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lunedì, Giugno 24, 2024

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Tutte le “quote” di questo Sanremo e l’equilibrismo di Amadeus

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Si è conclusa la 73^ edizione del Festival di Sanremo con la finale che ha visto come vincitore Marco Mengoni davanti a Lazza e Mr. Rain.

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La quarta edizione del Festival di Amadeus si è rivelata all’altezza delle aspettative e degli ascolti Rai. Come il direttore artistico ben sa, il popolo italiano ragiona per schemi quindi per accontentare tutti bisogna puntare sulle quote: la quota rosa, la quota gay, la quota trasgressiva, la quota giovani, la quota sexy, la quota nostalgia e via così in un mix che se funziona per i vertici Rai, a mio parere risulta meno convincete per il pubblico a casa che è come se vedesse scorrere le figurine di una narrazione lunghissima, spesso pesante e precostituita.

sanremo

Il problema è che a parte le “divinità” quali Marco Mengoni che ha meritatamente vinto il Festival con una canzone bella e decisamente sanremese, il piattume quest’anno è stato dilagante. Rosa Chemical “quota trasgressione“ con la gradevole canzoncina inneggiante il sesso, mi è sembrato un po’ la copia sbiadita di un Renato Zero che dalla sua aveva talento ed ironia, e un po’ Malgioglio 2.0.

La quota “sexy“, portata con consapevolezza e indubbia bellezza da Elodie, che con la hot cover di American Woman ha fatto sognare molti secondo il preciso progetto, da tempo messo in atto, di diventare una sorta di Beyoncè italiana, con la canzone Due non lascerà traccia nella storia del Festival anche se è già meglio di Bagno a Mezzanotte con “uno due tre alza”.

Per quanto riguarda i giovani – che in mezzo a tutti gli altri non si sa bene chi siano e che storia abbiano – il vuoto pneumatico l’ha fatto da padrone ad eccezione di Mr Rain che con i bimbi sul palco ha vinto un po’ il terno al Lotto e un po’ lo Zecchino d’Oro. Tutti ci commuoviamo di fronte ad un coro di splendidi bambini e tra una lacrimuccia e l’altra ci dimentichiamo che: “gli uomini hanno un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati” è una splendida frase presa a prestito da don Tonino Bello, il vescovo scrittore di Molfetta.

La quota “femminista” se l’è aggiudicata Madame che a me continua a non convincere per una scelta stilistica notevolmente artefatta, per la dizione scadente e per questo suo continuo strizzare l’occhio alle sonorità del magreb così come Mahmood e altri dopo di lui.

La quota “ragazzo tormentato” è toccata a Ultimo di cui fatico a comprendere il successo ma se piace così tanto a mamme e ragazzine un motivo ci sarà. Il duetto con Eros Ramazzotti è stato divertente ma come è accaduto per Tananai con Antonacci, l’ospite si è letteralmente mangiato il cantante in gara. A proposito di Antonacci, filo di voce ma stile da vendere.

 

ANSA/ETTORE FERRARI

Tornando a Tananai penso che abbia gareggiato con una canzone delicata che ha sfiorato il tema della guerra pur senza voler essere impegnata. Un testo e una melodia che gli hanno fatto raggiungere il quinto posto con la quota romantica che condivide con Leo Gasmann. Aggiungo che quest’anno è finalmente riuscito a cantare senza stonare troppo. Non avrei mai pensato di poter dire: mi è piaciuto ma è giusto ricredersi. Ovviamente dizione a parte.

A proposito: ma secondo voi perché lui, gli Artiolo 31 e Fedez, i Modà non fanno un bel corso di dizione così la finiscono di farci sentire random vocali aperte o chiuse?

La quota “come eravamo” va agli Articolo 31 con una canzone sincera ma furbetta, a Paola e Chiara, arrivate sul palco di Sanremo direttamente dagli anni ‘90, ai Cugini di Campagna e a Mara Sattei che pur essendo giovane sa di antico.

La quota “sono qui ma me lo dimentico” la assegnerei tutta a Grignani, perennemente in bilico tra buona volontà e disavventura. Comunque sia a Gianluca, per la sua storia e i suoi abissi, non si può che non volere bene. Lo ha dimostrato Arisa durante il duetto, dove ha fatto la parte della badante, canora e non solo.

La quota “coppia in psicanalisi” la assegno ai Coma Cose. Canzone senza infamia e senza lode la cui cifra è sempre definita dalla voce adolescenziale di California che mi ricorda la nenia dei bimbi quando fanno la conta per nascondino.

La quota “talento” la lascerei a Mengoni e in subordine a Giorgia che hanno una dizione perfetta (evviva!) ed eccellenti abilità canore.

Una menzione speciale la meritano Giorgia ed Elisa nel magistrale duetto coi loro successi sanremesi. A loro assegnerei la quota “complicità”. Due donne che comunicano con lo sguardo, si sorridono e si lasciano avvolgere dalle musica senza troppe sovrastrutture e camuffamenti sono state il regalo più bello di questa edizione del Festival.

La quota “sfigati che poi ce la fanno” penso vada d’ufficio a Colapesce e Dimartino che si ostinano a cantare senza saperlo fare ma per una strana alchimia con il pubblico alla fine piacciono. La sala stampa gli ha anche assegnato il premio della critica Mia Martini, quindi chapeau!

 

Crediti GettyImages

Anna Oxa, signora della canzone italiana e titolare di mode e outfit sempre innovativi, ha gareggiato con una canzone il cui testo si capiva poco, un po’ perché con lei è sempre stato così, visto che quando sale di tono i suoni si impastano e l’articolazione si perde, un po’ perché oggi, forse, nonostante la grinta, ha perso un po’ dell’antico smalto.

La quota “tormento esistenziale” la assegnerei a Levante che ha portato un testo sofferto sulla sua depressione post parto, che è risultato estremamente convincente data l’oggettiva evanescenza di un corpo che ne ha raccontato il disagio più di mille parole.

 

Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli/Getty Images

Quota “tormentoni” vinta in assoluto dai Colla Zio, canzonetta allegrotta che ci perseguiterà per mesi insieme a quella di Madame.

In conclusione, Sanremo è Sanremo ed è talmente pensato per soddisfare, a suon di quote, ogni fascia di popolazione da riuscire a piacere a tutti. Non credo che più coraggio, migliore musica, migliori testi farebbero poi una grande differenza, anche se li apprezzerei molto.
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Amadeus ha capito cosa vogliono gli italiani e offre il becchime giusto per ogni recinto. Credo che dovrebbe entrare in politica visto che riesce a fare ciò che altri non fanno: conciliare l’inconciliabile con una buona dose di eleganza e solo apparente faciloneria. Sanremo è lo specchio di un paese dove tutto viene mangiato, masticato e digerito senza battere ciglio. Il dissenso, l’insulto, l’arroganza, persino la guerra fanno parte dell’ingranaggio perché “the show must go on”, non importa come.

La lettera di Zelensky, letta alle 2.15 di notte, così come il ricordo delle Foibe, Benigni con la Costituzione e Mattarella ospite in sala, sono state la quota “festival impegnato”. Una delle tante bandierine che oltre alla musica ci hanno raccontato una volta di più chi siamo: un’Italia frammentata che nemmeno più Sanremo riesce a unire sotto il grande focolare della tv e dove il vero mantra è e sempre sarà Mollami di Guè. 

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