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venerdì, Febbraio 20, 2026

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Bad Bunny più potente dell’odio

Bad Bunny ha trasformato l’Halftime Show del Super Bowl LX in Super Benito XXL, una discoteca a cielo aperto capace di riunire l’America intera attorno ai suoi simboli culturali e alle sue icone musicali, come Lady Gaga e Ricky Martin, sovvertendo l’odio propulso da Donald Trump. 

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Quando la musica non è soltanto intrattenimento o business ma atto di rivoluzione che sfida il potere, acquista un valore aggiunto. E Bad Bunny non ha esitato a compiere questo salto di qualità, schierandosi dalla parte dei diritti e facendosi voce attiva di libertà, inclusione e rispetto. 

Il Super Bowl LX ha rappresentato un salto di qualità nella storia dell’evento sportivo e televisivo più seguito degli Stati Uniti. L’edizione 2026 della finale della NFL (National Football League), andata in scena al Levi’s Stadium di Santa Clara, in California, ha confermato come questo appuntamento non sia più soltanto una celebrazione del football americano, ma un luogo centrale in cui sport, spettacolo e immaginario nazionale si incontrano e si ridefiniscono. 

Sul campo, i Seattle Seahawks hanno vinto sui New England Patriots, la squadra “sostenuta” da Donald Trump. Ma è stato durante l’Halftime Show che il Super Bowl ha espresso fino in fondo la sua dimensione culturale, mostrando quanto l’intrattenimento possa diventare racconto, visione e presa di posizione. 

Nelle mani del cantante portoricano Bad Bunny per l’edizione 2026, lo show ha segnato uno dei momenti più alti mai visti sul palco dell’intervallo: musica, estetica e simbolismo sono stati fusi in un unico flusso narrativo dal forte peso politico. Non è stato un semplice concerto, ma una costruzione visiva e sonora funzionale, pensata per parlare a un pubblico globale attraverso immagini riconoscibili, riferimenti culturali precisi e una lingua — lo spagnolo — portata al centro della scena senza mediazioni. 

In meno di un quarto d’ora, Benito Antonio Martínez Ocasio ha trasformato l’Halftime Show in uno spazio di rappresentazione collettiva. Il Super Bowl LX è diventato così un Super Benito XXL: uno show oversize che — grazie agli attributi del cantante, capace di eccedere in umanità e coraggio — si è imposto come atto di affermazione fondato su libertà, identità e inclusione, valori resi visibili, concreti e condivisibili. 

Attraverso la musica, le voci, i corpi in movimento e una scenografia densa di significati, lo spettacolo ha raccontato un’America plurale, attraversata da identità diverse e da una cultura che nasce ai margini e finisce per definirne il cuore. 

Successo totale 

Lo spettacolo è andato in onda durante la trasmissione ufficiale del Super Bowl LX sulla rete NBC, oltre che in streaming su Peacock, Telemundo e NFL+, raggiungendo un pubblico vastissimo di centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo. 

In un contesto di football e cultura pop, Bad Bunny è diventato il primo artista latino solista a esibirsi quasi interamente in spagnolo sul palco dell’Halftime Show, una scelta simbolica che ha già fatto storia. Quindici minuti scarsi e un messaggio chiarissimo: insieme siamo l’America. 

Il risultato? Il Super Bowl più visto di sempre, con 134,5 milioni di spettatori complessivi negli Stati Uniti, superando il record del 2025 stabilito da Kendrick Lamar, che aveva raccolto 127,7 milioni di spettatori. Un dato che rende grottesca, se non ridicola, la furia politica esplosa di lì a poco. 

Fumetto musicale 

Lo show si è aperto in un campo di canna da zucchero, dove le radici portoricane di Bad Bunny incontrano i segni dello sfruttamento coloniale dell’isola. Dalle strisce di sole tra le canne, la scena si è allargata: bodegas (piccoli negozi di quartiere) e casitas (abitazioni caraibiche, simbolo dell’ospitalità portoricana), stand di piragua — ghiaccioli colorati — e bottiglie di sciroppo con le bandiere di tutti i Paesi latinoamericani. 

