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A FRANCESCO…

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Grande lutto nel mondo della musica: Francesco Guccini è scomparso oggi a 86 anni a Pavana. Il grande cantautore ha segnato la cultura italiana del novecento e la vita di più generazioni, con canzoni che parlano di contestazione, di impegno e di uguaglianza.

 

Avevo 13 anni quando sentii Francesco Guccini per la prima volta. Non la sua voce ma la sua canzone: “Dio è Morto” scritta nel 1965 e in parte ispirata alla poesia “L’Urlo” di Allen Ginsberg. Non ricordo come, ma l’ascoltai ancor prima che il disco venisse distribuito. Un’amica di mia madre era una dirigente discografica e ogni tanto ci forniva di dischi nuovi di zecca. Fu così che un giorno arrivò una pila di 45 giri, tra i quali il singolo dei Nomadi. Il testo ci fece discutere parecchio, perché la Rai lo censurò con l’accusa di blasfemia, ma Radio vaticana invece, lo mise regolarmente in onda. Sessant’anni dopo, il testo di Guccini risulta ancora attualissimo:

“Ho visto la gente della mia età andare via/lungo le strade che non portano mai a niente/cercare il sogno che conduce alla pazzia/ nella ricerca di qualcosa che non trovano”.

Il ritratto della nostra generazione in quattro versi. Ancora oggi siamo alla ricerca di qualcosa che non troviamo, soprattutto di nuovi artisti, autori e intellettuali che non riusciamo a trovare da nessuna parte. Così Francesco Guccini se ne è andato nell’epoca più brutta e confusa che poteva immaginare, dove la politica è solo per far carriera e la dignità fatta di vuoto, dove l’ipocrisia è di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. Un’epoca dove “Dio è morto” o se c’è, non sta affatto bene.

Una sera anni dopo, lo vidi per la prima volta in teatro: suonava da solo, seduto su una seda di paglia con a fianco un fiasco di vino. Molto allegro, scanzonato, con tante battute che gli uscivano dai baffi bagnati di rosso. Ricordo la sua canzone “Talkin’ sul sesso” e soprattutto la stupenda “l’avvelenata” dove si permetteva di asfaltare la critica musicale che “sparava cazzate”. Come dargli torto allora, dato che i vari Pintor e Bertoncelli scrivevano su di lui:

“Guccini dovrebbe ritrovar la forza di combattere e non dedicarsi esclusivamente al culto della rassegnazione, per la disfatta di un movimento che in Italia non è mai esistito e che solo egli, con pochi altri, ha vissuto nei dintorni di Modena”. (cit. da Libro Bianco sul Pop in Italia di Arcana Editrice- edito nel 1976)

Dunque, quale eredità ci lascia Francesco? Ma soprattutto chi mai l’accoglierà, tra i giovani che non hanno mai conosciuto l’America cantata da lui italianizzata sulla via Emila? Tra tutti i cantautori del Novecento, quello meno ricordato dalle nuove generazioni è proprio Guccini. Mentre Battisti, De Andrè, Battiato, Dalla o Rino Gaetano, vengono ricordati fino all’esasperazione, dai tributi in piazza fino alle cover nei talent show passando per miriadi di fiction e docufilm, Guccini invece appare come un “fantasma”, come uno “spettro che si aggira per il Paese”. Troppo personale, troppo diverso, forse troppo oltre il ristretto cortile del “cantautorato” italiano. Ora però verrà riscoperto in tutte le salse, a torto o a ragione, non importa. Spunteranno le targhe e i premi Guccini, le Techetechè Rai e gli editori faranno a gare per pubblicare libri come “Dietro i testi di Guccini”, “L’amico amerigo”, “L’isola non trovata”, “Da Kerouac a Guccini, dalla Route 66 alla via Emilia”, etc…

A 86 anni suonati, non credo che a Francesco importasse molto, anzi. Da tempo si era defilato dal trambusto mediatico e dalla discarica discografica. Ha vissuto un’epoca molto intensa, la migliore che potesse immaginare e se l’è portata con sé.

Rimangono le sue canzoni, i suoi romanzi, le sue piccole grandi meraviglie e se anche Dio fosse morto, Dio non voglia che vengano rovinate dai troppi biografi per caso e dai furbetti del quartierino.

Ciao Francesco, grazie.

 

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