E l’armonia usciva dal dormitorio, per voce sola. Si elevava come un colibrì, e riempiva di colori l’aria. Il canto di Bruno Lauzi era la luce e la bellezza; come raramente accade era l’onda bassa che sapeva cullare e farci ricadere nel sogno.
E sembrava ignaro della potenza del suo verso. Come un ubriaco di gioia raccontava la sua vita: anche se bruciante e per molti aspetti senza tregua: l’attesa gli faceva bere il veleno, la sua quotidianità aveva un dolore che lui sapeva traslare in ironia.
Bruno era dolcissimamente unico, nelle sue smorfie all’eternità; nelle sue facce impertinenti al potere.
E oggi lui ancora vive.
Le sue liriche sono state una torre di vedetta contro il sistema, contro la dittatura dell’economia; e voleva mettere una pellicola isolante al consumismo, alla perdita della comunanza umana: perché nella solidarietà ci credeva. Non era comunista per scelta politica, ma non ideologica. Perché il partito in cui ha militato era solo una trovata per protestare.
Bruno Lauzi aveva la stessa seta dei cori angelici nella gola; ad ascoltarlo sembrava che a ogni canzone volesse stenderci tappeti di rose. E poi c’erano i soprassalti da cabaret, la sua chitarra, le sue guance rosse piene di fiato impudente e senza alcun castigo.
Bruno ha cercato le sacerdotesse del piacere senza farne mistero: la carne e i brividi freschi del godimento erano le punte alte della sua esistenza: così il profumo del Brasile e la sua saudade.
E poi d’improvviso ci faceva saltare, cantando Bartali, come facesse un richiamo all’inno nazionale. Sì perché la sua voce bastava a commentare l’intera miseria umana, a farci comprendere quanta povertà ci è stata imposta; a farci aspettare sulla soglia della sorte con il panorama delle nostre tragedie davanti agli occhi.
Crederlo un cantautore leggero è stato un errore, una bestemmia. Lui ha reso profonde le nostre debolezze; ha violentato le corti dei lecchini con la sua strafottenza; come un vero ribelle ha tolto dalle nostre coscienze la polvere annerita della dimenticanza.
Bruno Lauzi ha fatto rimbalzare le pietre mute del mondo della canzone, nella sua immensità.
Lui era un gioioso del palco, il Re degli artisti. E aveva un cuore fantasioso.
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