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Prendi il solito circoletto della canzone e affidalo a Fabio Fazio per una serata evento sul NOVE e il contro-Sanremo è servito.
Ornella senza fine è stato il tributo musical-televisivo a Ornella Vanoni, una delle più grandi dive della canzone — di sempre e per sempre — che ha dimostrato che a fare la differenza sono ancora le canzoni (quelle di un tempo) e il conduttore (quello scappato da TeleMeloni). Un modello possibile ma perfettibile. Incensi, critiche e riflessioni su uno show da cui ripartire per un futuro che ci riappropri di Sanremo e dello straordinario.
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«Non si fa più musica live in televisione». La stoccata alla Rai di Marco Mengoni pesa come un macigno e arriva nei suoi ringraziamenti a Fabio Fazio all’avvio della serata evento in omaggio a Ornella Vanoni sul NOVE, Ornella senza fine. Mengoni, con quella naturalezza che hanno solo gli artisti quando smettono di essere “ospiti” e diventano testimoni, mette a fuoco la forza culturale dello show che ha visto Fabio Fazio, in pochi giorni, impacchettare uno spettacolo televisivo di musica dal vivo di grandissimo valore, con stile, racconto, tensione ed eleganza.
Fazio ha fatto sul NOVE quello che la Rai faceva un tempo e che oggi, salvo rare eccezioni, non fa più. Se escludiamo Sanremo – ormai gigantesca fiera campionaria del marketing discografico, pensata più per le radio e le major che per la musica in sé – e il prezioso ma isolato lavoro di Stefano Bollani e Valentina Cenni su Rai Tre (a cui ha partecipato la stessa Vanoni), il servizio pubblico ha lasciato il campo a format che usano le canzoni come pretesto. Tale e Quale Show è l’emblema: travestimenti, caricature, hit ridotte a karaoke vip. Il paniere sarebbe ricchissimo, in un Paese come l’Italia invidiabile per risorse artistiche, ma viene sistematicamente svuotato di senso.
Ornella senza fine è stato invece il “Sanremo possibile” del NOVE: un Festival senza gara, senza televoto, senza giurati incompetenti, ma con grandi canzoni e tutte ben cantate. Tutto concentrato in un unico giorno. Un omaggio curatissimo e sentitissimo, nato da una relazione reale. Fabio Fazio e Luciana Littizzetto non hanno parlato di Ornella Vanoni da estranei, ma da colleghi e amici, da persone che con lei hanno condiviso tante puntate di Che tempo che fa. Ne conoscevano l’ironia, la ferocia gentile, la comicità asciutta, il peso artistico e simbolico. E tutto questo si è sentito.
Una sonora lezione per la Rai, sempre più ridotta a quella che tutti ormai chiamano, senza giri di parole, TeleMeloni: un contenitore propagandistico, impaurito dall’arte e dagli artisti veri, capace di manovrare amici ma incapace di maneggiare una figura come Ornella Vanoni, che è stata tutto e oltre. Libera. Indisciplinata. Politicamente scorretta per natura.
Una voce di velluto e di cristallo, come ha ricordato Fazio durante l’omaggio. Velluto per quella capacità di avvolgere l’ascoltatore, di portarlo dentro una confidenza mai urlata, con una timbrica nasale morbida, calda, viscerale ed erotica; cristallo per la preziosità e l’altezzosità aristocratica della voce e del repertorio, per quella fragilità luminosa che faceva tremare ogni parola pur possedendola. Una voce altera ma profondissima, che tra le mani abili e delicate di Fazio non si è scheggiata né rotta.
Fazio ha lasciato la Rai per poterci regalare uno splendore di spettacolo che si è già storicizzato. Ha fatto un passo indietro nei confronti di una donna come Ornella, facendola materializzare attraverso le sue stesse parole, estrapolate da interviste, interventi, dichiarazioni, pensieri appuntati e dai suoi libri, e usate per i testi dello spettacolo, fino a restituirne l’ironia secca, la lucidità disarmante, la malinconia che la abitava e il suo modo unico di stare al mondo. Ornella, per tutta la sera, c’è stata.
Parole intrecciate alle canzoni di un repertorio che l’ha rappresentata nel profondo, libero da regole di opportunità e di contemporaneità, esattamente come lei. Una libertà così radicale da permetterle di attraversare i decenni senza mai uscire dal sistema discografico, restando centrale, necessaria, desiderata.
