illuminato, e non è un caso appunto che il prescelto per il ruolo sia stato proprio lui.

Gloria Grace mi racconta di essere buddista da dodici anni, da quando un evento ha fatto sì che cambiasse radicalmente il suo quotidiano. Da allora si dedica con costanza alla creazione del suo karma: «La felicità dipende da noi, tutto è dentro di noi e noi dobbiamo lavorare per tirare fuori tutti i valori che abbiamo, esercitando compassione, gratitudine, per il nostro risveglio» è una voce molto chiara la sua, lucida, ferma nell’espressione del suo Credo. Le ho chiesto perché avesse proprio scelto di investire in questo testo: «Semplicemente perché è il libro che mi ha cambiato la vita: tu ti ami, l’altro ti ama, tu ti rispetti, l’altro ti rispetta, tu sei felice se anche chi ti sta vicino è felice.»

Rifletto sul nostro tempo. Certamente viviamo in un periodo storico di svilimento dei valori umani, troppo spesso è l’ignoranza delle anime inferiori e la luce fasulla dei venditori di credenze ottuse o a buon mercato che andrebbero isolate, allontanate dalla nostra vita, ma il lavoro per l’elevazione della nostra anima dipende proprio da noi, e da dentro di noi deve partire, dal nostro intimo, non dagli altri. Lo spettacolo offre spunti di riflessione sulla gioia della nascita, sulla gloria, sulla morte, e sulla strenua lotta della autentica ricerca interiore della felicità.

È un invito gioioso a guardare con nuova luce quello che ci circonda, a volte abbiamo una visione parziale di quello che c’è intorno a noi e «con un approccio diverso possiamo trasformare il veleno in medicina, l’acredine in compassione: il negativo in positivo» mi suggerisce Grace.

Proseguo nella mia intima riflessione, e riconosco che esiste una genetica dell’anima, che ne può bloccare l’evoluzione, noi ci portiamo inconsciamente appresso una zavorra, dotazione del passato, recente o remoto, e non è sempre tangibile, palpabile. Se non la riconosciamo, non la risolviamo, e quindi non la abbandoniamo per strada e non la superiamo, restiamo carichi di malesseri che sono ostacoli per la pulizia e l’elevazione dell’anima.

«La nostra anima è come la scatola nera di un aereo» mi suggerisce Grace, il viaggio è tutto registrato, rotte, percorsi, passeggeri, consumi «lì c’è traccia di quello che hai seminato e di ciò che hai raccolto» il Karma è l’azione volitiva. Se esercitiamo il bene, sperimenteremo il bene, viceversa se agiremo nel male, riceveremo il male, come fosse, il karma, un’energia di ritorno potenziata e attivata dal nostro pensiero.

Edoardo Costa è perfetto nel ruolo del Siddhartha adulto che ha raggiunto l’illuminazione.

«Non sarei tornato sulle scene italiane, con nessun altro impegno. Sono buddista: in passato ho sbagliato per qualche verso, ma non è del tutto vero quello che è stato raccontato. E io oggi mi sono riabilitato alla felicità.»

La vita è un circolo di cause ed effetti: occorre muoverlo in direzione della virtù, occorre lavorare coesi per costruire un circolo virtuoso. «Tutti dobbiamo affrontare la vita con forza, può succedere a chiunque di cadere. Ma bisogna andare avanti, gli ostacoli sono opportunità, e bisogna avere il coraggio di guardare oltre.»

«Quali sono i passi per la rinascita?»

«La vita è come un tango. Per me sono stati fondamentali l’amore e il Buddismo, l’amore di Grace è stato la mia ancora di saggezza.»

Il libro di Hermann Hesse pubblicato nel 1922 ebbe successe solo nel 1945 e nel 1946 ottenne il Nobel per la letteratura, quasi fosse anche questo tempo, un’espressione della lunga maturazione spirituale narrata. Chiedo a Edoardo che valore abbia oggi l’attesa e che significato abbia esercitare la pazienza:
«Ho imparato sulla mia pelle a fare due passi indietro, sempre, per vedere meglio le cose. Anche la velocità non favorisce la comprensione. Inoltre, le scorciatoie allontanano dall’obiettivo della felicità, perché riconducono sempre al punto di partenza. Si ottiene il risultato solo quando si è pronti per riceverlo.»

Infine leggo a entrambi i versi di una poesia di Michele Caccamo:

all’improvviso ci salveremo
per quell’ultima lancia d’amore
e sarà vivendo rifugiati
nelle evasioni degli uccelli
che avremo le prove del creato

Grace ed Edoardo sono certi che le prove del Creato siano nella vita:

«Quando viviamo una vita felice non possiamo avere paura della morte, e attraverso la pratica del Mantra possiamo ottenere quello che vogliamo», mi risponde Grace.

