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L’ultima notte di Leonard Cohen

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di Michele Caccamo

Stanotte ascolto il canto sacro migliore e il suo battere sull’anima vera.

E mi metto come fossi arrivato al confine, e il mio corpo iniziasse a sussultare, avvolto stretto dalla morte. E aspetto di sollevarmi come un velo di vapore nell’azzurro.

Hallelujah, che io possa scendere nel tuo cammino.

Dio, sono ignoranti gli angeli stanotte: sanno portare soltanto il dispetto della fine, il Giudizio. Ma io, Hallelujah, lo so che devo sottomettere la mia carne all’Universo e al mio principio incorporeo. Siamo alla fine, l’uno e gli altri, cerimonieri di una fede minuscola.

Dio, noi qui non abbiamo imparato nulla dall’opera possente dell’Amore, né dal canto dell’ultimo uccello fermo al filo. Non abbiamo permesso al palmo della mano di essere fonte di carità. E alla bocca di essere la Gioia e il verso.

E io, Hallelujah, porto sulle spalle la vecchia alba, e una rosa nera nella mano: perché è rimasto corrotto il nostro tempo e intatti gli ordini vergognosi della noncuranza. E ho visto che persino il vizio è stato portato davanti al nostro cuore.

Hallelujah, stanotte permetto si dica la preghiera più insopportabile: che abbia il peso dell’incudine, la violenza dell’uragano; che sia un verme capace di rodere i sogni, o una fiamma dentro al mio petto. Permetto a te, Dio, di darmi una cruna stretta, che non ci passi una colomba. Ti permetto la commissione di ogni colpa, l’oscurità negli occhi. Ti chiedo però di farmi sentire come un animale, ferito a morte. O come una falena, scambiata per puttana.

E Hallelujah a te, Vergine miracolosa; che ti hanno fatto triplicare dal figlio allo sposo la Mente suprema, per poi farti Santa.

Hallelujah a noi due amore, che finalmente oggi insieme siamo come sarde alla marina, secchi. Hallelujah Marianne.

Hallelujah, a questo gentilissimo sonno che arriva stanotte.

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