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Aurora D’Amico e il suo “Barefoot”, disco d’esordio. È forse nata una nuova stella?

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Crediti Photo Guglielmo Mangiapane
Voto Autore

di Corrado Salemi

Da qualche tempo nell’ambiente musicale siciliano gira un nome che sta velocemente conquistando i favori del pubblico, della critica e degli addetti ai lavori. Si tratta della giovanissima Aurora D’Amico.

Palermitana, faccia pulita, portamento tutt’altro che da diva, la ventiduenne cantautrice colpisce per via di una voce splendida, di una scrittura dolce ed elegante e per la vocazione internazionale della sua musica, una fusione ben riuscita tra british pop, country e ballad americane tipiche delle folksingers.

Forte delle sue esperienze in America e in Inghilterra, e dei sui studi di songwriting, chitarra e canto, Aurora ha da poco pubblicato il suo primo EP dal titolo Barefoot contenente sei tracce tutte in inglese.

Il disco è stato prodotto e registrato in Inghilterra da Nathan McKenzie per la Lion Man Production, e suonato da Gary Bossom (chitarre, bass e batteria), Eleonor G. McKenzie (armonica), Sergio Medina (batteria), oltre che dalla stessa Aurora D’amico, autrice di tutti i brani.

Barefoot è stato presentato, suonato dagli stessi musicisti che lo hanno registrato con l’aggiunta di Ruggiero Miccichè alla batteria, il 12 aprile scorso al Dorian Art di Alessio Ciriminna, luogo di riferimento per il rinnovato fermento musicale a Palermo.

Crediti Foto Massimo Torciva - ArteWiva
Crediti Foto Massimo Torciva – ArteWiva

Ecco la track list:

  1. Patience
  2. Well concealed
  3. Barefoot
  4. On this stone
  5. To see your face
  6. What you knew before

 

Non bisogna farsi ingannare dall’aria timida ed ingenua: Aurora è un’artista preparata, sicura di ciò che scrive e canta, che ha innate tutte le doti per emergere, e che dal palco è in grado di affascinare come nessun altro.

Oltre ad aver vinto alcuni contest ed aver partecipato a prestigiosi eventi locali e non, Aurora è stata in selezionata per partecipare con il suo brano Distance alla sezione inediti di Capitalent 2016, il music contest radiofonico di Radio Capital che si chiude il 13 maggio prossimo.

Abbiamo intervistato Aurora qualche giorno prima della presentazione del disco. La ringraziamo davvero per la disponibilità e per gli interessanti spunti di riflessione che ci ha dato tra le risposte.

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Ciao Aurora. Come mai hai realizzato il tuo primo EP in Inghilterra? Hai fatto un concorso, uno stage, hai partecipato a qualche talent?

Premetto che amo più l’America dove sono stata nell’estate 2015: mia sorella abita lì. Allora non avevo ancora nessun progetto musicale, non mi esibivo, nessuno mi conosceva. Sono andata a Nashville e mi sono esibita al BlueBird Cafè, un luogo in cui tutti vorrebbero suonare e dove c’è un’attesa infinita. Ho chiamato, ho “prenotato” e sono salita sul palco. Dopo quella esperienza ho iniziato a suonare in altri open mic sia a Cleveland che a Nashville.
Tornata a Palermo non pensavo di riuscire suonare. Invece ho partecipato all’edizione 2015 del Soul Music Festival al Teatro di Verdura. Avevo dei brani miei ed ho pensato “ma si, ne faccio uno”. Dopo questa esperienza sono arrivati molti inviti in vari festival siciliani. Nello stesso periodo ho conosciuto Ruggero Miccichè e nell’ottobre 2015 abbiamo iniziato a suonare insieme, integrando nel mio repertorio un supporto ritmico.