Ornella Vanoni si muove così nella storia della canzone italiana come una dea pescatrice di talenti, che solca mari e decenni con la sua rete a strascico: prima cattura i pesci più grossi — Gino Paoli, Franco Califano, Bruno Lauzi, Lucio Dalla, Riccardo Cocciante, Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Pierangelo Bertoli — poi, senza mai perdere autorevolezza, raccoglie quelli più giovani, da Samuele Bersani e Bungaro fino a Francesco Gabbani e Mahmood. Un campo magnetico che attrae e seleziona, in cui non è mai del tutto chiaro chi cerchi chi. Di certo, però, Ornella non insegue: convoca. E, convocando, consacra.
Il canale di Warner Bros. Discovery ha dimostrato che la musica adulta, capace di essere insieme popolare e colta, quando viene trattata come patrimonio e non come intrattenimento usa e getta, può ancora trovare spazio e svolgere una funzione di autentico servizio pubblico. Lo dimostra anche l’informazione su La7, rete del gruppo Cairo, senza che ai cittadini venga richiesto il pagamento del canone. Altrove, semplicemente, si fa ciò che in Rai non si fa più.
Ornella senza fine può essere considerato — oltre che il miglior programma dell’anno, a soli venti giorni dall’inizio — il primo vero salto di genere del NOVE, che si è rivelato più che adatto a sperimentare con la musica dal vivo. Un banco di prova che apre all’ipotesi di un futuribile contro-Sanremo, se non addirittura al trasloco ideale della kermesse vera e propria.
Un successo certificato dai numeri, incorniciati sulla pagina social di Che tempo che fa a suggello del ringraziamento. 1,7 milioni di telespettatori, quasi l’11% di share, con un picco del 16%. Programma più social della giornata, con il record di 30 milioni di visualizzazioni video e 2 milioni di interazioni. Dati che risuonano come una vendetta elegante di Fabio Fazio, capace di portare in scena il suo Sanremo fuori dalla Rai. Non a caso, sui social, in molti hanno contrapposto il suo cast a quello di Carlo Conti per il nuovo e imminente Festival, già criticato per la sua debolezza strutturale, sia per i Big poco “Big” in gara, sia per una cantante come Laura Pausini, tanto popolare quanto divisiva, nel ruolo di valletta.
Il cast di Fazio, indubbiamente più forte, se da un lato fotografa il nucleo di affinità artistiche più strette tanto alla Vanoni quanto al conduttore — una sorta di intersezione di due cerchi che restituisce autenticità e partecipazione totale allo show — dall’altro ripropone ancora una volta il solito circoletto di artisti: amati, privilegiati, ben oliati dal sistema, ma privi di veri colpi di scena o di scelte realmente spiazzanti. Il consueto panorama musicale in versione “smart” — ovvero ristretto ai soliti noti — e tascabile, pronto a passare di mano in mano, da programma a programma.
Una crepa che avevo già evidenziato sulle mie pagine social Hit Non Hit in fase di presentazione del cast e della serata, e che si è inevitabilmente allargata con la ferita resa pubblica dall’assenza di un’artista come Grazia Di Michele: non solo amica di casa di Ornella, ma anche autrice che nella sua discografia è entrata davvero, cucendole addosso brani perfetti, come quelli per l’album Sheherazade del 1995, recentemente ristampato nella 30th Anniversary Edition.
È questo l’unico neo di cui dobbiamo farci carico — anche in memoria di Pippo Baudo, re e protettore dei grandi artisti e non dei discografici, dei manager e delle major. Baudo muoveva le forze in direzione opposta a quella odierna: erano le major a inseguire gli artisti, e non il contrario, senza mai svendere l’aspetto artistico della canzone in favore di un consumo stagionale e immediatamente sostituibile. Una lezione disattesa dai suoi successori, sia che si parli di Carlo Conti sia che si parli dello stesso Fabio Fazio.
Ed è anche per questo che auspichiamo un sequel, un Ornella senza fine 2, capace di rinnovare l’omaggio all’immortalità di questa diva sempre viva della nostra Canzone, di recuperare il recuperabile e di scoperchiare altra bellezza: invadente, necessaria, perturbante.
Ornella senza fine è uno speciale televisivo andato in onda domenica 18 gennaio, in prima serata sul NOVE e in streaming su discovery+, condotto da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto e dedicato, a poco meno di due mesi dalla sua scomparsa, alla leggendaria Ornella Vanoni: voce e anima della canzone italiana, capace di attraversare quasi settant’anni di storia senza mai perdere centralità.
La serata ha ripercorso una carriera unica — dalle canzoni della mala alla bossa nova, dal pop d’autore alle collaborazioni immortali — attraverso filmati d’archivio, aneddoti e performance dal vivo. Sono intervenuti anche Vincenzo Mollica, Filippa Lagerbäck, Mara Maionchi, che le ha fatto da addetta stampa per tre anni, i collaboratori Pacifico e Mario Lavezzi e i familiari di Ornella: il figlio Cristiano, nato nel 1962 dal matrimonio con l’impresario teatrale Lucio Ardenzi, e i nipoti Matteo e Camilla Ardenzi, insieme alla sua amatissima cagnolina Ondina, presenza affettiva e simbolica della serata.