Ai tetti e ai tralicci della corrente, che richiamano i blackout che ancora oggi colpiscono Porto Rico dopo l’uragano Maria, si sono uniti le piante di banano, il coquí (piccolo rospo simbolo dell’isola), il pava (tradizionale cappello di paglia), la bandiera portoricana dall’azzurro chiaro che rimanda alla storia indipendentista dell’isola e, sempre centrale, le sedie bianche di plastica, icone visive del suo ultimo album Debí Tirar Más Fotos.

Bad Bunny, bellissimo e in completo bianco Zara con il cognome tipicamente portoricano Ocasio scritto sulla schiena come sigillo di appartenenza, ha dato vita allo show dal primo passo su un palco trasformato in città. Nato a Vega Baja, sulla costa atlantica di Porto Rico — l’altra faccia dell’isola, opposta alla sponda caraibica — Benito è l’incarnazione della sua terra. Colori forti, simboli potenti, figure che danzano senza sosta. È stato come sfogliare un fumetto musicale, con tavole che si animano e voci che si intrecciano sul filo della narrazione, spinte dalla corrente. 

Le hit del nuovo re della musica latina si sono snodate in un viaggio ritmico tra radici caraibiche e urbane, con il perreo — il tipico ballo sensuale del reggaeton, divenuto emblema di visibilità e libertà sessuale — che ha pulsato come un battito collettivo. 

Yo Perreo Sola (“Io ballo da sola”) ha il suono di un manifesto politico di indipendenza, autodeterminazione e libertà dei corpi, rivolto apertamente anche a una sensibilità queer e femminista che da anni riconosce in Bad Bunny un alleato esplicito. 

Dall’energia che celebra la libertà sessuale di Tití Me Preguntó (“La zia mi ha chiesto”) all’eco sociale contro le disuguaglianze di El Apagón (“Il blackout”), lo show ha riportato il pubblico alle radici della cultura latina e portoricana. Perfettamente inserite nella set-list, Gasolina e Pa’ que se lo gocen (“Per farlo godere”), in omaggio ai pionieri del reggaeton, hanno innalzato l’Halftime Show a coro transgenerazionale, in cui ogni spettatore si è sentito parte della storia raccontata sul palco. 

Battito queer 

Sul palco con Bad Bunny sono saliti Lady Gaga e Ricky Martin — due ospiti di vertice che hanno innescato la miccia nella narrazione. 

Lady Gaga, icona pop globale e attivista storica per i diritti LGBTQIA+, è comparsa a sorpresa per una versione riarrangiata, in chiave latina e sensuale, della sua Die With a Smile, per poi concedersi ad un ballo con l’amico-collega sui passi di salsa di Baile inolvidable (Danza indimenticabile). Al fianco di Bad Bunny — con occhi innamorati — Gaga, da oltre quindici anni voce in prima linea per i diritti civili e simbolo di una cultura pop fondata su solidarietà e uguaglianza, ha celebrato uno spazio apertamente inclusivo. 

Perfettamente inserito nel quadro della celebrazione queer e del ponte tra generazioni di lotta per visibilità e diritti, Ricky Martin, figura centrale della musica latina dagli anni ’90 e dichiaratamente gay dal 2010, ha interpretato Lo Que Le Pasó a Hawaii (“Cosa è successo alle Hawaii”), il brano più politico di Debí Tirar Más Fotos. Un inno alla resistenza che richiama la necessità di proteggere Porto Rico dal turismo di massa e dall’erosione della propria identità culturale, un destino già vissuto dalle Hawaii, trasformate in Stato americano e progressivamente consegnate agli investitori stranieri. 