Ero stata in Inghilterra nel 2014 per registrare i miei brani con la sola voglia di conservare quello che avevo scritto, senza la pretesa di pubblicare un CD. Li ho conosciuto Nathan McKenzie, musicista inglese diventato poi il mio produttore: dato che è il marito della migliore amica di mia sorella di fatto è stato come stare in famiglia.  Dopo i primi live, nel gennaio 2016 sono tornata in Inghilterra per lavorare seriamente al disco.

Qual è il tuo percorso di studi musicali?

Avevo iniziato a studiare composizione al Conservatorio di Palermo, ma ne sono scappata dopo tre anni di solfeggio. Poi ho scoperto i corsi online della Berklee College of Music. Avrei preferito andare a Boston ma non era possibile. Quando ho scoperto i corsi on line, anch’essi certificati e riconosciuti in tutto il mondo, mi sono iscritta. Ho studiato Music Supervision, Songwriting for Film and TV ed anche Writing hit songs con Brad Hatfield e Neil Diercks. Tornata a Palermo ho studiato canto con Giorgia Meli e chitarra con Manfredi Tumminello.

Ci sono pareri discordanti sulla utilità dei corsi di songwriting e sulla possibilità di “insegnare” a scrivere canzoni. Cosa ti va di dire su questo?

Io ho imparato molto alla Berklee, cose che nessuno mi aveva mai detto. Spesso si pensa che scrivere canzoni è qualcosa che nasce da dentro, e sicuramente è così. Ma ci sono delle tecniche che possono migliorare la tua consapevolezza. Con Niel, ad esempio, abbiamo studiato come nella musica che ascoltiamo in radio ci siano soluzioni consolidate, scelte ad arte in fase di produzione: ci si mette a tavolino e si costruisce il brano. Ad esempio: se ho una strofa con “one chord groove” allora il ritornello deve essere in un certo modo, e così via… e tutto questo funziona quando scrivi un pezzo commerciale. Si tratta di tecniche che permettono di “agganciare” le persone: si tratta di scelte armoniche, melodiche, ritmiche, di metrica delle frasi. Puoi decidere di usarle o meno. Ma di certo adesso sono più consapevole, non faccio “così come mi viene” ma con un senso preciso, capendo se mi serve una nuova struttura perché quella spontanea non va bene.

 Parliamo di “Barefoot”, il tuo EP di esordio. Quanto tempo c’è voluto per realizzarlo?

Ho iniziato a scriverlo nell’estate del 2014. La scrittura è durata pochissimo: a fine estate avevo finito quasi tutti i brani. L’inverno successivo sono andata a registrarlo, giusto per sapere cosa ne pensava Nathan. La fase di registrazione ha avuto dei ritardi perché dovevo continuamente fare avanti e indietro da Palermo, facendo inoltre coincidere il tutto con gli impegni musicali di Nathan. Ma in fondo è stato meglio così: c’è stato il tempo di far maturare il tutto e ottenere un prodotto più curato.

Tu hai appena vinto un contest organizzato dal Dorian Art di Palermo. Ho saputo che lo hai fatto per gioco e per incontrarti con altri artisti. È vero che non ami le gare tra musicisti?

Ho partecipato solo perché si svolgeva a Palermo tra artisti locali con i quali stare insieme e conoscerci meglio. Ho avuto l’opportunità di conoscere meglio alcuni cantautori locali, quali Francesco Vannini e Giulia Catuogno che conoscevo solo di vista.  Non amo i contest, eppure è la seconda volta che mi ritrovo coinvolta. La prima è stata alla Festa dell’Unità del Mezzogiorno ai Cantieri Culturali della Zisa a Palermo: pensavo fosse un festival e così mi sono iscritta. Invece era un contest, ed alla fine l’ho anche vinto.

 Condivido il tuo pensiero. Credo che mettere gli artisti in gara, forzandoli a scelte di facile presa sul pubblico, sia qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’arte.

