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Sanremo: Impegno si, impegno no – Alcune canzoni che hanno segnato la storia del Festival di Sanremo

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Tra arte, politica e costume, ecco alcune delle canzoni che hanno segnato la storia del Festival di Sanremo.

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Più che di testi impegnati, quest’anno, possiamo parlare di brevi accenni a tematiche tragiche e toccanti come le guerre e l’immigrazione.

Ormai siamo talmente immersi nel “politicamente corretto” e nel timore di esprimere apertamente ciò che pensiamo, che pochi osano prendere posizione e spingersi oltre la frasetta a sfondo sociale, visto che ogni piccolo frammento lanciato da un palcoscenico (reale o virtuale) viene scannerizzato dai social, vagliato dal tritacarne dei media e dei tanti  leoni da tastiera pronti a commentare ed eventualmente insultare chi la pensa in modo diverso da loro. In un’epoca di declino, superficialità e ineluttabile involuzione umana chiunque, dal basso del suo nulla, si ritiene in diritto di dire la sua.

Quindi, se nell’edizione 2024 del Festival possono sembrare politicizzate e addirittura “rivoluzionarie” le frasi scarne contenute nelle canzoni di Ghali e Dargen D’Amico, c’è da chiedersi come siamo arrivati fino a qui e quante canzoni a tema sociale abbiano fatto la loro comparsa nella storia del Festival della canzone italiana lasciando un segno indelebile o cambiando per sempre la percezione degli italiani rispetto a determinate tematiche.

Prima tra tutte ricordiamo Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, del Sanremo 1966. Brano a tema ecologico e di forte denuncia sulla cementificazione selvaggia di cui ai tempi non si parlava granché nonostante il boom edilizio di quel periodo. Una cementificazione, quella degli anni ’60 e ’70, che ha portato a inserire nel vocabolario italiano il termine “rapallizzazione”, riferito alla città ligure di Rapallo urbanizzata oltre il possibile e sinonimo di stravolgimento, a fini speculativi, dell’assetto edilizio e urbanistico dei piccoli centri urbani in spregio a ogni criterio di pianificazione e alla tutela dei valori paesaggistici. Gradevole nel ritmo e amara nel contenuto, Il ragazzo della via Gluck fa ormai parte della storia della musica pop italiana.

Nel 1981 Alice porta sul palco Per Elisa, testo di Battiato, canzone che solo apparentemente parla di un tradimento. In realtà tocca un tema profondo: la tragedia dell’eroina e la disfatta di una generazione che la droga ha reso inerme. Tra smentite e conferme la stessa Alice, anni dopo, racconterà che tante persone le scrissero per ringraziarla di aver dato voce alle loro angosce.

Nel 1983 Vasco Rossi, con Vita Spericolata, commuove ed emoziona con uno spaccato della società italiana del periodo. Ed ecco che la concezione filosofica secondo cui il piacere è il bene sommo dell’uomo, e il suo conseguimento è il fine esclusivo della vita, diventa bandiera di una generazione avvinghiata su se stessa, poco interessata a lottare per un futuro migliore e affascinata dalla formula esistenziale del vivere spericolatamente, del tirar tardi, del bere whisky: Ognuno col suo viaggio (…) Ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi. Vasco arriva penultimo ma la canzone diventa il manifesto di una generazione che, col senno di poi, non ha dato grande lustro a un paese dove l’individualismo, declinato nella formula dell’anteporre il proprio benessere a svantaggio della collettività, ha permeato e permea ogni settore.

Nel 1988 arriva sul palco dell’Ariston L’amore rubato di Luca Barbarossa, storia tragica di uno stupro. Tema che, 35 anni dopo, continua a riempire le nostre cronache.

E adesso muoviti, fammi godere
se non ti piace puoi anche gridare
tanto nessuno potrà sentire
tanto nessuno ti potrà salvare (…)

Una canzone che Barbarossa ha scritto con tatto e delicatezza, classificandosi terzo e ricevendo i complimenti di Franca Rame, attrice e moglie di Dario Fo, donna che uno stupro l’aveva subito per davvero e ne aveva fatto un tragico e doloroso monologo teatrale. Era il 9 Marzo 1973, quando Rame venne rapita da cinque dichiarati neofascisti che la fecero salire a forza su un furgoncino e a turno la seviziarono e la stuprarono con l’intenzione di punirla per le sue idee politiche.

Nel 1992 Italia d’oro di Pierangelo Bertoli squarcia il velo dell’indifferenza rispetto alla corruzione della politica e della mafia parlando di tangenti, bombe, boss. Una ballata di forte denuncia che anticipava tangentopoli e le stragi di mafia. La canzone arriverà quarta con queste parole:

Italia d’oro, frutto del lavoro, cinta dall’alloro
Trovati una scusa tu, se lo puoi
Italia nera, sotto la bandiera vecchia vivandiera, te ne sbatti di noi
Mangiati quel che vuoi, fin quando lo potrai
Tanto non paghi mai (…)

Nel 1996, Elio e le storie tese con La terra dei cachi, si aggiudicano un prestigioso secondo posto e il premio della critica raccontando con la loro ineguagliabile ironia i macro difetti del Bel Paese tra stragi di mafia, malasanità e abusivismo.

