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Mattia Ringozzi è uscito con l’album “Pendolari” – INTERVISTA

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di Athos Enrile

Mattia Ringozzi trova il momento propizio per raccogliere in musica le sue immagini, alcune delle quali rimaste nel cassetto per molto tempo in attesa della giusta cornice, e propone ora il suo “Pendolari”, nove tracce che si susseguono nell’arco di  trentacinque minuti.

Dice Mattia: “La canzone d’autore è il mio mondo…”, e sintetizza il concetto attraverso episodi musicali quasi sussurrati, misurati, dove la cura per la parola incontra atmosfere sonore apparentemente semplici, e la quotidianità viene raccontata con una buona dose di romanticismo, nonostante al centro ci sia una certa drammaticità di argomento, uno stato di appannata frustrazione derivante dall’impossibilità della piena realizzazione, situazione diffusa, soprattutto tra i nostri giovani.

Mi troverai lungo il binario tronco, mi troverai con un libro sottobraccio o al buffet della stazione e metteremo a segno la nostra frustrazione.”

Il tema del viaggio, sempre presente nell’area cantautorale – non necessariamente verso lontani lidi – si può identificare in questo caso nel trasporto day by day, quell’iter che ci conduce a calcare la stessa scena con ripetitività assoluta, ignorando visi ormai noti – e storie conseguenti – fatalmente memorizzati e accantonati, come elementi di un paesaggio che non cambia mai. Ma anche la monotonia indotta può diventare fonte di contenuto piacere, se si riesce a scovare e ad afferrare la bellezza dell’attimo fuggente, perché l’atteggiamento positivo, rispetto a una vita che spesso ci delude, può essere l’ausilio per un’esistenza più serena.

Niente come la musica è in grado di compiere il miracolo, esorcizzando i dolori attraverso il loro racconto. Ma la sua creazione non è roba per tutti.

Mattia Ringozzi ha trovato la sua strada, difficilissima se l’obiettivo è il raggiungimento del grande pubblico, ma vincente per la qualità della proposta.

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Ecco cosa mi ha raccontato…

Domanda d’obbligo: chi è Mattia Ringozzi? Cosa si può scrivere a proposito del capitolo biografico musicale?

Sono un cantautore. Ho iniziato a scrivere durante l’adolescenza. Non ho velleità di letterato, ma tengo molto alla parola e credo di avere ottenuto dei buoni risultati. Mi sembra insomma che ci sia un’evoluzione nella mia scrittura. Mi esibisco dal vivo da una decina d’anni circa. Credo di avere una buona voce. Quando posso cerco di rimettermi a studiare canto anche se il tempo è sempre troppo poco per fare tutto. Mi piace il palco e mi piace cantare. Senza retorica, è il momento in cui mi trovo più a mio agio. La canzone d’autore, che è il mio mondo, ha a mio avviso indugiato nella declamazione del testo, io cerco di interpretare in maniera più fisica, forse perché ho ascoltato tanto rock.

E’ appena uscito il tuo album “Pendolari”: mi parli dei contenuti e del filo conduttore che unisce i vari episodi?

E’ uno spaccato di vita provinciale. Immagino le storie come paesaggi che scorrono dal finestrino del treno. Ci sono alcune canzoni che ho scritto una decina di anni fa, ma non trovavano l’arrangiamento giusto. Il filo conduttore è la ricerca di una realizzazione che non arriva, ma sempre con ironia, con sarcasmo. Altrimenti che palle… sui treni si ride anche.

Chi ha collaborato con te alla realizzazione del disco?

Grandi musicisti che ringrazio. Ugo Bongianni che ha arrangiato i brani e suonato pianoforte e tastiere ha trovato la chiave giusta per queste canzoni. Ha fatto un grande lavoro. Ilaria Biagini, poli-strumentista che mi conosce da tanto, ha prestato la sua maestria con rara generosità. Daniele Pacchini è un chitarrista che ha dato un suono americano a gran parte dei pezzi, senza mai cadere nello stereotipo. Con Meme Lucarelli condivido da diversi anni il palco e abbiamo anche scritto insieme una delle canzoni dell’Album. Ha delle sonorità mediterranee e un piglio sanguigno che mi è del tutto congeniale. Ognuno ha dato il suo contributo e il disco è venuto fuori poco alla volta molto naturalmente. Non è uno dei lavori che si fanno con lo stampino, per questo avrà magari la strada in salita, ma credo che durerà a lungo.

Il mondo cantautorale è pieno di esempi e di maestri, archetipi del genere: esiste qualcuno a cui ti sei ispirato maggiormente, la tua linea guida, quella a cui fai riferimento anche ora che il tuo stile è definito?

Con molta umiltà direi che guardo al mondo di Ivano Fossati e Fabio Concato. Poi avvicinarsi è un altro paio di maniche…

Tecnicamente il cantautore è colui che interpreta le canzoni di cui è autore in toto, ma l’immagine resta sempre ancorata all’obbligo del messaggio impegnato, in passato quasi sempre politico: come definiresti il cantautore degli anni 2000?

Affamato e incazzato. Pieno di frustrazioni. Non ci sono più movimenti collettivi e non ha senso continuare a riproporre un modello che è del tutto anacronistico. Siamo alle prese con una crisi enorme, culturale prima che economica. Il filtro è privato, ma questo non vuol dire che uno non si guardi intorno, altrimenti non scriverei nulla.

E… come ti autodefiniresti tu?

Molto incazzato, ma combattivo.

”Pendolari”… “Treni”… il senso del viaggio – reale o virtuale – fa parte del tuo mondo, ma credo sia argomento/pensiero patrimonio di tutti: i tuoi brani sono solo frutto di esperienze personali o anche di sogni ad occhi aperti?

Il viaggio è una costante del mio repertorio, forse perché la partenza mi mette ansia. Le mie canzoni sono autobiografiche, ma anche frutto di osservazione. “Treni” si avvicina a quel progetto di letteratura in musica verso la quale aspiro. Non dico che ci sono riuscito, ma vorrei andare in quella direzione.

Che cosa accade nei live di Mattia Ringozzi?

Spero ci si diverta. C’è molta ironia, risate. Credo di cantare in modo molto fisico e le emozioni passano. Qualcuno ogni tanto si commuove. Vengo da posti difficili per la musica, la provincia è una palestra. Ringrazio chi mi viene a sentire, chi mi presta la sua attenzione. Non ci si fa sempre caso, ma è una cosa importante. Poi magari può piacere o meno quello che faccio però si sente che sono sincero.   

Come pubblicizzerai il tuo album? Hai pianificato delle date?

Dal vivo, come ho sempre fatto, con le mie forze. Sto buttando giù un calendario italo-francese. Non vedo l’ora di suonare. Merci!

 

 

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