Nel linguaggio politichese i due tutor di X Factor potrebbero definirsi “convergenze parallele”, in realtà rappresentano due mondi lontanissimi tra loro. Si fa un ben parlare di questa nuova edizione. Anche i boomers che non hanno mai apprezzato il format scrivono commenti tipo “Finalmente stop agli scazzi tra i giudici”, “Torna la musica d’autore”, “C’è onestà di fondo, persino quando si elimina qualcuno dicendogli bravo”, etc. Non sono affatto in sintonia su quest’ultimo commento che circola sui social con una certa enfasi, anzi, sinceramente lo trovo un po’ ipocrita. Il tutto è scaturito da un episodio del programma, quando Jack La Furia ha eliminato un rapper della sua squadra dicendogli chiaramente:
“Ti faccio un gran favore, dato che sei troppo bravo, non ti faccio entrare in squadra altrimenti perderesti la tua credibilità”.
Ricapitoliamo. Ti ingaggiano come tutor e sei pure pagato bene. Hai la libertà di scegliere quelli che ritieni i migliori e portarli fino in fondo. Ne trovi uno di questi a tuo dire, e lo fai fuori dichiarando che in quel contesto non vale la pena di partecipare, perché i bravi non vengono apprezzati. Come dire che il format è adatto ai mediocri, giudici compresi. Non dico che è come sputare sul piatto dove si mangia, ma certo non è un complimento allo chef (leggesi: gli autori del format). Così il simpatico Jack, elimina il “bravissimo”rapper e mette in squadra gli autotunisti Potara che massacrano “Smell like teen spirit” dei Nirvana, ma che per lui rappresentano il futuro.
Dall’altra parte Manuel Agnelli, 58 anni portati alla grande, gira le spalle con tanto di sedia (la sua) schifato dall’imbarazzante esibizione e lo dice senza mezzi termini:
“Non ho mai sentito una merda come questa!”
Che piaccia o meno, Agnelli rispetta il suo ruolo e per inciso, anche il suo contratto. Fa il giudice con la precisa intenzione di sfidare quel contesto, magari portando in squadra i non allineati al pop mainstream. Praticamente il contrario di Jack La Furia che per carità è molto simpatico e perfettamente confacente al format, ma contraddittoriamente, dichiara il culto dell’iconoclasta mondo del rap di cui farebbe parte, con tutta la retorica dell’alternativo tout court.
“Mi sono dovuto guadagnare con i pugni e con i denti il diritto di essere rispettato nel rap, ma se ti faccio entrare qui, tu esci di qua e perdi la tua credibilità”.
Dunque se il mondo del rap è così selettivo, iconoclasta, credibile, indipendente e alternativo, che ci fa Jack La Furia come giudice a X Factor? Qualcuno, lui per primo, dovrebbe spiegarcelo.
Il confronto tra Jack La Furia e Manuel Agnelli è comunque interessante, perché mostra in modo inequivocabile l’infinita distanza e differenza tra loro, che è anche una distanza siderale di pensiero e azione.
Agnelli viene dalla cultura analogica novecentesca, con il tempo e infinite esperienze ha capito i limiti del mainstream e quelli dell’underground. Ci è passato sopra, accettando il compromesso del business mediatico, ma senza snaturare il suo background culturale e musicale. Conoscendo il senso del linguaggio artistico, sa perfettamente che Il futuro della musica non è massacrare una cover dei Nirvana ballandoci sopra canticchiando con l’autotune, allo scopo di sentirsi contemporanei.
La Furia invece, appartiene alla generazione digitale e dei plug in, pensa che il rap italiano sia un ambiente ideologicamente integro, sfacciatamente alternativo e avverso al mainstream musicale e mediatico, ambiente in cui solo se si diventa famosi allora si può essere battezzati pop star ed essere immuni da ogni contraddizione, persino quella di eliminare i rapper in un talent show e scegliere solo giovani pop più accessibili al commercio. Eppure La Furia pensa ancora che il rap italiano abbia ancora qualcosa a che vedere con lo storico rap americano nato nei bassifondi e nei ghetti, tra solitudine sociale e degrado. Bisognerebbe ricordargli i rapper come Fedez con l’attico a City Life, Ghali come testimonial negli spot della MacDonalds etc, etc, etc. Alla retorica rap di La Furia non ci crede nessuno, tranne il giovane romano Meloni che è pure contento di essere eliminato in un programma dove non vedeva l’ora di vincere, per avere successo, altrimenti che si sarebbe iscritto a fare?
Soltanto per questo confronto tra due mondi lontanissimi, quello tra Manuel Agnelli e Jack La Furia, che sono pure diventati amici, vale la pena di vedere questa edizione, dove tutto non cambia anche se sembra il contrario, dove siamo tutti inclusivi, sostenibili, alternativi e indipendenti, ma bevendo il caffè dello sponsor. Dove la musica, nonostante gli sforzi dei partecipanti è diventata un rumore di fondo e un giochino per le casse delle concessionarie di pubblicità dei broadcast, poi però, entra in scena un ragazzino di sedici anni, disincantato e disarmante che canta come un professionista navigato, una donna matura che canta sulle navi da crociera con una voce come la Piaf e tutto, magicamente, torna. Avanti un altro, tutor permettendo.
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