C’è poco da fare, X Factor rimane interessante fino agli home visit, poi con l’inizio del circo live, perde inesorabilmente interesse.
.
Analizziamo il perché. Nelle prime puntate i ragazzi si mostrano come sono, senza veli e filtri. Arrivano emozionati su quel palco senza condizionamenti. Vestiti come escono di casa tutti i giorni. Si accompagnano alla chitarra o al pianoforte, ognuno dispone dello stesso palco, delle stesse luci, senza effetti speciali o corpi di ballo aggiunti. Si esibiscono a “nudo” mostrando spontaneamente le loro incertezze e il loro presunto o reale talento. Nessuno sa nulla di loro, se non gli autori che hanno velocemente scritto o filmato schede e servizi, su quelli che ritengono più interessanti. Persino i giudici li vedono per la prima volta e il loro approccio è più curioso e meno condizionato da tutti quei paradigmi imposti dal format. Infatti, molti, come ad esempio Manuel Agnelli si emozionano fino alle lacrime, come già accaduto nei casi di Mimì quest’anno o di Elisa Coclite, in arte Casadilego (a proposito, che fine ha fatto la ragazza coi capelli verdi?). Le emozioni e una certa verità, rimangono fino agli home visit, poi inizia il cucuzzaro del circo pop e i lacci del format, nel quale gli autori devono sottostare alla cosiddetta liturgia televisiva dove tutto diventa scontato, persino le eliminazioni. Si scelgono brani che ai ragazzi/concorrenti possono anche non piacere, puntate tematiche fuori contesto come la puntata dance, che si ritiene a torto più appetibile al pubblico nazional popolare ma che purtroppo impone ai concorrenti canzoni spesso inappropriate, un continuo sapore vintage, qualche scazzo o polemicuccia tra i tutor, tanto per far salire la competitività al tavolo, e uno sfoggio di scenografie, coreografie che non hanno altro merito se non quello di alzare notevolmente i costi di produzione, praticamente una sorta di fiction su quello che dovrebbe essere uno show all’americana. Risultato? Tutto prevedibile a parte qualche rara eccezione (vedi i prodigiosi Punk Cake, che riuscirebbero a trasformare in punk persino “Strani Amori” della Pausini, se volessero). Improvvisamente, le emozioni spariscono, l’adrenalina dei risultati diventa camomilla, un rito noioso, nessuno piange o si incazza, ma tutti ridono e ringraziano come impone il bon tòn generalista. Tutto sostenibile e inclusivo, come si suol dire, persino troppo. Dal punto di vista strettamente musicale, chi ne fa le spese sono proprio i concorrenti pop, come quelli eliminati nella squadra di Paola Iezzi che non si schiodano dalla modalità “imitazione improbabile di una vera pop star” o della concorrente Elma di Jack La Furia che le fa cantare persino una celeberrima hit di Madonna, oltretutto con un arrangiamento copia e incolla (che senso ha?). Ma questa potrebbe essere persino una buona notizia, perché il pop ha davvero stufato, è un’overdose nazionale di finte Lady Gaga, Taylor Swift (che è già finta di suo), Dua Lipa, Rihanna, etc, etc. Tutte imitazioni di provincia. Cosa c’è di star in una che copia maldestramente una star autentica? Nulla. E anche dal punto di vista strettamente televisivo, per questo c’è già “Tale e Quale” di Carlo Conti. X Factor dovrebbe rappresentare ben altro. Ora è chiaro che il format non si può rivoltare come un calzino, anche perché non è nato in Italia e quindi Samuel Cowell si opporrebbe a modifiche sostanziali della sua “creatura”, ma è indubbio che la retorica della gara, in un mondo che crea gare quotidiane su tutto, ha perso definitivamente fascino. Sorta una presunta pop star se ne fa un’altra il giorno dopo. Il vero problema è che ormai consideriamo la fantasia come un optional. La catena di montaggio non si ferma, le idee devono essere tutte uguali come prodotti in scatola o barattoli di latta. Si elima nello spettatore qualsiasi sensazione di sorpresa e di attesa, persino la sua volontà di immaginare durante un provino, una comune ragazza nei panni di una futura “star”. Questa dovrebbe essere la funzione del format, ma se invece di immaginarla, la costruisci come un prototipo di fabbrica da mostrare alle fiere, ecco che tutto perde di significato. Avanti un altro, un modellino dopo l’altro, pretesto dopo pretesto, tanto del televoto, non si sa nemmeno quanti hanno votato e perché. Mai visti i numeri in diretta. Rewind: Le audizioni mostrano una realtà, i Live, una fiction già abbondantemente vista all’ennesima replica. Gli sponsor saranno contenti, il pubblico molto meno. Amen.
Facebook Comments