8.8 C
Milano
sabato, Aprile 20, 2024

Ultimi post

L’ORRORE DEL POP GLOBALE ANCHE A SANREMO

Voto Utenti
[Total: 3 Average: 4.7]

Forse grazie all’Intelligenza artificiale si potrebbe far recitare ancora Marlon Brando in una scena inedita di Apocalypse Now. Ricordate il suo monologo sull’orrore? Si potrebbe attualizzarlo descrivendo Sanremo, non la città che è molto gradevole, esclusa una settimana all’anno, ma il Festival.

.
Mi immagino il divino Brando artificiale che commenta davanti al televisore, il balletto del terzetto Travolta. Ma questa è satira, per cui non scandalizzatevi per così poco, del resto anche Fiorello che ha recitato nel film “Il talento di Mr Riplay”, ha ammesso che la performance è stata terrificante.

L’orrore però ha un significato più esteso. Cioè il dominio della canzonetta pop sulla musica che sembra sparita dalle tv e dalle radio italiane, a parte qualche nobile eccezione.

Diciamolo una volta per tutte: Il Pop domina incontrastato. E non è neanche tutta colpa del Festival, quanto di tutto l’insieme dei media che sostiene il rumore di fondo del pop contemporaneo, a discapito della Musica con la M maiuscola e della cultura in generale.
Nei maggiori broadcast italiani abbiamo visto nei palinsesti i docufilm dedicati a Illary Blasi e a Chiara Ferragni, a Francesco Totti (che pure ci sta, dato è che considerato l’ottavo re di Roma), a Laura Pausini e a Raffaella Carrà. Icone pop nazionalpopolari.  Insomma, di tutto un pop. Tutti i dirigenti televisivi sostengono che questi prodotti sono quelli che il pubblico apprezza e che corrispondono perfettamente alla cultura popolare, senza riflettere su un piccolo particolare: la gente consuma solo ciò che gli viene propinato.

Ora, se riflettiamo sul concetto di musica popolare o cultura popolare in generale, è necessario fare una sottile distinzione. Letteralmente per “cultura popolare” si intende quell’insieme di linguaggi, fenomeni e rappresentazioni, nate e prodotte dalla gente, che poi sono divenuti anche prodotti industriali e merce di consumo, ma solo in seguito. Senza scomodare il blues, il jazz o il gospel statunitense, in Italia per musica popolare, possiamo intendere fenomeni come il liscio, le canzoni di protesta o della Resistenza, gli inni religiosi, la canzone dialettale, i balli locali e regionali, i cantastorie, le ninne nanne o le filastrocche per i bambini.

Canzoni e musiche nate dal e “dentro” al popolo, molte delle quali scritte da anonimi autori e di dominio pubblico (“Bella Ciao” o “L’Uva fogarina” tanto per citare due esempi).

Canzoni e musiche che poi sono divenute ulteriormente popolari quando in seguito sono divenute prodotti, dischi, spartiti, sigle radiofoniche, oggetti di consumo.

Canzoni nate nei luoghi di lavoro, nelle feste popolari, nelle chiese, nelle strade. Con lo sviluppo della civiltà industriale e digitale, il termine popolare si è trasformato idealmente nel termine POP, che raffigura una cultura prettamente industriale, costruita da fabbriche che creano prodotti per l’entertainment popolare, nati nelle aziende discografiche, nelle radio e nelle televisioni, nell’industria della moda e nell’editoria in generale. Prodotti creati industrialmente che diventano popolari in quanto destinate solo al consumo di massa.

Tra questi due mondi (popolare e pop), in parte paralleli ma in gran parte contrapposti, c’è una notevole e importante differenza da sottolineare. L’industrializzazione delle merci globali che consumiamo ogni giorno, quanta aderenza hanno con la cultura popolare di un singolo Paese? Poco o nulla se non per un fatto tipicamente commerciale.

Prendiamo ad esempio la televisione. Per format popolare oggi si intente un format trasmesso da tutti i broadcast a livello globale. La maggior parte dei format che vediamo in tv sono format prodotti da multinazionali estere. Sono ideate negli Stati Uniti, in Israele, in Olanda, nel Regno Unito, in Australia, persino in Corea o nelle Filippine, quali ad esempio Il Grande Fratello, Master Chef, Il Cantante Mascherato, X Factor, Got Talent, i quiz e persino i talk show. Nella tv italiana o in RAI, esistono ancora autori come Renzo Arbore, Umberto Simonetta, Gianni Boncompagni, Marcello Marchesi? No.

Non esistono più, né si vogliono creare i loro possibili eredi. Il talento autorale italiano si è ridotto al ruolo del traduttore di format esteri, limitato all’ingegno di altri. Ciò comporta non solo l’azzeramento dell’ingegno e della cultura nazionale, ma anche un problema squisitamente economico.

Se in un mercato globale, un’azienda televisiva italiana importa solamente format della concorrenza ma non esporta i suoi perché non li produce quasi più, essa può continuare a esistere solo con il canone, l’abbonamento e la pubblicità. E come sappiamo bene alle maggiori aziende la cultura non interessa perché i loro prodotti sono rivolti alla massa, secondo la logica che più estranea è alla qualità, più consuma e si allinea alla bassa qualità.

Il fenomeno della globalizzazione incontrollata, si adatta perfettamente alla musica o per meglio dire alla canzone. Quanto c’è di italiano nel Festival di Sanremo che storicamente viene conosciuto come il festival della canzone italiana? Poco o nulla. Si potrebbe semplificare riconoscendolo come un festival pop in cui si canta solo in lingua italiana.

Non esiste una cultura identitaria nazionale, si scopiazzano gli stili e le mode d’ Oltreoceano.  La totalità dell’hip hop o della trap nazionale è italiana o è la traduzione dell’hip pop e della trap americana cantato in italiano? Il tutto si giustifica con il fatto che si vive in un mercato globale per cui l’identità nazionale serve a ben poco.

Qualcosa di simile a proposito della colonizzazione e la globalizzazione culturale e dell’entertainment, l’ha detto chiaramente Teresa Mannino in sala stampa all’Ariston, sia nel suo monologo sul palco:

“L’uomo ricco, bianco e occidentale pensa che gli altri siano a sua disposizione”.

Noi bianchi e occidentali siamo, ricchi molto meno, anzi, non essendo più un riferimento culturale preciso per il resto del mondo, abbiamo il debito pubblico più alto in Occidente. Assistiamo quindi all’orrore sanremese con piacere, gioco e con irritazione, ma la sostanza non cambia. Ci facciamo sempre riconoscere per quello che siamo, mettendo in ridicolo non solo noi stessi, ma anche una star di Hollywood, agli occhi del mondo. E’ questo il made in Italy? L’orrore del pop globale? Che l’intelligenza artificiale possa salvarci, visto che la nostra si sta perdendo.

Facebook Comments

Latest Posts

I piu' letti

Resta in contatto

Per essere aggiornato con tutte le ultime notizie, offerte e annunci speciali.