Ieri sera è andata in onda la seconda serata della 75esima edizione del Festival di Sanremo e sul palco sono saliti i giovani e parte dei big.
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Tolta l’emozione della scoperta della prima serata, già in questa seconda si sono presentati i limiti imposti dalla ripetitività. Per cui, di cosa vuoi parlare? Le canzoni le abbiamo conosciute e adesso non resta che metabolizzarne le felici altezze e le demoralizzanti cadute. Restano i pareri sugli interpreti, sugli abiti, su una Bianca Balti guerriera indomita, su un Frassica che giganteggia con il suo umorismo surreale e popolare, sul fantasanremo, una delle trovate più sceme mai partorita che ci accalora come accaloravano i nostri genitori i risultati della schedina del totocalcio. Io per primo ho formato due squadre, una delle quali ha raggiunto la trentasei millesima posizione senza capirne il motivo. Ma va bene così, è gratis, non costa fatica, non porta via tempo, si fa, ma un concorso, o quello che è, basato sui cantanti che partecipano a un festival musicale che prevede come unico, inossidabile, criterio, quello della scelta prima di qualsiasi esibizione, quindi, alla cieca, lo trovo ridicolo.
Ma Sanremo è anche questo e va preso così, pacchetto completo.
Giovani: a me sono piaciuti. Tutti. Non li riascolterò. Forse. Forse, sì. Non lo so, non è che mi abbiano fatto saltare sulla sedia (tranne Alex Wise, che ho apprezzato maggiormente), ma li ho trovati così spontanei, tranquilli, bravi pur con brani non originalissimi, che mi ha fatto piacere ascoltarli. Le loro canzoni non fanno a gara a somigliarsi, non sono scritte da cooperative di autori, non sembrano quelle di Elodie, di Annalisa, di Clara, della Amoroso, non inseguono l’ultima moda, non sono trap, rap, Urban, ma semplicemente pop e anche solo per questo motivo, le benedico. Mi hanno ricordato, pur nella misera scelta regolamentata dell’eliminazione diretta, le categorie giovani del passato.
No, la scelta dell’eliminazione diretta la trovo sciocca e inutile. Ma come, proprio nei confronti dei giovani, che avrebbero maggiormente bisogno di farsi ascoltare, di entrare in empatia, di trovare il proprio pubblico, applichi un meccanismo così netto? Ma dovrebbe avvenire il contrario, dovrebbero essere i big, o i presunti tali, a essere buttati fuori a calci in culo ogni volta che non mantengono le promesse. Loro che hanno una solida fan base, che hanno l’appoggio di produttori, uffici stampa e media. Oppure no, meglio ancora, non eliminiamo nessuno e torniamo alla gara, vera, anche per i giovani. Lasciamoli esibire tra un campione e l’atro come si faceva un tempo. La formula attuale non è rispettosa e, alla fine, non lascia un buon sapore in bocca.
Damiano: mi dispiace, gli impegni di lavoro non mi hanno permesso di seguire tutta la serata, per cui il mio giudizio è parziale, ma la sua versione di “felicità” l’ho trovata bella, anche se massacrata da quelli che sono questi tempi sguaiati, urlati, dettati dalla misura piuttosto che dal gusto. Sì, la seconda parte della canzone l’ha urlata e io le urla non le sopporto più (sì, lo so, sto invecchiando male), ma la forza delle parole di Dalla mi è arrivata, la canzone ha bucato lo schermo e è volata altissima, tanto da lasciare un vuoto intorno a sé quando è finita e siamo, tutti, tornati alla realtà del festival.
Sulle canzoni in gara calo il velo, preferisco non approfondire, per ora, quanto ho già espresso ieri. Mi riserbo soltanto di constatare quanto, già al secondo ascolto, le linee inizino a prendere forme più chiare e ciò che soltanto sembrava diventi sostanza e certezza. Alcune canzoni, tutte più o meno mediocri (scusatemi, non trovo un altro termine), crescono, altre calano, come quella di Elodie, che avevo apprezzato (forse per i richiami alle melodie anni settanta) e adesso sto già iniziando a dimenticare.
Stabile, perlomeno tra i brani ascoltati ieri sera, resta soltanto “volevo essere un duro” su cui mi prendo la responsabilità di scrivere due righe in più.
Noto con piacere che la calata di Lucio Corsi, arrivata in quota cantautore strano, un po’ come avvenne per Truppi, sta destando stupore e qualcuno, oltre me e qualche altro iniziato, torna a drizzare le orecchie sulla canzone d’autore (con tutto ciò che questo termine si voglia significare). Cioè, in mezzo a quintali di Urban, di autotune, di canzoni tutte uguali, si fa notare un ragazzetto smagrito e dallo sguardo pulito come quello dei bambini che canta la realtà, la sua, che poi è la nostra e lo fa con un pianoforte e una chitarra, come si faceva una volta. Boh, verrebbe voglia di ergergli una statua nella piazza principale del paese, di dargli le chiavi della città, di leggerlo portavoce della cultura, ma sono solo canzonette, non ci emozionano troppo. Resta il fatto che Corsi si fa notare, è strano, eclettico, ma anche preparato e tende a non strafare. Arriva con il suo bagaglio di cultura musicale, di giornate passate in casa a ascoltare la musica e ce lo sbatte in faccia senza farcelo pesare, con semplicità, come se fosse un ragazzino che fa ascoltare agli amici che ha scoperto un gruppo incredibile, da mangiarsi le mani, da strapparsi i capelli, che si chiama Pink Floyd. Ecco, lunga vita a Corsi e due grandi auguri, che non cambi mai e non resti una cometa nella musica popolare, due auguri pesanti come macigni me ne rendo conto, dettati dalla fame di un cambiamento che dà troppo tempo tarda ad arrivare e che lui, con la sua figura fragile e potente nello stesso tempo, potrebbe portare
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