Ci sono artisti locali molto validi sui quali ognuno di noi dovrebbe investire andando ai loro concerti, comprando i loro CD, divulgando e condividendo la loro musica. Così dovrebbe funzionare. Non credo nei talent, soprattutto perché propongono musica gratuitamente. Mi spiego meglio: La gente accende la TV e riceve passivamente e gratuitamente la musica. Ma alle spalle del talent c’è qualcuno che invece sta investendo, scegliendo e imponendo cosa ascoltare. A questo punto, valido o meno che sia, ognuno di noi riceve gratis quegli artisti “prescelti” perdendo la possibilità di scegliere chi valorizzare.

In Inghilterra mi sono accorta che i musicisti invece diventano famosi quando trovano persone che vanno a sentirli suonare inizialmente per curiosità, poi invece comprano il disco, lo regalano ad un amico e così via, senza passare dai talent: conosco tantissimi artisti cresciuti in questo modo, soprattutto andando in giro aprendo i concerti di altre band più famose.

Mi piace osservazione sulla quale non avevo mai riflettuto: il fatto che la musica arrivi senza un costo ti porta a non scegliere più e ad accollarti di tutto, tanto è gratis.

Si. E poi ci lamentiamo… “ah l’Inghilterra, ah l’America… quanti artisti bravi… è un altro mondo!!!…”.  E invece no: anche qui ci sono artisti validi, a patto però di investirci anche noi.

 Mi permetto di farti un complimento: hai un carisma che esprime già con la tua sola presenza. Non voglio sminuire la tua voce o la tua scrittura. Mi colpisce come riesci a riempire pienamente il palco semplicemente calcandolo. Riesci a tenere incollato a te il pubblico apparentemente senza far nulla come una sorta di magnetismo. Credo sia questa la tua arma vincente. Ne hai consapevolezza?

No, non ne sono consapevole. Spesso non vorrei nemmeno salire sul palco, mi vergogno, non so mai cosa dire. Faccio spesso brutta figura perché non so parlare tra una canzone e l’altra. Però quando canto sono sicura di quello faccio.

 Cosa ti aspetti adesso dal futuro?

Mi sto dedicando pienamente a questo progetto musicale, ma dato che era nata senza pretese non voglio farmi illusioni. Mi piace l’idea che la gente abbia a casa un mio prodotto. Certo mi piacerebbe essere una cantautrice e vivere di questo. In particolare amo l’idea del tour: mi piacerebbe girare l’Italia aprendo concerti di altri artisti. L’ho già fatto lo Street Food Fest 2015 di Sciacca aprendo per Ivan Segreto.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto, o che nessuno ti chiede?

Nessuno mi chiede mai di cosa parlano le mie canzoni. Perché? Non vi interessa?

Non saprei dirti. Io sono cresciuto con l’idea, errata magari, che le canzoni non vadano spiegate. Invece scopro c’è qualcuno gradirebbe sentirsi chiedere “di che parlano le tue canzoni?”.

Vorrei raccontarti la storia di “In the landscape”, un mio brano a cui sono legatissima. Ero in Inghilterra, in macchina. Guardavo il paesaggio e canticchiavo tra me “…in the landscape…”. Ho subito registrato la melodia. Tornata a Palermo ho riascoltato il tutto, iniziando a suonarla. Ho costruito il brano attorno al seguente pensiero: l’Inghilterra è un luogo in cui si va in cerca di un futuro. Anch’io pensavo che potesse essere, per me, il luogo in cui crescere professionalmente, meglio se con la musica. Ho messo giù il testo parlando di quanto sia grande l’Inghilterra, del freddo, del carico di speranze con cui parte, ma riscoprendo non era per me il luogo in cui crescere, che mi occorresse un nuovo “paesaggio”, quello in cui ritrovarsi. Non necessariamente quello natio, forse un paesaggio interiore. Senza dimenticare il vecchio paesaggio, piuttosto continuando a cercare in quello nuovo.

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