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Enzu, inchiti u pummuna – Sulla morte di Enzo Maiorca, il principe degli abissi

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di Michele Caccamo

Enzo, ora ca scinni, inchiti u pummuna r’aria picchì ‘u mari n’avi. E immagina sempri ‘na cura ne to’ peri accussi po’ acchianari ‘cchiu viluci. Scinni Enzu, scinni, nun pinsari all’unni arruppati e ruri, nun pinsari e petru ‘nto funnu. Scinni Enzu, mettici l’ogghiu supra ‘u mari, pi ‘vviriri megghiu l’abbissu, l’ingressi ro sa regno.

M’ana mannatu ‘cca Enzu, p’abbracciari i culunni ra sicilia, pi nu’ falla carriri picchi ‘cca sutta e ‘chinu i pirtusa, ca sutta si senti quando scannanu n’ommanu, quando da supra ‘na terra i vastasi su filici e nu’ sicilianu pi cuppa ri iddi chianci. Iettiti Enzu, pisca punti r’acciaiu: ri sutta ‘o mari c’infilamu ‘no culu re vastasi oppressori.

E quannu scinni, addumanna ri mia, ri Culapisci. *

Enzo la sentiva ogni volta, prima di tuffarsi, quella voce. E pensava che davvero arrivando nell’altro Regno sarebbe andato via dai peccatori, dall’infamità che distruggeva la sua Sicilia.

L’acqua per lui era il corpo della sua donna, e le dava dolcezza. Sapeva come mettere le mani, quanto aprire gli occhi. Quanto gli fosse concesso baciare. L’acqua era la sua bella veste nell’irraggiungibile, e lui era il giglio che sbocciava a ogni affioramento.

Enzo, in attesa sulla barca, era una lampara dritta: nel profumo del mare trovava il suo respiro;  in quella cassa d’acqua riponeva i semi del suo spirito, i segni eleganti della sua rinascita. E poi diventava il proiettile nella fionda, e sapeva di quell’argento puro che anima i pesci: se avesse trovato una miniera d’ossigeno da sotto il mare non sarebbe mai riemerso.

Ci stabiliva la pace con l’acqua, e nel verticale di affondamento aveva una capanna protetta. Il tuffo del corpo era una sua legittima fuga: non voleva gloria ma un rifugio oltre i 100 metri: anche da quel progresso che le aveva assassinato la figlia.

Lui, da lì sotto, non sarebbe voluto tornare indietro per nessuna ragione, neanche scientifica.

Buon viaggio Enzo Maiorca, adesso senza il peso necessario. Io prego gli Angeli della morte affinché non ti portino in cielo, ma ti ributtino in quell’azzurro nella terra, nel tuo vecchio mondo”.

enzo-maiorca


Enzo, adesso che scendi, riempiti i polmoni d’aria perché il mare ne ha. E immagina sempre una coda ai tuoi piedi, così potrai risalire più in fretta. Scendi, Enzo, scendi, e non pensare alle onde aggrumate e dure, non pensare alle pietre nel fondo.

Scendi, Enzo, e metti dell’olio in superficie, per vedere meglio l’abisso, gli ingressi della sua corte imperiale. 

Mi hanno mandato qui, Enzo, per abbracciare le colonne della Sicilia, per non farla crollare perché qui sotto è pieno di crepe; qui sotto si sente quando accoppano un uomo, quando sulla terra le canaglie sono felici e un siciliano per colpa loro piange. Buttati Enzo, e porta puntelli d’acciaio: da sotto il mare li metteremo in culo agli spietati oppressori.

E quando scendi, chiedi di me, di Colapesce. * (traduzione in siciliano di: Adriana Adrienne Spuria)

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