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mercoledì, Febbraio 1, 2023

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AMBIENTALISMO E MUSICA: DA WOODSTOCK IN POI,UN MARE DI RIFIUTI LIVE

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Henry Stanford Diltz è stato il fotografo ufficiale di innumerevoli festival storici: Monterey Pop Festival, Miami Pop Festival e soprattutto il mitico Woodstock. Vive in California in North Hollywood e dispone di un archivio personale di 800mila fotografie.

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Nel libro “Woodstock” di Michael Lang, in Italia edito da Arcana editrice, Diltz ha rilasciato numerose impietose testimonianze su Woodstock:

“Vidi un mare di spazzatura infangata, Sacchetti pieni di cibo, vestiti fradici di pioggia e inzaccherati disseminati qua e là come cadaveri. Avete presente le vecchie foto che ritraggono campi di battaglia con corpi di cavalli gonfi, palle da cannone e soldati morti che giacciono al suolo? Lo spettacolo ci si avvicinava molto”.

Da un punto di vista ambientale il festival di Woodstock è stato un disastro senza precedenti. La maggior parte di 500mila persone, ma la stima è un difetto perché Lang ne conta almeno 700mila, abbandonarono nell’ intera area del Festival migliaia di sacchi a pelo e capi di vestiario oltre a rifiuti alimentari, bottiglie e lattine. Uno degli organizzatori, Mel Lawrence racconta che ricevette centinaia di telefonate da agricoltori che volevano farsi ripulire terreni distanti anche 30 chilometri dall’area del festival. Lo stesso Michael Lang scrive:

“Lunedì 18 agosto scorgo qualcosa nella conca, davanti al palco, un gigantesco segno della pace fatto di rifiuti, scarpe, coperte, lattine, bottiglie, giornali, t-shirt, sacchi  a pelo e bucce di anguria. Opera dei ragazzi che hanno contribuito a ripulire il sito, simbolo di ciò che pensiamo di lasciare in eredità alle generazioni successive”.

La previsione di Lang nei decenni successivi si è trasformata in una triste realtà. La guerre ci sono ancora e l’inquinamento nel pianeta è inarrestabile. Certo la maggiore responsabilità non si può attribuire alla musica dal vivo, ma è un dato di fatto che i megaraduni pop-rock creano danni all’ambiente.

Qualcuno ha provato a stilare una sorta di decalogo per concerti a impatto ambientale zero ma con effetti davvero risibili o inadeguati che qui riporto integralmente:

Selezionare un luogo ben servito dai trasporti pubblici, in modo da rendere inutile o poco conveniente l’uso dell’auto privata, sia per il pubblico, che per gli artisti.

Per gli eventi notturni, evitare l’uso eccessivo di luci ed effetti speciali, consumano tanta energia! Per alimentare il sistema audio, luci e video impiegare pannelli fotovoltaici; Azzerare le emissioni di CO2 attraverso i certificati di produzione rinnovabile (RECS – Renewable Energy Certificate System). Utilizzare, se possibile, gli impianti a led e gli amplificatori digitali e – in caso di gruppi elettrogeni convenzionali – alimentarli con il biodiesel ( no combustibili fossili); Per la pubblicità dell’evento, meglio preferire flyer elettronici o almeno stampati su carta riciclata. Incentivare la raccolta differenziata dei rifiuti (carta, vetro, plastica, alluminio e umido) con specifici contenitori, ridurre l’uso del vetro, privilegiando le bibite alla spina; Annullare le emissioni residue di CO2 con l’acquisto di crediti di emissione di tipo VER (Verified Emissions Reductions) sul mercato volontario o compensarle con la piantumazione di alberi nell’ambito di progetti di forestazione (in Italia e all’estero).

