LA PAUSINI IN FEATURING CON MAMELI, MATTARELLA NOMINA JOVANOTTI COMMENDATORE E ALTRE FACEZIE MUSICALI NOSTRANE
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Umberto Eco sosteneva che l’Italia musicalmente parlando, è involuta rispetto ai Paesi europei e agli Stati Uniti. Osservando gli ultimi fenomeni mediatici che hanno a che fare in un modo o nell’altro, con la musica italiana, o più opportunatamente con la canzone, non si può smentirlo. Eco aveva ragione.
Il Presidente della Repubblica dopo aver nominato Jovanotti commendatore, si appresta a riceve a Palazzo nientemeno che i big del prossimo Sanremo. Sfugge il senso anche al più accanito fan di Laura Pausini, che nel frattempo ha ridotto l’inno nazionale a un maschup con un musical pop della Disney. Intendiamoci, il nostro inno è infinitamente inferiore rispetto all’inno inglese, tedesco o americano, inoltre il testo seppur contestualizzato nella sua epoca, appare oggi assolutamente pleonastico, se non risibile, ma ridurlo così alla platea mondiale è assolutamente deplorevole.
“Povera Patria” cantava Battiato e chissà che non l’abbia cantata recentemente anche agli dei.
Sinceramente musicalmente (e non solo) abbiamo davvero toccato il fondo. La storia non è solo recente, dura ormai da almeno un quarto di secolo, dal tempo in cui la discografia ha smesso di cercare e produrre talenti e si è messa a fare casting sul web o si è affidata ai vari talent show dove le uniche star che hanno una certa continuità, sono i talent stessi e non i concorrenti, dato che ventiquattro ore dai titoli di coda dell’ultima puntata, finiscono irrimediabilmente nel dimenticatoio.
Le ragioni possono essere molteplici, ad esempio che nella scuola italiana la musica non è una materia d’obbligo ma facoltativa, oppure che il Novecento sia stato un secolo artisticamente talmente ricco e generoso da aver inventato di tutto e forse anche troppo, o il precoce avvento della produzione digitale e artificiale la cui creatività viene demandata agli algoritmi o forse alla pochezza della televisione generalista, insomma avanti un altro per così dire… ma forse la ragione principale è che oggi per musica si intende solo la canzone.
Quella che Fabrizio De Andrè definiva una creatura vittima dei suoi stessi lacci: l’orecchiabilità, il facile ritornello, il testo che non faccia troppo pensare, il suono radiofonico, la durata breve, l’eliminazione delle intro e dei momenti solistici, etc… In effetti Faber aveva ragione come Eco.
La canzone oggi è diventata così, musicalmente ha sempre meno. L’attuale stesura di una canzone oggi, parte subito dal ritornello e non c’è un assolo strumentale neanche a pagarlo. Il suono è compresso come vuole Spotify, la dinamica non esiste più. Nemmeno nella musica colta non si vedono cenni di rinascita. Non si era mai vista un’orchestra che scioperasse alla prima di un’opera o che raccogliesse firme per protestare contro un direttore d’orchestra, come nel caso Venezi.
Eppure, nel nostro Paese alla deriva, esistono musicisti straordinari, alcuni persino più apprezzati all’estero che in patria: Paolo Fresu, Ludovico Einaudi, Roberto Caccapaglia, Stefano Bollani, Patrizio Fariselli, Nicola Piovani, l’elenco è lungo e il pubblico è a loro riconoscente, ma i media a parte rare eccezioni, li bollano come artisti di nicchia.
Certo che se nel paese dei campanelli le istituzioni premiano i cantanti a discapito dei musicisti, allora quel tintinnio istituzionale suona come un insopportabile rumore di fondo. Ma la vera differenza dovrebbe essere quella di non considerare musica e canzone la stessa cosa, come purtroppo avviene nella sottocultura generalista da decenni.
Viviamo perennemente sotto una dittatura pop, talmente corrosiva che le nostre star canore, come la Pausini, cantano qualsiasi cosa allo stesso modo, che sia un’aria di Puccini, una canzonetta sanremese, Imagine di Lennon o l’inno d’Italia.
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