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mercoledì, Febbraio 1, 2023

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Esiste ancora la musica underground?

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Nel 1961 Marcel Duchamp in una conferenza a Filadelfia dichiarò che l’arte doveva andare sottoterra: “Will go underground” disse, dando vita al termine underground. Ma il termine inglese underground (sottosuolo) divenne noto solo agli inizi degli anni cinquanta negli USA grazie alla nascita e allo sviluppo della Beat Generation.

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Per cultura underground si intende una forte connessione di tutte quelle espressioni artistiche, letterarie e musicali, che si pongono in antitesi e in alternativa alla cultura di massa prodotta dal sistema industriale. Negli anni sessanta e settanta la cultura underground contagiò le giovani generazioni di allora fino a divenire un “mercato” culturale parallelo.

Nacquero così la stampa alternativa, le nuove case editrici, le etichette discografiche indipendenti e quel circuito di media alternativi che partivano dalle fanzine universitarie fino alle radio libere. Cambiarono così i linguaggi, gli stili di vita, le mode, i modi e i consumi. La musica fu l’epicentro della cultura underground, la rappresentazione ideale dello spirito estremo, della creatività e della sperimentazione di un’intera generazione.

Nato nei paesi di cultura anglosassone, il “movimento” underground arrivò in Italia con comprensibile ritardo, ma l’avvento fu immediato e inarrestabile. I discografici italiani, fautori della musica leggera degli anni sessanta, furono sorpresi e in parte travolti da quella rivoluzione. Non capivano nulla di musica prog, del nuovo rock, della psichedelia e della musica elettronica, ma i più lungimiranti come Nanni Ricordi e Gianni Sassi, capirono che quella musica rappresentava la colonna sonora di un pubblico numeroso e appassionato.

Così cambiò tutto, persino la struttura stessa delle canzoni come la produzione delle stesse, le sonorità e la durata. I brani iniziavano con lunghe introduzioni musicali o addirittura con parlati e sonorità d’ambiente. Alcuni album contenevano una intera suite per facciata come nei dischi dei Tangerine Dream o dei Pink Floyd.

In Italia uno dei primi sperimentatori della musica underground fu un certo Franco Battiato. I suoi primi album come “Fetus” e “Pollution” furono a lungo incompresi dai discografici e dal pubblico popolare, ma dopo più di mezzo secolo sono considerati ancora oggi le pietre miliari dell’underground italiano.

Anche la cosiddetta “canzone di protesta”, di lotta e militante, ne fu condizionata. Sparivano i giri di do, i tempi in ¾, diminuivano le chitarre acustiche e si dava spazio ai suoni elettrici ed elettronici.

E questo è il passato. Ma che cos’è rimasto oggi della musica underground?

Sicuramente esiste ancora, ma è differente dall’underground di ieri, anche se qualche similitudine concettuale è presente. Ad esempio la tanta vituperata techno nelle sue infinite declinazioni, soprattutto nella scena trance, consente infinite possibilità di sperimentazioni. La musica che si diffonde nei rave party, ad esempio, è una musica totalmente improvvisata dai deejay. Nasce all’istante e spesso non è nemmeno riproducibile. Si basa e si sviluppa al momento, secondo l’atmosfera che si crea tra il pubblico.

Tutto è sperimentazione e anni luce dal mainstream, comprese le caratteristiche legali del diritto d’autore, dei borderò SIAE che non vengono nemmeno compilati e di qualsiasi business commerciale collegato. Il deejay sale sul palco e non si sa cosa fa nel suo set e quando finirà. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.  Tutta la liturgia dei concerti classici con le star, le hit, i bis, le scalette dei pezzi, le dediche, etc viene assolutamente stravolta. E’ pura performance individuale e collettiva.

E’ uno scenario che possiamo benissimo integrare nella musica e nella cultura underground perché nasce e si sviluppa in ambienti appositamente occupati e dismessi, per farli rivivere per una notte o per tre giorni, e dimostrare come questi edifici non debbano più essere considerati come “cattedrali” nel deserto urbano.

Non è affatto dissimile dai festival pop degli anni settanta organizzati da Re Nudo, in cui quasi sempre i Comuni non davano l’autorizzazione né i servizi come acqua ed elettricità e non c’era nessun finanziamento pubblico, né biglietti da vendere punzonati alla Siae.

Erano fenomeni di aggregazione giovanile spontanea che si promuovevano con il passa parola, con le fanzine e le riviste underground senza affissioni, manifesti, pubblicità tradizionale. L’organizzazione allora, come nei rave party di oggi, era spesso carente, senza servizi igienici e con distribuzione alimentare provvisoria, ma nonostante tutto era in grado di aggregare migliaia di giovani dai quartieri periferici della città.

Allora si chiamava sottoproletariato giovanile, oggi non ha un termine preciso, ma nei rave partecipa un pubblico variegato formato da giovani disoccupati, appartenenti ai centri sociali, stagisti, studenti, lavoratori precari, pacifisti, bikers, skaters, artisti di urban art.

Una tribù urbana dimenticata dalle istituzioni che le ha negato il territorio, il presente e il futuro. I rave oggi sono l’unica forma di aggregazione giovanile e in questo senso sono attività che appartengono ancora alla cultura underground, quella che nasce nei quartieri periferici, nella strada, nei luoghi dismessi e dimenticati.

Lo scenario è stato descritto e analizzato mirabilmente nel saggio: “Dallo sciamano al raver” scritto da Georges Lapassade, professore emerito di Etnografia e Scienze dell’Educazione presso l’Università di Parigi VIII, uno dei primi studiosi dello sviluppo del rap in Francia e in Italia. Il saggio, descritto come un’opera di “antropologia della trance o trance”, connette la genealogia delle varie entità della transe delle società primitive fino alle attuali forme di transe metropolitane.

Il rave è per Lapassade è fondato sull’iperstimolazione: non più la solitudine ma il gruppo, la folla, le migliaia di partecipanti. Non più il silenzio, ma la techno ad altà intesità sonora. Non più l’immobilità della meditazione di tipo orientale, ma il movimento e la danza. Sono gli stessi concetti e principi della storica cultura musicale underground che oggi, negli anni 2000, gode ancora di una fortissima linfa vitale. L’underground è ancora vivo.

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