Più che un decalogo sono consigli per certi versi utili, ma che nessuno segue. Riuscite a immaginate un megaconcerto senza luci ed effetti speciali? Avete mai visto una piantumazione di alberi dopo un megaconcerto? Avete mai visto degli artisti e il loro staff arrivare nel back stage con i mezzi pubblici? Diciamoci la verità e finiamola una volta per tutte con questo finto ambientalismo. L’unico concerto a emissione zero e impatto ambientale zero  possibile, è suonare una chitarra acustica a lume di candela, davanti a un paio di amici, magari in spiaggia o sulla riva di un fiume. Il resto sono ipocrisie belle e buone. Rock e ambientalismo sono inconciliabili  nonostante la buona volontà di organizzatori e artisti. Un altro esempio storico sono i  famosi concerti “No Nuke”, organizzati nel settembre 1979 dal collettivo Musicians United for Safe Energy (MUSE, “musicisti uniti per l’energia sicura”) a sostegno del movimento anti-nucleare che videro tra i protagonisti artisti come Jackson Browne, Graham Nash, Bonnie Raitt e John Hall. L’evento si concluse con un raduno pacifico culminato in un concerto gratuito al Battery Park, parco pubblico situato sulla punta meridionale di Manhattan, di fronte a circa 200.000 persone. Tutti contrari al nucleare d’accordo, ma che arrivarono in macchina creando un impatto ambientale disastroso, a testimonianza di come il movimento ambientalista non riesca a fare a meno di inquinare l’ambiente e gli stessi principi in cui si fonda. Anche il Battery Park divenne una gigantesca discarica all’aperto. Il problema è piuttosto banale ma tocca ricordarlo: in un mondo di consumismo e di merci che si diffondono ovunque, è impensabile che un solo individuo esca di casa per andare a un megaconcerto con la pretesa di non recare nessun danno all’ambiente. Parlo anche a titolo personale. Fui uno degli organizzatori dell’ultimo pop Festival italiano degli anni settanta: Il noto festival del proletariato giovanile di Re Nudo del 1976 al Parco Lambro di Milano. Vidi assaltare un camion di polli surgelati che furono presi a calci sul prato dove c’erano migliaia di persone. Il Comune di Milano negò l’acqua e l’elettricità e il Festival alla fine mostrò un parco immerso dai rifiuti. Ci vollero tre giorni interi per ripulirlo ma ci furono danni irrisolvibili: rami di alberi spezzati, piante divelte per falò notturni, prato rovinato e sul fiume Lambro galleggiarono rifiuti di ogni tipo, ossa di pollo comprese. Negli anni ottanta, insieme ad altri, organizzai un concerto allo stadio di San Siro per una raccolta fondi per la Liberia. Il testimone era George Weah liberiano e attaccante del Milan. Dovemmo ricoprire il prato con una speciale protezione che costò un occhio della testa. Quando smontammo tutti i palchi e le attrezzature e la protezione del prato, ci accorgemmo che nonostante le precauzioni e dopo aver osservato tutte le norme di sicurezza ambientale richieste, avevamo creato seri danni al campo di calcio. Gli spalti erano sommersi da cartacce, lattine e bottiglie di plastica perché è la gente stessa che se ne frega, tanto c’è l’organizzazione che ripulisce. Impossibile gestire una massa di migliaia di persone anche se fai annunci ripetuti e cerchi di sensibilizzare il pubblico. Persino dietro il palco, nonostante avessimo distribuito numerosi contenitori per la raccolta di rifiuti, trovammo sparsi ovunque mozziconi di sigarette, bottiglie e rifiuti alimentari. Alle prime luci dell’alba, a fine concerto, mi guardai intorno e mi vennero in mente le ultime scene del film “Woodstock” in cui la musica di Jimi Hendrix “sonorizza” l’immensa discarica di rifiuti di Woodstock. Qualcuno sostiene che la sensibilità ambientale allora non c’era o stava per nascere. Niente di più falso. C’era ma era già schiavizzata e vinta dal consumismo imperante. C’è una scena illuminante nel film “Il Laureato” ( 1967 ) di Mick Nichols nella quale il giovane neo laureato Benjamin Braddock, interpretato da Dustin Hoffman, viene avvicinato da un parente imprenditore che guardandolo fisso negli occhi gli dice:

“Ricordati ragazzo, l’avvenire e il futuro di questo mondo è la plastica”.


Rare volta una frase in un film è stata profetica come questa.

In questa estate bollente dove i dati rilevano che sono raddoppiati gli ettari distrutti da incendi dolosi rispetto al 2021 e i fiumi sono prosciugati perché ci sono stati due metri in meno di neve sulle montagne, i seguaci dell’ambientalismo si scagliano contro Jovanotti e il suo tour “Jova Beach Party” nonostante sia sostenuto nientemeno che dal WWF la cui mission ufficiale è:  “Bloccare la degradazione dell’ambiente naturale del pianeta e costruire un futuro in cui l’uomo vivrà in armonia con la natura”. Dunque di cosa stiamo parlando? Niente di nuovo sotto il cielo. Da Woodstock in poi, ambiente e megaconcerti non si sposano, possono al massimo flirtare, ma poi ognuno se ne va a casa sua a consumare plastica.

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