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martedì, Ottobre 27, 2020

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Da una festa popolare, Libera Candida

Voto Autore

di Michele Caccamo

E ci sono poi finto in un campo aperto dell’Abruzzo, nell’erba indebolita dal sole. E con gli alberi di fronte senza vento come fossero legati per le ali. Intorno le altre cose sembravano lasciate all’abbandono del silenzio.

Le luci sul palco erano degli occhi splendenti, come le stelle ancora più in alto. E mi attraversavano, davvero come tagli di gioia.

Le feste popolari sono ovunque illuminate, come anche le parole e le anime; come gli aromi che salgono verso il cielo: per quella sera pulito da ogni dispiacere. È così che ognuno sa di avere l’obbligo della felicità.

Qui, poi, D’Annunzio ha fatto scuola: è rimasto il ricordo che unisce, fantastico come una luna nel cuore. È rimasto sovrano, su ogni sentimento che possa poi dirsi d’Amore. E in quell’atmosfera, davvero notturna, Franca Minnucci ci ha narrato del pigneto e delle pioggia. Con la stessa passione voluta dal Vate.

Era un invito a far cessare le ansie, e a diventare noi stessi patria di un piacevole impulso universale: sorpreso dopo poco a volare nelle corde della chitarra di Goran Kuzminac, che aveva parole e note singolari, e maestria impareggiabile. Non credo esista autore più grande e strano di lui: è armato contro gli infedeli della musica, contro le voragine scavate dal commercio; lui davvero vive nell’ardore della chiarezza e dell’onestà. Io lo ascoltavo e stavo con lui; correvo con lui, verso la speranza che nessun traguardo sia mai più escluso alla bellezza del talento. Ma di Goran ne parlerò ancora,  oltre questa pagina, interamente dedicato.

E in quello stesso campo aveva parole strette e veloci ‘Nduccio, per definizione allegro. Lui, che conosce anche i movimenti della terra abruzzese, mi ha detto di capirne la magia: e la stanchezza che ha sulle spalle il suo popolo. E allora ha deciso di raccontarlo per aneddoti: con sassi agnelli e pastori; con i messaggeri della radice contadina, unica nella fratellanza, nella comunione sociale. ‘Nduccio è l’arciere esperto, che sa colpire l’allegria e la leggerezza: per forma di tutela alla sopravvivenza della sua gente. Ha voluto ingannarci, facendo il comico. Ma è stata più forte la sua saggezza.

E poi la grazia, il fiore eterno: sottile come il vento che era da poco arrivato. A guardare Libera Candida mi sentivo una roccia inutile, quasi sottoterra. Il segno della musica era dentro il tempo: era pronta la mutazione dell’aria e della fantasia.

E mi sono sentito senza memoria al suo primo attacco: e non c’era nessun affollamento in quel campo: ero da solo contro il suo fado. Il suo canto aveva un ordine cristallino eppure doloroso; la sua voce era un’arpa, poi un mare infuocato e dolce. E sembrava spargesse gigli e pensieri d’oro; e sembrava stesse parlando di me.

Ed ero tra due monti, uno nella sua voce: perdutamente bella, senza un cedimento un ripiego facile, avvoltolata dalle creature musicali in una perfezione armonica.  E io la seguivo, incurabile, nell’ombra e nel peso del suo pianto. Era un finimondo e anche la ricostruzione, la mano della trasformazione. Lei era l’essenza del fado.

Libera Candida, cantava, continuando a frugare nelle vene, nelle viscere buie, come fosse lei l’anima dell’anima e fosse lì per dare alla vita il senso dell’imperioso.

E allora mi ha elevato dalla terra al cielo, tenendomi sulla cresta della luce.

E glielo avrei voluto dire io, che mi sentivo l’unico il solo in quel campo aperto, che quella canzone popolare era la servitù per la mia nuova ventura; che i disegni che lei faceva con gli occhi e con le mani erano il sangue e l’ostia della mia religione. Che il suo canto l’ho sentito come una benda santa sul mio dolore: perché senza neanche un artificio.

Di quel campo aperto, ne avevo bisogno.

 

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