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I talent: E intanto mia nipote fa la cameriera

di Michele Caccamo

È nell’arte delle arti il canto: le note sono alberi di luce e la voce, la voce, una creatura incontenibile; la canzone una chiesa assoluta. E quanti ritornelli mi passano e ripassano la mente, in diverse tonalità, con la gioia nel pensiero. Io, alla fine, credo di avere una mente antica: di quelle che non sono riuscite a dormire, aspettando il battito dell’emozione; di quelle che hanno volutamente inteso la Bellezza come un carico umile.

Non ho mai ritenuto colmo il segno della mia curiosità, così come la ricerca di fenomeni o lo studio, interamente sonoro, delle avanguardie sane. Mi sono affidato all’orecchio, o a quel muscolo confinato che è il cuore.

E così gli accordi mi sono serviti a liberare le canne della gola, a sentire nel mio midollo un’intonazione liquida, a far splendere nei miei occhi le valvole buone per preparare gli strumenti dei sogni.

Per me i cantanti erano gli incantatori: quei fili di seta a volte infantili a volte rivoluzionari. E la voce, la voce, era un’anima enorme: sapeva incatenare alle sedie, e ovunque rimanevano appese le lame delle parole.

Quanto era bello il vento del futuro che sentivamo; ce lo porgevano, i cantanti, per chitarra o piano, con un vibrato azzurro o con un urlo che consumava il petto. E ognuno aveva la sua grandezza, un passo personale e nuovo: a ogni canzone ci bastava socchiudere gli occhi per trovare le nostre vite allacciate ai loro messaggi. Quanto era bello aspettarli.

Oggi tutto è diverso, e anche il sol cantare è diventato un compito scolastico, una gloria imburrata nel nulla. Non ci sono le cantine, gli scantinati dove era facile avvenisse la scintilla della creazione. Oggi si va per le vie brevi; finendo nell’allegorico, nel carnascialesco  piuttosto. C’è un odore marcio in ogni nuova proposta, nulla può essere ascoltato che non sia volontà dei grandi cappellani della televisione.

I talent sanno di un orrore mai provato, i cantanti sono delle figure morenti e hanno la voce, sì la voce, con le arie chiuse: non ce n’è neanche una che si levi alta, lontana dall’obbedienza di stile; neanche una che sappia animare i lupi, che sappia mandare allo sbando l’imposizione del commercio; neanche una che sia densa quanto il nero o chiara come gli angeli, che sia splendidamente agile come una farfalla allo sboccio. Le voci dei nuovi cantanti sono senza carne, hanno tutte la stessa piattezza e ci ingannano con il consenso televisivo.

Sì, oggi è tutto diverso. I talent sono il quadrante della nostra miseria intellettuale, il nascimento disgraziato della musica; i talent sono un salto convulso nello zero.

E intanto, dalla parte del torto, c’è mia nipote. E quelli che come lei sono capaci di riempire le cupole del mondo con una sola nota; quelli che non incontrano nel loro destino i protettori del talento; quelli che lasciano in sospeso, per la tanta bellezza, il supremo fiato dell’Arte.

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