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Durante la lettura di “Fare canzoni”

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di Michele Caccamo

Era troppo triste quella notte, mi mancava il senso dell’ossigeno e forse l’orientamento. Era una di quelle notti cadute addosso alla mia anima con la pesantezza della rugiada sui fili d’erba, come un ultimo dolore. Era una di quelle notti in cui è possibile premere anche il succo all’esistenza: con le ore dei calcoli e dei richiami.

Non avevo neanche voglia di esagerare con la grappa: stordisco così i mali pensieri. Avevo da lavorare: sul libro di Alberto Salerno. In preparazione, in programmazione.

Ma perché mai avrebbero dovuto interessarmi le canzoni sui maschi con le femmine, sulle fughe o sui sogni? Di mio ero già pazzo di speranze.

Dovevo incominciare una parola, ma che non fosse un’ennesima sfida alla mia tristezza.

Anche se devo dire che io lo conoscevo bene Salerno, da quando facevo lo speaker in una “radio libera”: i suoi testi sono stati sempre altamente affini alla mia sensibilità. E io non sono facile: troppo complesso, incasinato, perdutamente lontano; con un anelito sempre pronto allo stacco, da questa soffocazione.

Un libro suo, adesso, in un file di prima bozza. In fondo un vantaggio.

Fare canzoni”, come dire lasciami mettere del rumore nel tuo silenzio. Ma sì, Alberto, ti apro il palmo della mia mano: guidami.

E già dall’inizio capisco che rimarrò coinvolto nella tua intera vita.

Ti devo grazie, perché sento il fischio di mio padre, sugli alberi a potare i rami, ricco di parole e musiche allegre: Carosone e Nisa (Nicola Salerno) gli facevano forse sentire meno freddo, forse si immaginava anche lui di essere un eroe americano. E ti devo ancora grazie, per avermi lasciato credere che le stelle potessero toccare gli uomini e renderli davvero liberi; per avermi fatto immaginare che l’isola di Wight non fosse distante da un mare italiano. Per avermi fatto odorare la selva dell’Aspromonte, la menta e il rosmarino. Ti devo grazie, per le file di rose, il piccolo infinto, i nomi che mi hai fatto decifrare e che altrimenti avrei perduto. E per la Luce, aperta nel tuo cuore caldo e trasformata in versi. I tuoi”.

Poi sì, c’è anche la storia della canzone italiana, la sua origine e il suo destino. Nessuno più di te, conosce.

“Fare canzoni”, lo hai voluto chiamare il tuo libro. Perché è vero, ci vuole mestiere, arte, ci vogliono incontenibili desideri e fioriture incessanti: per scerpare dalla trascuratezza la vita.

E tu ne sei stato Maestro autentico.

Con le tue canzoni hai dato le mani, ogni giorno, a migliaia di uomini; le tue unghie a chi voleva andare via; e poi la tua voce ai ribelli, il tuo cuore di petalo agli innamorati.

Tutto quello che abbiamo avuto lo hai riunito, qui, in questa opera.

Alberto, era troppo affamata quella notte. Poteva scacciarmi.

Mi hai dato un viaggio d’oro e adesso non capisco se le mie parole sono tue: è la comunione, il mutamento dello stato d’animo.

Alberto il tuo libro è un portale, una brillante via d’uscita, una spiegazione crescente che va dalle radici alla fronda, dal ricordo alla fantasia.

Ti devo grazie.

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