Nel 1996, a fare scandalo, fu Sulla porta di Federico Salvatore, cabarettista napoletano noto grazie al Costanzo Show. Salvatore si presentò con un brano che, in un’epoca non proprio LGBTQ+ friendly, sollevava il tema dei pregiudizi nei confronti dell’omosessualità. La canzone parla di un ragazzo che dice addio alla madre, rivelandole di avere intenzione di andare a vivere con un uomo. Affrontando l’incomprensione della donna, il testo è un inno al coraggio di essere se stessi.

Nelle settimane che precedettero quell’edizione del Festival, ci furono molte polemiche. La notizia che all’Ariston ci sarebbe stata una canzone sull’omosessualità e che a cantarla sarebbe stato un comico, indignò conservatori e progressisti. Il testo di Sulla Porta venne inoltre sottoposto a censura dai dirigenti Rai e fu necessario eliminare la parola omosessuale dalla canzone. Nella versione portata all’Ariston la frase “sono un diverso mamma, sono un omosessuale” divenne “sono diverso mamma e questo ti fa male”. Tuttavia, in finale, l’autore cantò la versione originale.

Sanremo 2009, con gli Afterhours, ci offre Il paese è reale, canzone che dopo tanto individualismo invitava a un rinnovato impegno politico e civile:

Se ti han detto resta a casa
Vola basso non scocciare
Se disprezzi puoi comprare
Se vale tutto niente vale
Se non sai più se sei un uomo
Se hai paura di sbagliare
Se hai solo voglia di pensare
Che fra poco è primavera
Adesso fa qualcosa che serva
Che è anche per te se il tuo paese è una merda
(…)

Nel 2012 arriva Emma con Non è l’inferno, brano che racconta l’Italia immiserita dalla crisi economica. La canzone vince il Festival e com’era avvenuto per il Ragazzo della Via Gluck, si rinnova il perduto sodalizio tra pubblico e messaggio politico anche se la canzone non è rimasta nel repertorio cult del nostro paese.

Nel 2016, Blu di Irene Fornaciari parlava di sogni e immigrazione. Le prime speculazioni politiche sull’argomento si facevano sentire e il testo si focalizzava su una tragedia che in tanti fingevano di non vedere, quasi un’istantanea di quello che sarebbe accaduto da lì a poco:

C’è un bambino sulla spiaggia
Lasciato dal blu
E una donna in riva al mare
Mentre il sole va giù
Che con la mano saluta
I sogni che passano
E lascia una scia
Che non va più via nell’alta marea (…) 

Nel 2018 è la volta di Una vita in vacanza di Lo Stato Sociale.

Se gli anni ‘60 erano stati segnati da Il ragazzo della via Gluck e gli ‘80 da Vita spericolata di Vasco, ecco arrivare l’emblema del disincanto scanzonato che tanto conquista gli italiani. Il brano si classifica al secondo posto e si aggiudica il Premio della Sala Stampa.

Dopo cinque anni di musica senza pretese ma con l’auspicato e definitivo sdoganamento di una relazione sentimentale omosessuale grazie a Brividi cantata da Mahmood e Blanco nel 2022, siamo arrivati alla 74° edizione del Festival per ritrovare con D’Amico e Ghali due canzoni che, sia pure con brevi accenni, cercano di prendere posizione su temi come la guerra e l’immigrazione.

Dargen D’amico, con Onda Alta, propone una canzonetta dance e un messaggio:

Nel Mar Mediterraneo ci sono bambini sotto le bombe, senza acqua, senza cibo. In questo momento il nostro silenzio è corresponsabilità. La storia, Dio, non accettano la scena muta: cessate il fuoco”.

E poi arriva Ghali, rapper che non dimentica le origini magrebine e chi, ogni giorno, rischia di morire in mare pur di arrivare in Europa. Per questo, tra l’altro, nel 2022 ha donato una barca a Mediterranean Rescue, Ong che si occupa di salvare i migranti.

Sul palco del Festival, elegantemente vestito di lustrini di varia foggia e colore, Ghali ha portato la canzone Casa mia che parla di radici e identità. Il testo ha inoltre chiari riferimenti alla situazione mediorientale e alla colpevole indifferenza rispetto a ciò che accade nel mondo:

Ma, come fate a dire che qui è tutto normale
Per tracciare un confine
Con linee immaginarie bombardate un ospedale
Per un pezzo di terra o per un pezzo di pane
Non c’è mai pace (…)

Dopo la prima esibizione, la comunità ebraica di Milano ha attaccato pesantemente i rapper. E Ghali, sui suoi canali social, ha così replicato:

Sto leggendo in rete appelli, commenti, rispetto al testo della mia canzone. Sono venuto a Sanremo per portare un messaggio, non ho né il ruolo né l’ambizione di risolvere una questione internazionale. Ma se la mia esibizione porta a ragionare sull’irragionabile, se la mia canzone porta luce su quello che si finge di non vedere allora ben venga. Non si può andare oltre. È necessario prendere una posizione, perché il silenzio non suoni come un assenso.”

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