Un’ultima domanda: Edoardo, sei felice?
«Sì!»

Nam-myoho-renge-kyo

E mentre loro dedicano la vita alla Legge Meravigliosa del Sutra del Loto io riprendo, grata e felice, il mio viaggio verso la Poesia alchemica.

Ringrazio Silvia Arosio per aver organizzato questo incontro/intervista.

Dal comunicato stampa:
Lo spettacolo ha l’importante obiettivo di trasferire al maggior numero di persone possibile un messaggio fondamentale: il senso profondo del vivere, occupandosi gli uni degli altri, in comunità di spirito, illuminati dalla luce dell’amore.
Importante il contributo musicale di Beppe Carletti dei Nomadi, che firma un finale emozionante e coinvolgente, e del flauto di Osvaldo Pizzoli.

Ufficio Stampa Siddhartha: Silvia Arosio Comunicazione.

Regia: John Rando – Consulente alla regia: Daniele Cauduro
Coreografie: Giordano Orchi – Musiche Originali di: Isabella Biffi, Fabio Codega, Beppe Carletti
Produzione Esecutiva: Fabrizio Carbon – Produzione Associata: Simone Genatt – Marc Routh – Ana Casas
Scenografie: Roberta Volpe

Cast
Giorgio Adamo è Siddhartha
Michelangelo Nari è Govinda
Katy Desario è Kamala
Paolo Gatti è Re Shuddodana
Camilla Maffezzoli è Regina Maya
Roberta Serrati è Regina Amita
Daniele Arceri è Ishan
Valentina Patti è Nisha
Eleonora Barbacini è Yashodara
Gaetano Caruso è Vasudeva
Edoardo Costa è Siddhartha Senior
Ginevra Mavilla è il fratello
Carola Maria Benvenuti è il figlio
Corpo di ballo:
Elisa Cunselmo – Manuela Audibert – Danilo Picciallo – Daniele Redavid – Roberta Restuccia – Federica Scaramella – Michele Bonaldi – Roberto Antonelli

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Luisella Pescatori
Nella vita uno deve prendere presto coscienza di sé e sapere cosa perseguire, oltre ogni ragionevole ostacolo. A sei anni mi sono innamorata di Massimo Ranieri e senza sosta il mio giradischi arancione inghiottiva "Erba di casa mia", l'unica erba peraltro che io abbia mai assunto, anche negli anni a venire, ma che mi ha creato, parimenti, dipendenza. Da qui il mio sogno: un palcoscenico, un pubblico gli applausi e una grande passione per le operette che seguivo in televisione. Per gli esami di seconda elementare, ho imparato a memoria circa trenta poesie, da declamare alla commissione esterna: ammessa a pieni voti al triennio successivo. ​ I numeri non sono mai appartenuti alle mie determinazioni, ai miei interessi: non ho mai avuto un buon rapporto con loro se non attraverso le mia dita, fedeli complici nei compitini e davanti alla lavagna. Una colossale tonta numerica. Quando al posto dei numeri c'erano le lettere le cose andavamo bene, ero vincente. Nei temi in classe avevo sempre voti alti, ricordo un dieci per aver usato "parole difficili". La professoressa di matematica delle superiori apostrofava me e qualche compagna così: "Signorina lei è una capra", mi trovavo in una dimensione spazio temporale che non mi apparteneva: dov'ero finita? Per uno scherzo del destino: a ragioneria; davvero risuonava estranea alle mie inclinazioni, la materia, ma così era stato deciso. Le ore di tecnica bancaria erano le mie preferite: le parole avevano suoni duri e meccanici, e io mi divertivo a farle risuonare morbide fantasticando su anagrammi improbabili o ripetendole nella mente secondo il verso contrario. Concentravo la vista sullo squarcio di natura che la finestra concedeva, vedevo le lettere animarsi e come soldatini seguire un nuovo ordine. Avevo bisogno di isolarmi da quella materia priva di umanità e di emozioni. Fatto un bilancio: mi interessava altro. Menomale che a salvare la media arrivavano, puntuali, le eccellenze dal professore di italiano che intonava il controcanto, alle colleghe, invocando la salvezza per la "Creatura del Bene". Gli sono riconoscente: ha sostenuto e compreso il mio amore per l'Arte scrittoria. Indirizzo universitario Scienze Letterarie. Ma ancora una volta il destino orienta le scelte. Per me si apre il mondo del lavoro: segretaria contabile. Basta, era chiaro: dovevo fare qualcosa per salvarmi dai numeri. Mi avvicinai all'Arte recitativa. E venne il Teatro. E poi la scrittura.

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