Un passaggio potente che ha aggiunto ulteriore profondità alla narrazione di Bad Bunny, che ha attratto come due calamite latinoamericanità e orgoglio identitario. 

Nella narrativa politica dal battito musicale — non di protesta gridata, ma di celebrazione delle diversità esplicitata attraverso il canto e il ballo — anche Cardi B, Pedro Pascal, Karol G e Jessica Alba. Volti di un’America che non si riconosce nei confini stretti della retorica conservatrice, hanno fatto capolino nella “Casita” scenografica rafforzando il senso di comunità e fratellanza globale. 

Famiglia unica 

Nel cuore dello show, un matrimonio celebrato in diretta, incastonato nella coreografia, ha fatto dell’amore il manifesto politico di Bad Bunny. 

A condensarne l’essenza, nel finale, la frase proiettata sui maxischermi dello stadio: The only thing more powerful than hate is love (“L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”). 

Il paladino dell’amore ha quindi pronunciato God Bless America (“Dio benedica l’America”), frase patriottica che esprime un augurio di benedizione per gli Stati Uniti, elencando uno a uno i Paesi del Nord, Centro e Sud America. Sventolando le bandiere, ha smontato con eleganza quella vecchia arroganza linguistica che usa “America” come sinonimo esclusivo degli Stati Uniti. 

Il colpo secco e definitivo è arrivato con la scritta Together We Are America (“Insieme siamo l’America”) sul pallone da football, usato come simbolo visivo tra culture diverse dell’emisfero americano, suggellando il messaggio finale di appartenenza a un’unica famiglia, oltre i confini territoriali, sessuali e politici. 

I Grammy 

Lo show è arrivato a pochi giorni da un altro momento chiave nella carriera di Bad Bunny: la straordinaria vittoria ai Grammy Awards 2026, dove Debí Tirar Más Fotos ha conquistato l’Album of the Year, primo disco interamente in spagnolo a riuscirci. Tre Grammy in totale, quattro dischi di platino per le vendite in Italia, Francia, Spagna e Portogallo, oltre dieci miliardi di stream su Spotify. 

Durante il discorso di accettazione, Bad Bunny non ha esitato a trasformare il palco in un microfono politico: con l’esclamazione “ICE out” ha rivendicato dignità e umanità per gli immigrati, dichiarando con forza: “Non siamo selvaggi, non siamo animali, siamo umani e siamo americani”. Questo appello-dissenso contro le politiche migratorie di Donald Trump ha infiammato il dibattito e trovato eco mediatico e culturale nel Super Bowl, naturale prosecuzione del discorso, che ha contato sul supporto social di tanti artisti e colleghi: da MadonnaRosalía, passando per Penélope Cruz. 

Super Bowl 

Il palco dell’Halftime Show, nell’intervallo del Super Bowl, ha ospitato negli anni artisti leggendari: da Ella Fitzgerald (1972) a Kendrick Lamar (2025), passando per Michael Jackson (1993), Prince (2007), Bruce Springsteen (2009), Madonna (2012), Beyoncé (2013), Bruno Mars (2014), Coldplay (2016), Lady Gaga (2017), Jennifer Lopez e Shakira (2020). 

Ma mai prima d’ora aveva accolto un artista che cantasse quasi esclusivamente in spagnolo, celebrasse apertamente la cultura latina e queer e trasformasse lo spettacolo in una presa di posizione politica così netta. Nessuno aveva mai portato in un’arena sportiva una combinazione così esplicita di lingua, cultura latinoamericana e messaggi di inclusione totale. 

Bad Bunny è riuscito nel valoroso intento di unire mondi differenti ma complementari in un mini musical fumettistico, con un protagonista dai superpoteri, la cui identità, come quella dei suoi ospiti, diventa parte integrante del messaggio. 