Presente anche il sindaco di Milano, Beppe Sala, che ha inaugurato l’aiuola a lei dedicata — il minimo sindacale, come da lei richiesto — nel luogo più giusto possibile: di fronte al Piccolo Teatro Strehler, vera culla della sua formazione artistica. Un omaggio in marmo grigio non propriamente conforme al suo gusto snob-luxury. Personalmente l’avrei immaginato in un marmo più “matto” ma luminosissimo, bianco avorio o verde smeraldo, con una forma sferica o stellare, o ancora meglio ondulata, più vicina alla sua idea di eternità elegante e ironica, e a quella personalità mobile e imprevedibile che proiettava persino in Ondina.
Sul palco si sono alternati alcuni tra i più importanti interpreti della musica italiana: Gianni Morandi, Marco Mengoni, Elisa, Emma, Malika Ayane, Fiorella Mannoia, Loredana Bertè, Annalisa, Arisa, Noemi, Mahmood, Giuliano Sangiorgi, Francesco Gabbani e Diodato, insieme a Toquinho, presenza-chiave per restituire l’anima brasiliana dell’universo vanoniano, suggellato dall’album La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria, capolavoro senza tempo sospeso tra Brasile e canzone d’autore italiana.
La serata ha restituito al pop contemporaneo e ai nomi che oggi ne sono portavoce un’eleganza e una consistenza che, da anni, discografici e conduttori di punta della Rai e di Mediaset hanno progressivamente demolito, tra Amici e Sanremo, confinando la canzone in una leggerezza radiofonica, stagionale e spensierata. Se lo stesso cast avesse sfilato con brani inediti, non avremmo avuto né lo stesso effetto né lo stesso risultato, e probabilmente non avremmo letto Giorgia Sambruna arrampicarsi su aggettivi incensatori megagalattici, né l’avremmo immaginata buttarsi a terra a baciare i piedi di Fabio Fazio.
Vale la pena ricordare che i Sanremo realmente iconici di Fazio restano quelli del biennio 1999-2000, quando la direzione artistica era affidata a una commissione di esperti di livello extrastellare — da un premio Oscar come Luis Bacalov a un paroliere profondamente vanoniano come Sergio Bardotti — e non quelli che lo hanno visto direttore artistico in prima persona, del tutto sovrapponibili ai Festival ordinari e dimenticabili cui oggi siamo assuefatti.
Auspichiamo che questa serata serva da lezione a una Rai che non è ancora riuscita a costruire veri programmi di riconoscenza per due colonne della propria storia come Pippo Baudo e Raffaella Carrà, se non attraverso Techetechetè, il che è tutto dire. I rumor su un possibile rispolvero di Canzonissima, affidato a Milly Carlucci come contraltare ad Amici di Maria De Filippi, sembrano tentativi tardivi di riparare all’affondo di Fabio Fazio.
Milly Carlucci resta forse l’unica figura in grado di riportare equilibrio, competenza e visione agli antichi fasti Rai, anche se, nel dopo Conti, in fila prima di lei continuano a esserci colleghi uomini — anche novelli — come Stefano De Martino. Un’altra piaga culturale targata Rai, che ha visto perfino l’autocandidatura di Mina — e sottolineo Mina — come direttrice artistica cestinata e fatta passare sotto silenzio, perché avrebbe fatto crollare l’intero sistema-appalto della canzone.
Meglio allora un conduttore-dittatore uomo, che vuole tutto il pacchetto o niente, perfettamente integrato nel circoletto della canzone. Speriamo che questo circoletto venga presto chiuso a tripla mandata e che la chiave venga gettata al largo della città dei fiori.
«Ho amato anche più del necessario, ho fatto il dovuto e lo straordinario», ci ha ricordato Ornella prima della dipartita. Parole che hanno chiuso il programma e che indicano con chiarezza lo slancio da seguire. È proprio lo straordinario ciò che oggi dovremmo pretendere. Che ci venga restituito Sanremo, strappandolo ai discografici. Che ci venga restituita la possibilità di pensarlo come luogo di visione, di rischio e di profondità artistica, e non come mera amministrazione dell’esistente, affidata sempre agli stessi nomi, alle stesse logiche, allo stesso circoletto autoreferenziale.
Prossimamente: il sequiel della recensione a Ornella Vanoni, con le pagelle di tutte le esibizioni della serata
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