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Il cuore in fiamme di Rosy d’Altavilla – Un atto unico per una Carmen Di Marzo unica

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Voto Autore

di Michele Caccamo

 

Perché a volte capita che anche le assi del palcoscenico sappiano cantare, e saltare come fossero i tasti di un pianoforte; raramente capita che da quel suolo le note risalgano con respiri sempre nuovi.

Mi avevano avvisato, che avrei ascoltato dei canti obliati. Che vi era stata una ricerca fin dentro ai pori della canzone napoletana, da parte del Maestro Panatteri.

La mia postazione era a dieci passi. Quasi accanto. Da qual punto di vista potevo mirare al cuore della scena.

Io aspettavo entrasse qualcuno capace di saccheggiare il vuoto. Che per alcuni minuti sembrava volesse rimanere risucchiato dal silenzio.

Era come se intorno a me ci fosse una luce rotonda, quasi un nido.

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Già l’ambiente, della Bottega degli Artisti, aveva rotto tutti gli archi della nostra epoca: era un cinema d’essai, il lucignolo durante guerra. Sembrava fosse stato organizzato per riportarci le voci perdute, e magari qualche valore di Bellezza.

Il flauto aveva un nome umano, Fabio Angelo Colajanni, e ho pensato arrivasse davvero dalla memoria. Era il fiato che fuggiva, messo di vedetta per l’inizio.

Il palcoscenico sembrava fosse un soggiorno di quiete. Sembrava dovesse rimanere così, senza altro movimento.

Fin quando non ho visto entrare Carmen: piegata come un girasole, debole come una farfalla dentro a un filo di vento. È stato come trovare una fuga stellata verso il passato: quando ti prende l’illusione e capisci che stai per essere felice. Il suo passo da teatro segnava i centimetri e anche le aspirazioni. Era lì, faccia a faccia con me. E apparteneva a una razza migliore: meravigliosamente sentimentale. Il suo piede affaticato, rimarcava la pesanza degli anni vissuti e dei sogni tramontati. E faceva notare il ritorno alla realtà: stremato, infangato dai fallimenti.

Il testo era una vite ricca perfettamente intrecciata con ogni singola canzone. Paolo Vanacore e Alessandro Panatteri sono stati lo sposalizio dell’opera, e senza rendere conto a nessuno, tra i molti essenziali della modernità, l’hanno riempita di dolore e pena, ma anche di ingenua attesa.

Noi, in platea, avevamo la testa azzurra e tanta voglia di piangere, per la commozione.

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Carmen, la suprema, conduceva fuori dall’ombra il cuore disperato e in fiamme di Rosy; ci portava nella sua amara infelicità: ogni parola era un brivido uno spacco sui nostri ricordi.

Rosy D’Altavilla ha soccorso la mia melanconia, forse anche la mia voglia disperata di un nuovo attacco romantico per la mia vita. È stata la patria dell’altro tempo: che il secolo in corso ha spento.

Ho letto negli occhi di Carmen i pegni d’amore, quel rosso corrente che abbiamo nel cuore. Ho sentito nella sua bravura l’ultimo asilo per la meraviglia.

E gli applausi alla fine erano una fanfara di speranza per il nostro domani.

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