Olimpiadi Invernali

Il confronto tra due palcoscenici — quello delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e quello del Super Bowl LX — è inevitabile. In Italia, il rapper milanese Ghali, simbolo di una nuova identità multiculturale e voce influente della scena urbana italiana, ha partecipato alla cerimonia di apertura dei Giochi — in diretta mondiale — con una performance di Promemoria, poesia di Gianni Rodari recitata in italiano, inglese e francese, ma non in arabo, come lui stesso avrebbe voluto. Una scelta artistica misurata, carica di significato, che ha parlato di memoria, pace e responsabilità collettiva. 

La sua presenza a San Siro è stata al tempo stesso significativa e controversa: Ghali non ha potuto cantare l’inno d’Italia e quello che è apparso a molti come un tentativo maldestro di renderlo “invisibile”, attraverso una regia priva di primi piani e una telecronaca autogestita dal direttore di RaiSport Paolo Petrecca — che non lo ha mai nominato, arrivando addirittura a parlarci sopra — è tornato indietro come un boomerang. L’eco mediatica, amplificata dai social e dalla stampa internazionale, ha finito per rendere ancora più evidente ciò che si era tentato di attenuare. 

Se negli Stati Uniti Bad Bunny ha avuto il palco più grande possibile e lo ha usato fino in fondo, trasformando la performance in un intreccio potente di cultura, identità e messaggio sociale, in Italia la gestione simbolica dello spazio pubblico è apparsa più cauta, più controllata, più ambigua. 

La differenza non è solo artistica, dunque, ma anche politica. Quanto spazio e quale libertà si concede davvero a chi racconta un Paese che vuole cambiare? Quanto margine di espressione ha chi incarna identità plurali, ibride, non allineate? 

Sulla nostra “TeleMeloni” la libertà di dissenso è contenuta in nome di un’apparente neutralità che, invece, capovolge la realtà, distoglie l’attenzione dai problemi concreti e solidarizza con comici che offendono l’avversario politico e pretendono di far ridere con battute misogine, omofobe, razziste e basate sul body shaming. 

Il ribaltamento dell’egemonia culturale a cui punta la destra in Italia, con personaggi alla Pucci — in opposizione a premi Oscar come Roberto Benigni — finisce inevitabilmente per fallire e per alimentare l’onda legittima di critiche sui social. 

Con il suo show, Bad Bunny ha reso plastico l’insegnamento di Antonio Gramsci, ovvero che l’influenza culturale è sedimentata, radicata, solida: nasce dal basso, dalle botteghe d’arte e dalle comunità del sapere, e si afferma naturalmente, senza essere imposta dall’alto dei palazzi del potere. 

L’amore vince sempre 

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha attaccato la performance su Truth Social, definendola “assolutamente terribile, una delle peggiori di sempre… uno schiaffo alla grandezza dell’America”. 

Nello specifico, ha criticato l’uso della lingua spagnola — “nessuno capisce una parola di quello che questo ragazzo sta dicendo” — e il ballo dall’esplicita autodeterminazione sessuale: “la danza è disgustosa, soprattutto per i bambini che guardano”. 

Parallelamente, gruppi conservatori hanno organizzato una controprogrammazione alternativa, l’All-American Halftime Show, con artisti come Kid Rock, in opposizione alla narrazione culturale di Bad Bunny. Questo duello di narrazioni — unità e inclusione contro esclusione e tradizione — ha trasformato il Super Bowl in una simbolica arena di resistenza. 

Il “Benito Bowl” è stato lo specchio dell’America: una che cambia, balla, ama e parla più lingue. E un’altra — di destra — che urla, insulta, spara, uccide, ferisce e regredisce. 

Due palchi. Due Americhe. Due idee opposte di futuro. Ma una sola realtà: Bad Bunny ha ricordato che il potere più grande non è quello di dividere, ma di unire. 

Ex dipendente di supermercato, oggi artista più ascoltato al mondo e protagonista assoluto del Super Bowl più visto della storia. Un personaggio da fumetto, sì. Ma reale, di quelli che restano e fanno la differenza. 

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